Santiago Posteguillo

CIRCO MASSIMO. Parte 2.

Titolo originale: Circo Mximo.
Traduzione di: Adele Ricciotti - Grandi & Associati.
2017 - EDIZIONI PIEMME - Milano.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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LETTERE DI FUOCO

Torre di sorveglianza nei pressi del Danubio, nella provincia della Mesia Inferiore
Inizio dell'inverno del 101 d.C.

A Tiberio Massimo Claudio, duplicarius della cavalleria romana, era stata assegnata una nuova destinazione. Dopo aver scortato uno strambo architetto sulle sponde del Danubio, ora lo avevano inviato a una delle torri di sorveglianza nella zona settentrionale della Mesia Inferiore. Il legatus Tettio Giuliano aveva insistito che si trattava di un'esplicita richiesta dell'imperatore Traiano: dovevano esserci ufficiali competenti al comando di ciascuna delle torri presso il Danubio, anche se questo implicava lasciare nella retroguardia una decina di buoni duplicarii, decuriones e optiones. Per qualche motivo, che nessuno riusciva a capire, Traiano considerava quelle torri di enorme importanza. Cio, in un certo modo, la destinazione in quel posto di osservazione era da intendersi come un riconoscimento al coraggio di un legionario. Massimo per, come altri ufficiali che non erano stati inviati al fronte della Dacia, non lo interpretava come un premio, poich stare l gli impediva di intervenire in battaglia, dove il coraggio avrebbe potuto permettergli azioni che gli sarebbero valse una promozione. Tiberio Claudio Massimo non sapeva quanto si sbagliava.

Dall'alto della torre intravide due cavalieri che si avvicinavano al galoppo a tutta velocit. Il duplicarius scese rapidamente. Sapeva percepire il pericolo e la morte quando si avvicinavano.

I cavalieri arrivarono fino alle porte della palizzata della torre coperti di polvere e sangue. I due invece di smontare si lasciarono cadere. Erano esausti. Uno era un duplicarius, come lo stesso Massimo, l'altro non portava l'elmo e aveva l'uniforme tanto macchiata che era impossibile sapere se si trattasse di un ufficiale. Quella era una delle torri pi importanti della regione, vicina alla sponda del Danubio, e al posto di un optio al comando, come era usuale, contava invece sul veterano Tiberio Massimo Claudio.

Cos' successo? chiese Massimo ai cavalieri che, crollati a terra, bocca all'aria, cercavano di recuperare il fiato.

Sono... a migliaia... riusc a dire il duplicarius ferito.

L'altro cavaliere, improvvisamente, smise di respirare.

Questo  morto disse uno dei legionari della torre che era uscito assieme all'ufficiale al comando della fortificazione.

Daci? domand nervoso Tiberio Claudio Massimo, sopraffatto dalla terribile sensazione dell'arrivo di un disastro. Presentiva che l'ufficiale di cavalleria ancora vivo poteva morire in qualsiasi momento.

S... a migliaia... inizi il ferito e Sarmati... anche Rossolani e altri... Non  un'altra incursione...  un attacco... in grande scala.. un'invasione... E sput del sangue. Poi gemette per il dolore.

Lo hanno attraversato con una lancia da parte a parte disse un altro legionario della torre.  incredibile che sia arrivato vivo fin qui.

Massimo annu. Un ufficiale sconosciuto della cavalleria, audace, forte e capace, che aveva avuto sfortuna. Sarebbe stato un peccato se il suo coraggio non fosse servito a nulla.

Dove? chiese allora, e siccome il duplicarius ferito sembrava non riuscire pi a parlare, come se le forze lo avessero definitivamente abbandonato, l'ufficiale della torre lo scosse; avevano bisogno di sapere dove. Per Marte, duplicarius, se vuoi che il tuo valore sia servito a qualcosa dicci dove! Dove hanno attaccato? Dove? A Troesmis? Tomis? Durostorum? Novae?

Il cavaliere agonizzante torn a muovere le labbra. Un fiotto di sangue usc dalla bocca: una striscia densa che colava dalla barba mal tagliata. Ebbe un conato di vomito. Stava soffocando nel proprio sangue. Lo raddrizzarono. Quell'uomo era ormai ridotto a nient'altro che tosse e bile. A ogni istante che passava, la vita fuggiva da lui, ma anche cos cerc di pronunciare una parola, una sola, ma chiara e precisa.

Adamclisi e mor.

Adamclisi ripet Tiberio Claudio Massimo e guard i legionari che lo circondavano. Ha detto Adamclisi, vero? Lo avete sentito tutti?

Adamclisi, Adamclisi ripeterono vari legionari per confermare al loro superiore ci che aveva creduto di sentire.Tutti sapevano che un errore nell'identificazione del luogo in cui avevano attaccato i Daci poteva essere fatale, ma lo avevano udito con chiarezza. Il problema era che fare ora.

Massimo lasci a terra il corpo senza vita del duplicarius. Si alz velocemente e si guard attorno. Adamclisi era vicino, a una decina di miglia verso sud. I nemici potevano arrivare in qualsiasi momento. La cosa pi probabile era che distruggessero la torre quella stessa notte, e insieme alla torre sarebbero stati tutti eliminati. Deglut. Poteva vedere la paura sul volto dei legionari che lo circondavano. Non c'era niente da fare. Lui, come alcuni di quegli infelici, avrebbe voluto combattere s contro i Daci, ma nelle fila dell'esercito imperiale, circondato da migliaia, decine di migliaia di compagni. Cos si ottenevano le vittorie, cos si avanzava di grado e, soprattutto, cos si sopravviveva nelle legioni di Roma. Ma l erano soli. Quel posto di guardia alla frontiera del Danubio stava per trasformarsi in una trappola per topi, una trappola mortale. A meno che non disertassero e si lanciassero in fuga verso... dove? Certamente non verso nord, dove avrebbero solo incontrato pi nemici. Verso sud? C'erano gli invasori. Verso ovest, risalendo il fiume? Molto rischioso, e sarebbe stato difficile spiegare perch avevano abbandonato la torre contravvenendo agli ordini di restare l a vigilare notte e giorno e comunicare ci che accadeva sul confine. E verso est, gi per il fiume? Sarebbero rimasti isolati, con i Rossolani a nord e i Daci a sud. No, restava una sola possibilit: compiere il proprio dovere di informare, trincerarsi nella torre e cercare di resistere quando avrebbero attaccato, con l'assurda speranza che l'imperatore inviasse truppe fin l abbastanza rapidamente per poterli aiutare. Ma il Cesare si trovava nell'interno della Dacia, a centinaia di miglia da l. La distanza era enorme ed erano in pieno inverno. La maggior parte dei passi di montagna era bloccato o impraticabile. Anche se l'imperatore avesse deciso di dirigersi l, verso quel luogo remoto dell'Impero, ci avrebbe impiegato settimane, forse mesi, ad arrivare. I Daci avevano attaccato dove meno se lo aspettavano. Erano intelligenti quei maledetti barbari.

Che cosa facciamo? chiese alla fine uno dei legionari.

Portate i cavalieri morti all'interno della torre. Li sotterreremo quando potremo. Ora, le cose essenziali sono la paglia e i segnali. Dobbiamo informare su ci che sta accadendo. L'imperatore deve sapere di questo attacco il prima possibile. Prendete tutta la paglia che potete e portatela all'interno della palizzata. Il resto bagnatela perch non possano usarla contro di noi per incendiare la palizzata come hanno fatto con altre torri. Poi scendete al fiume e prendete altra acqua. Ne avremo bisogno se ci sar un incendio. Veloci! Veloci! E poi, a voce bassa, aggiunse: Io penser ai segnali.

Massimo entr nel recinto fortificato, attravers il piccolo cortile che circondava la torre e si diresse al suo interno. Sal rapidamente per la scala fino a raggiungere la galleria del secondo piano ed esamin l'orizzonte da l. A nord si vedeva il fiume, immenso, una pianura d'acqua che fluiva eternamente verso il mare. Non c'erano nemici in quella direzione, per il momento. N si vedeva nulla di strano n a est n a ovest, ma quando guard a sud intravvide varie colonne di fumo. I Daci stavano incendiando tutto: fattorie, piccoli villaggi dispersi in quella regione, coltivazioni. Avrebbero continuato verso sud o sarebbero tornati verso nord e li avrebbero attaccati? Dovevano aver attraversato il fiume con delle grandi chiatte pi a est. Forse sul delta. L le torri erano pi lontane ed era difficile controllare ci che succedeva da quelle parti.

L'ufficiale guard verso oriente in cerca della torre che si ergeva in quella zona, ma al crepuscolo era appena visibile e non emetteva alcun tipo di segnale. Forse loro erano gli unici a essere stati raggiunti da un sopravvissuto dell'invasione nemica. Allora guard verso ovest. Anche se con difficolt, riusc a localizzare la torre di avvistamento all'estremit. Neanche quella emetteva segnali. Loro, per il momento, erano gli unici a sapere con certezza ci che stava accadendo. Forse le altre torri avevano visto le colonne di fumo da sud, ma senza informazioni precise non sapevano bene cosa comunicare. E il peggio era inviare messaggi confusi. Ma lui s, aveva quell'informazione. In quel momento uno dei legionari usc dalla galleria di controllo.

Lo facciamo col fumo o col fuoco? chiese.

Massimo guard verso il cielo della sera. Rimaneva appena un filo di luce.

Lo faremo col fuoco rispose l'ufficiale. Portate una delle grandi torce.

Con le torce il messaggio sarebbe stato pi chiaro. L'ufficiale continuava a fissare l'orizzonte in direzione ovest. Dopo poco ritorn uno dei legionari con una torcia gigantesca, il cui manico era lungo pi di sei piedi; ne tenevano sempre una accesa in quei giorni cos tesi. Massimo prese la torcia con entrambe le mani e si mise nel centro della galleria del secondo piano della torre.

Rimase immobile per un po'. La notte era gi scesa, cos che la fiamma sarebbe stata visibile a varie miglia di distanza. Allora abbass la torcia, fece un passo verso sinistra e poi la alz chiaramente, una volta sola, per tornare poi ad abbassarla immediatamente. Era la A. Poi, senza muoversi da quel punto, alz nuovamente la fiamma una, due, tre, quattro volte. Era la D. Aspett un istante, una breve pausa, e alz la torcia una volta ancora. La seconda A. Si spost poi al centro della terrazza in cima alla torre e l alz la torcia quattro volte di seguito. La M. Rest l. Fece una pausa. Alz allora la fiamma due volte. La C. Altra breve pausa. Alz la fiamma tre volte ancora. La L. Altra breve pausa. Brand la torcia in alto ancora una volta. La I. Si spost quindi a destra di un paio di passi e l alz la torcia due volte di seguito. La S. Alla fine, torn al centro e alz la fiamma una volta ancora. La I finale. A-D-A-M-C-L-I-S-I. Non c'era bisogno di dire di pi. Il protocollo diceva che in caso di un attacco su grande scala si doveva solo informare sul luogo.

Non so se ci abbiano visto disse uno dei legionari.

Lo ripeter varie volte replic Massimo. Tante quanto sar necessario, per Marte. Finch non lo vedranno.

E il duplicarius si dedic con pazienza all'operazione. Dopo avere ripetuto il segnale per la terza volta, tutti videro una grande torcia che si accendeva sulla torre a ovest, situata a svariate miglia di distanza.

L'hanno visto! esclam Massimo un po' sollevato. L'hanno visto. Invieranno subito il messaggio all'altra torre. Il tramonto sta per finire e non c' nebbia. Il messaggio arriver a Viminacium all'alba. Da l, o forse da qualche luogo prima, possono inviare messaggeri a cavallo all'imperatore.

E quanto tarderanno i rinforzi, duplicarius? domand con evidente nervosismo uno dei legionari.

Non lo so, ragazzo. Questo non lo so. E non aggiunse altro. Per lui era evidente che sarebbe stato impossibile per l'imperatore arrivare l prima di varie settimane e ancor di pi con quell'inverno, con le tante strade impraticabili per la pioggia o i passi di montagna chiusi per la neve. Quei maledetti Daci sapevano fare bene il loro gioco. Tutti quelli nella torre erano uomini morti.

Massimo strinse le labbra mentre guardava verso sud. Ora le fiamme delle colonne di fumo che avevano visto al tramonto, a sud, ad Adamclisi, erano ben visibili. L'annuncio della guerra che credevano fosse ancora tanto lontana era gi l. Ma loro erano soli.

I Romani usano un sistema francamente ammirevole, secondo la mia opinione, per comunicare tutti i tipi di accadimenti per mezzo di segnali di fuoco. Dividono il luogo da cui fanno i segnali in tre spazi: uno centrale, uno a destra e uno a sinistra; poi dividono le lettere dell'alfabeto in modo che la alfa e la tetha siano nello spazio destro, la iota e la pi nello spazio centrale e la rho e l'omega al lato sinistro. Cos, se vogliono trasmettere la lettera alpha, alzano la torcia una volta sul lato destro, due volte per la beta, tre per la gamma, etc. Se vogliono trasmettere la iota, alzano la torcia una volta nel centro, etc.

Sesto Giulio Africano, nella sua opera ??st??, II o III secolo d.C., in Papiri di Ossirinco, III. L'originale  in greco, per questo Sesto Giulio utilizza nomi di lettere greche e non latine nella sua spiegazione.

52

UN CONTRATTACCO MORTALE E UN AVVISO ENIGMATICO

Adamclisi, Mesia Inferiore
Inizio inverno del 101 d.C.

Vezinas cavalcava soddisfatto. Si erano lasciati alle spalle i difficili valichi di Torre Rossa, le montagne e la fortezza di Buridava. Erano arrivati al Danubio di buon passo e l si era unito a loro il re Susago, con un importante contingente di cavalieri rossolani. Erano riusciti ad attraversare il fiume all'estremo orientale, ben lontani dagli eserciti di Roma. Erano stati necessari grandi barconi, affinch le truppe della fanteria dacica e la cavalleria sarmatica e rossolana potessero arrivare all'altra sponda. La costruzione di questi barconi li aveva fatti ritardare di un paio di settimane, ma tutto aveva funzionato senza problemi.

I Romani non possedevano molte legioni. Proprio come aveva predetto Decebalo, Roma aveva altri confini di cui occuparsi; aveva condotto solamente sette legioni in quella guerra e ora si trovavano nel centro della Dacia. L, nella terra dei Rossolani, vicino alla foce del Danubio, dove il re Susago era un forte alleato di Decebalo, i Romani vigilavano solo dalle torri che avevano disseminato lungo il confine. Disponevano anche di qualche piccola guarnigione che Traiano aveva deciso di lasciare nella retroguardia rispetto al grande esercito che assediava Tape e l'entrata della valle di Sarmizegetusa. Era contro questa retroguardia romana, sprovvista di truppe sufficienti per difendersi, che il re Decebalo aveva ordinato a Vezinas di fare il maggior danno possibile. E, per Zalmoxis, avrebbe compiuto gli ordini ricevuti.

Li ridurremo tutti in scrum [ceneri]. Non lasceremo in piedi nulla, in tutta la regione aveva detto Vezinas ai pileati dacichi e ai capi sarmatici, rossolani e bastarni che lo ascoltavano attenti in quell'accampamento improvvisato a sud del Danubio. Come abbiamo fatto con le popolazioni della Mesia Inferiore che abbiamo attaccato oggi. E aveva indicato i resti di alcune ville e fattorie di sfortunati coloni di Roma, gi ben insediati nella Mesia Inferiore, che avevano distrutto al loro passaggio. Forse le colonne di fumo erano state viste da qualche torre romana, ma questo non gli importava. Anche se avessero inviato dei messaggeri a cavallo, avrebbero impiegato giorni, forse due o tre settimane, per raggiungere l'accampamento dell'imperatore, e poi l'esercito romano avrebbe impiegato ancora pi tempo per arrivare nella Mesia Inferiore. Vezinas era sicuro di poter contare almeno su un mese intero per devastare la regione. Questo avrebbe obbligato i Romani a riconsiderare quella guerra. Inoltre Susago, il re dei Rossolani, si era mostrato un buon alleato per quel compito: era particolarmente crudele e distruttivo.

Tutti erano convinti che quello fosse un gran piano.

Infine erano giunti ad Adamclisi, un piccolo villaggio della Mesia Inferiore. C'era una piccola fortificazione romana vicino al villaggio.

Non oseranno nemmeno uscire disse Vezinas quando arrivarono a quel punto, e i pileati risposero ridendo fragorosamente. Darma, darma! esclam. Per Zalmoxis, per la Dacia!

Non lasciarono nulla. Solo un altro torrido incendio che stava divorando tutto.

Se le torri non hanno visto i primi incendi, sicuramente vedranno questo disse il re Susago, un poco inquieto, al capo dacico inviato da Decebalo.

Ma Vezinas non si mostr preoccupato. Tanto meno si mostr a disagio quando gli dissero che alcuni cavalieri romani feriti erano scampati all'attacco recandosi in direzione nord.

Non mi preoccupano n il fuoco n il fumo rispose Vezinas al re rossolano. N che siano scappati alcuni cavalieri. Che lo avvistino dalle torri, che li avvisino. Fa tutto parte del piano. Roma dovr allora retrocedere dalla Dacia, dividere le sue truppe, e questa sar la sua fine.

Susago non sembrava molto convinto che attrarre tutte quelle legioni di Roma, o anche solo parte di esse, verso le sue terre fosse una buona idea. Lui non aveva mai avuto fiducia in quel piano.

Una villa romana vicino a Adamclisi

Sono arrivate notizie terribili, mio padrone! grid l'atriense a Mario Prisco che, di buon'ora, cercava di godersi una cena saporita e abbondante con cui dimenticare le avversit di quell'umiliante e fastidioso esilio.

Che cosa succede? domand il senatore con riluttanza. E fammi il favore di non gridare.

Lo schiavo per era troppo nervoso e continu ad alzare il tono di voce avvolto nella lacrimosa coltre della paura.

I Daci hanno attaccato il villaggio! Sono migliaia, mio padrone, e stanno venendo qui! Stanno radendo tutto al suolo! Incendiano ogni cosa e uccidono tutti, mio padrone! Bisogna fuggire, per tutti gli dei, mio padrone, dobbiamo fuggire!

Migliaia? La fronte di Mario Prisco si riemp di rughe profonde. Non aveva senso. La guerra si stava combattendo molto lontano da l, nella stessa regione dove avevano combattuto le truppe di Domiziano in passato, vicino alle grandi citt daciche nel centro del regno, vicino alla capitale Sarmizegetusa. Quello schiavo doveva aver capito male, ma rimaneva l, in piedi, a guardare nervoso da una parte all'altra, a piagnucolare in mezzo all'atrio.

Bisogna fuggire, mio padrone! Bisogna fuggire! Gli schiavi che erano andati ad Adamclisi per le provvigioni li hanno visti! Sono moltissimi, mio padrone, moltissimi!

Taci, imbecille! Codardo!

Mario Prisco lasci il pezzo di pollo che teneva in mano nella salsiera del tavolo. Non c'era modo di cenare con tranquillit quella sera. Quello schiavo aveva disturbato una serata perfetta. Aveva pianificato tutto: prima cenare, poi giacere con una schiava greca che aveva acquistato appena qualche giorno prima nello stesso mercato di Adamclisi, il villaggio che ora il suo schiavo giurava essere stato distrutto da un nemico immaginario.

Ci che dici non pu essere vero. La guerra  lontana da qui. E in ogni caso forse si tratta di un piccolo gruppo di barbari che hanno osato addentrarsi un po' pi a sud. Che ne  della guarnigione della citt?

Li hanno uccisi tutti ripeteva lo schiavo.

Mario Prisco continu a non dare credito a ci che diceva quello stupido. Si alz e si diresse verso la porta della domus. Usc e cammin fino ad arrivare alle mura che aveva fatto erigere attorno alla villa per proteggersi dai banditi e dai piccoli gruppi di barbari che si aggiravano per la regione.

Sal in cima al muro di una piccola torre che voleva imitare una torre di sorveglianza. L trov un altro dei suoi schiavi. Prisco disponeva di venti schiavi che, bene armati, potevano contenere da quelle mura qualsiasi gruppo di banditi avesse osato avvicinarsi. E aveva diversi cani del tipo molussus, enormi e molto aggressivi. Dall'alto della torre lo schiavo indic terrorizzato l'orizzonte.

Mario Prisco guard allora nella direzione indicata dallo schiavo. Fu in quell'istante che dal suo volto si cancell la tipica aria superba: un'enorme colonna di fumo si alzava laddove si riconoscevano, in quel lento tramonto, i contorni delle case di Adamclisi. E, attraverso il fumo spesso, emergeva un esercito di Daci e Rossolani e altri popoli barbari. Ma il peggio era che un nutrito gruppo di quegli invasori si stava dirigendo proprio verso la sua villa, al trotto, su cavalli ben corazzati. Sembravano Sarmati. Forse non erano migliaia, ma di certo un paio di centinaia. Il grosso dell'esercito d'invasione, almeno per il momento, pareva rimanere intorno a quella che fino a poco prima era l'emergente citt di frontiera di Adamclisi. Si vedevano inoltre varie colonne di fumo verso sud, est e ovest. L'atriense aveva ragione. Quell'idiota diceva la verit: stavano radendo tutto al suolo.

Ma dov'erano le legioni di Roma? Cosa stava facendo quell'imbecille di Traiano che giocava a essere imperatore di un impero incapace di difendersi, un Cesare che metteva in moto una guerra che non sapeva controllare?

Nell'animo di Prisco esplosero sentimenti di rabbia e impotenza, ma, poco a poco, man mano che i contorni dei cavalieri sarmatici si facevano pi definiti, fu la paura, quella stessa paura che tormentava i suoi schiavi, a impadronirsi completamente di lui. L non sarebbero valsi tutti i sotterfugi legali che aveva usato in passato per assassinare, corrompere e guadagnare denaro, per ordinare esecuzioni con falsi pretesti e cos arricchirsi, o per comandare truppe che lo difendessero dagli attacchi di familiari e amici arrabbiati per le ingiustizie che continuava a infliggere intorno a s. L aveva solo venti babbei terrorizzati contro un'autentica invasione di barbari. Cosa poteva fare? Nascondersi. Doveva nascondersi. S, questo doveva fare. O forse usare il denaro. Promettere molto denaro. Ne aveva abbastanza, custodito sotto alcune pietre nel tablinum. Se avesse offerto loro del denaro, forse con quell'oro e argento avrebbe potuto comprare la propria vita.

Tra quei barbari c'era per qualcuno con cui poteva comunicare? Forse s. O forse no? E il denaro sarebbe stato abbastanza? Che cosa poteva offrire a quegli spregevoli Sarmati, Daci e Rossolani o ci che erano? Aveva bisogno di qualcosa che li interessasse sufficientemente da tenerlo in vita. Quella era la chiave: sopravvivere. Molto pochi lo capiscono. Sopravvivere. Se uno sopravvive pu tornare a lottare, a vendicarsi, pu riottenere tutto. L'eroismo  da stupidi. Lui era di quelli che sopravvivevano sempre. Senza onore? Sput a terra. L'unico onore che Prisco intendeva era quello di voler vivere, vivere sopra a tutto, sopra a tutti, agli altri, a ogni costo. Doveva trovare un modo per sopravvivere.

Cavalleria sarmatica

Marzio non si sentiva a suo agio in quell'attacco. Una cosa era scontrarsi con le legioni di Roma, guerrieri contro legionari, altra cosa, ben differente, era ci che stavano facendo l. Aveva visto Daci e Rossolani assassinare uomini indifesi, contadini che non avevano niente a che vedere n con l'imperatore di Roma n con le sue legioni; e poi aveva assistito a come altri Daci uccidevano donne e bambini. Marzio desiderava allontanarsi da tutto ci e cos grad la proposta di Akkas di unirsi a lui e al suo reparto per un'operazione d'ispezione intorno ad Adamclisi.

La nostra missione  distruggere tutto, ma a me interessa di pi vedere se troviamo oro o argento o qualsiasi altra cosa di valore disse Akkas. O conquistare. Anche questo non sarebbe male.

Marzio annu. Akkas era un uomo pi pratico che crudele, per questo si trovava bene al suo fianco. Si capivano. Vezinas, il capo dacico, li aveva utilizzati come cavalleria corazzata contro la piccola guarnigione romana della citt. Sia lui sia Akkas avevano ucciso diversi legionari quella mattina. Per lo meno avevano evitato l'orgia di distruzione del resto della popolazione. Prendere le distanze da quella follia gli parve grandioso. Marzio spron dunque il cavallo, seguendo la scia di Akkas che si allontanava al trotto con il resto del reparto sarmatico della sua trib.

Cavalcarono verso est per un paio di miglia finch non incontrarono una grande fattoria protetta da un muro, non molto alto, sufficiente solo per contrastare l'attacco di pochi banditi o ladri, ma incapace di impedire il passaggio ai cataphracti sarmatici. Akkas ferm il contingente di cavalleria proprio di fronte alla porta principale, a una cinquantina di passi. Nessuno gli lanci nulla. Si potevano vedere alcuni uomini che osservavano dalla cima del muro.

Di' loro di aprire la porta, tu che parli la loro lingua gli disse Akkas.

Siamo in Mesia; io non parlo la lingua di questa gente ribatt Marzio sorpreso.

La Mesia  parte dell'Impero romano, almeno per ora, quindi qualcuno capir il latino replic da parte sua Akkas.

Marzio annu. Scosse le redini del cavallo e fece avanzare di alcuni passi l'animale, ma lo blocc subito. Non voleva rischiare.

Aprite le porte! grid con forza in un latino facilmente comprensibile da qualsiasi romano. Aprite la porta o vi uccideremo tutti!

Villa di Mario Prisco

Che facciamo, mio padrone? chiese lo schiavo atriense a Mario Prisco.

Il senatore esiliato nella Mesia Inferiore stava maledicendo la propria sorte mentre continuava a pensare a come uscire vivo da tutto ci. Non aveva molto senso opporre resistenza.

Quei cavalieri ricoperti di armature non erano banditi ma uomini allenati alla guerra. In poco tempo avrebbero trovato un modo per buttare gi la porta o saltare il muro ed era altamente improbabile che poi avrebbero dimostrato clemenza.

Fa' ci che dicono, imbecille! grid all'atriense, e siccome lo schiavo rimaneva l come pietrificato aggiunse: O forse vuoi combattere tu contro di loro?.

No, no... non  questo, mio padrone, ma... ma... ci uccideranno tutti.

E se non apriamo la porta sar lo stesso, per Giove! Apri quelle maledette porte e fatti da parte o nasconditi, se vuoi! Non ho bisogno di te! Non ho bisogno di nessuno di voi! grid agli schiavi che si erano riuniti vicino all'atriense. Siete solo un gruppo di codardi! La risolver io! Aprite le porte e nascondetevi! Poi, continuando a mormorare frasi tra s e s, aggiunse: Risolver da solo la questione... come sempre... imbecilli ... io da solo... e ne uscir vivo... vivo....

L'atriense sapeva che il suo padrone era stato un uomo potente a Roma e in altre province molto lontane da l, in Africa, forse anche in altri luoghi. Poteva essere che il padrone fosse in grado di salvargli la vita? A ogni modo, corse velocemente ad aprire la porta insieme ad altri due schiavi.

Marzio stava aspettando la risposta, ma nessuno diceva nulla. Si udivano voci dall'interno della fattoria, oltre il muro, ma non riusciva a capire cosa stessero dicendo. Tir le redini del cavallo per girarsi quando, improvvisamente, le porte delle mura iniziarono ad aprirsi. Marzio gir nuovamente il cavallo per trovarsi di fronte all'entrata della villa. Ud i passi dei cavalli dei suoi compagni avvicinarsi alla sua posizione.

Ti hanno dato retta, per Bendis disse Akkas passando al suo fianco e gli diede una pacca sulla spalla. Vedi come capiscono bene il latino? Andiamo, seguimi. Trarremo anche qualche profitto da questo folle giorno. Con il dacico Vezinas non esiste altro che uccidere e uccidere. Qui potremmo trovare qualcosa di valore. Potremmo chiedere prima di uccidere. Cercare alla cieca  cosa da Daci.

Marzio scosse ancora una volta le redini affinch il suo cavallo seguisse Akkas.

Varcarono con una certa circospezione la recinzione murata della villa. Poteva trattarsi di un'imboscata, ma appena attraversata la porta videro che non c'era altro che un piccolo gruppo di uomini fermi a un centinaio di passi dalla porta. Non si vedeva nessun altro sulle mura. E gli uomini non avevano armi. Erano contadini o schiavi o entrambe le cose, era difficile distinguere gli uni dagli altri. Eccetto uno. Ce n'era uno con un atteggiamento differente, vestito con una tunica bianca abbondantemente macchiata di cibo, sandali romani ai piedi e anelli d'oro, d'argento e di rubini sulle dita.

Akkas si fece avanti. Marzio lo segu. Il primo ferm il cavallo ad appena dieci passi da quell'uomo con i sandali e abbass la sua lancia fino a che non fu all'altezza del petto del romano.

Cosa volete? grid questi in latino.

Akkas guard Marzio.

Vuole sapere cosa vogliamo tradusse il gladiatore.

Akkas sorrise. Digli che vogliamo tutto. Parla tu, ti hanno aperto la porta. Io credo che rimarr qui con lui. E mosse la lancia puntando l'uomo con la tunica. Con colui che comanda o che vuole negoziare. E abbass la voce quando Marzio pass al suo fianco. Ha paura, non vuole darlo a vedere ma ha paura. Questo dimostra che  intelligente.

Marzio avanz con il cavallo fino a trovarsi solo a un paio di passi da quell'uomo. Stava per parlare, ma il romano lo anticip.

Ho dell'oro, molto oro e argento.

Marzio non disse nulla. Si limit a guardarlo fisso. Poteva vedere il sudore affiorare sulla fronte dell'uomo. Akkas aveva ragione: era terrorizzato anche se cercava di controllarsi.

Il romano continu a parlare. Ci sono oro e argento sotterrati nel pavimento della casa. Potete portarveli via. In cambio vogliamo solo che ci lasciate vivere e che non distruggiate la villa.

Marzio annu. Si gir verso Akkas.

Dice che ha oro e argento sotterrati in casa e che sono nostri. Chiede solo di vivere e di lasciare intatta la villa.

In quel momento uno degli schiavi, troppo nervoso per resistere, inizi a correre verso la porta. Due lancieri sarmatici lo trapassarono con le loro armi prima che potesse raggiungerla. Il suo grido soffocato rimbomb tra le mura che li circondavano.

Rimanete tutti calmi, stupidi! disse Prisco al resto degli schiavi. O rovinerete tutto!

Akkas si mise accanto a Marzio. Che ci diano l'oro e l'argento. Poi li ammazziamo disse. Non vogliamo testimoni che possano raccontare ai Daci che abbiamo trovato dell'oro.

Perch non lasciarli andare? Scapperanno verso sud obiett Marzio. Se i Daci li vedono li uccideranno prima che possano dire qualcosa; senza contare che i Daci non conoscono il latino.

 rischioso lasciare testimoni, amico mio insistette Akkas. E non dimenticare che tra i Daci ci sono disertori romani.

Non mi piace uccidere uomini disarmati tent Marzio.

Akkas lo guard dall'alto in basso. Marzio era diverso da loro. Si era sposato con una sarmata, combatteva bene, ma non era come loro. Aveva strambi principi.

D'accordo. Che ti dica dov' l'oro e poi li uccideremo noi. Tu conservati per i legionari romani, nel caso che qualche sopravvissuto all'attacco di Adamclisi compaia da queste parti, cosa che dubito.

E senza ulteriori indugi, Akkas smont da cavallo, prese Mario Prisco per la tunica, vicino al collo, e lo trascin verso l'interno della villa. Il resto degli schiavi lo segu, come se accettassero che il destino del padrone fosse anche il loro.

Marzio rest nello spiazzo esterno, insieme a varie decine di cavalieri sarmatici.

Una volta dentro l'atrio, Akkas sbatt Prisco contro il muro. Il senatore sapeva d'essere intrappolato e, soprattutto, odiava trovarsi da solo con quel barbaro che nemmeno conosceva il latino. L'unica arma che gli restava erano le parole, e l'oro nascosto. Prisco strisci per terra, contando le mattonelle da un estremo dell'atrio fino a trovarsi nel tablinum; si alz sulla quindicesima piastrella e indic il pavimento. Akkas ordin ai suoi uomini che sollevassero la pietra.

Marzio ud delle grida oltre le mura. Fece girare il cavallo e si avvicin alla porta.

Arrivano i Daci gli disse uno dei suoi compagni. Ed era vero. In lontananza si vedeva una grande nube di polvere. Il grosso dell'esercito dacico presente nella Mesia Inferiore avanzava in quella direzione. Pareva che Vezinas avesse lasciato a Susago e ai Rossolani il compito di uccidere i sopravvissuti a Adamclisi e ora cercasse nuovi obiettivi.

Prisco vide gli occhi dei Sarmati brillare quando aprirono il grande scrigno pieno d'oro e argento che avevano estratto da sotto la pietra. L c'erano migliaia di sesterzi. Una piccola grande fortuna sulla quale il senatore aveva fatto diversi progetti, ma ora l'essenziale era salvarsi la vita. Tutto il resto non importava. Tutto il resto poteva ritornare, se fosse sopravvissuto.

I Sarmati iniziarono a parlare tra loro, ma lui non capiva ci che dicevano. Improvvisamente presero uno degli schiavi e lo uccisero con una lancia. Poi gli si avvicinarono, e quello che sembrava essere il loro capo indic il cadavere, poi lui e poi lo scrigno d'oro. Non era necessario essere molto svegli per capire che quei barbari chiedevano pi oro o avrebbero ucciso anche lui. Esit un istante prima di agire, e quando inizi a muoversi era gi troppo tardi per il secondo schiavo a cui avevano appena trafitto il cuore. Gli altri servitori erano in un angolo, tutti stretti tra loro, insieme alle schiave che i Sarmati avevano trovato nascoste in casa. Alcuni se la stavano facendo addosso, l, in piedi, singhiozzando di terrore. Prisco fece due passi e punt con l'indice una seconda mattonella. Lo spostarono con uno spintone e si misero a dissotterrare ci che c'era l.

Prisco sudava copiosamente, ma almeno non se la stava facendo sotto. Nonostante tutto, la sua testa continuava a riflettere. Aveva solo bisogno di un'opportunit, una sola opportunit. E di qualcuno che capisse il latino. Dov'era quel sarmata che sapeva parlare come un romano?

Presero un secondo scrigno da sotto la seconda mattonella, ma quello era tutto ci che aveva. Prisco indietreggiava senza rendersene conto, in cerca di un rifugio inesistente; faceva piccoli passi all'indietro per puro istinto di sopravvivenza. Ormai non sapeva pi come comprare la propria vita e iniziava a intuire che forse quei Sarmati non avrebbero esitato a trafiggerlo con una delle loro lance appena avessero finito con gli schiavi. Un uomo religioso avrebbe iniziato a pregare gli dei in quello stesso istante, ma Prisco non credeva in nessun dio, n nelle divinit romane n nel dio giudeo, cristiano o altro. No, lui credeva solo in se stesso. Lui stesso era la sua religione.

Che succede qui? La voce di Vezinas, comandante in capo dell'esercito dacico assegnato a sud del Danubio risuon con forza nello spiazzo.

Uno degli ufficiali sarmatici gli rispose immediatamente. Sapeva che era meglio non far arrabbiare il capo dacico. Akkas, il nostro capo,  all'interno con il romano proprietario di questa villa. Lo sta interrogando disse in dacico.

Interrogando? Vezinas lo guard con disprezzo. In effetti guard con un certo disgusto tutti i Sarmati l presenti. Si sentiva superiore a quei nomadi. Lui era un dace, un grande dace, e sicuramente, molto presto, sarebbe stato re. Quelli erano solo cavalieri delle steppe e delle montagne. Combattevano bene, ma non avevano idee proprie; valevano solo per ricevere ordini. Siamo venuti a uccidere e distruggere, non a parlamentare con i Romani, imbecilli.

Nessuno parl. Vezinas non si aspettava una replica. Il pileatus smont da cavallo e si diresse all'interno della villa scortato da un nutrito gruppo di guerrieri dacichi. Il grosso dell'esercito circondava la villa. Erano migliaia. I Sarmati rimasero calmi, eccetto uno di loro.

Anche Marzio smont e segu la scorta di Vezinas. Era curioso di vedere come sarebbe finita e, inoltre, pensava che forse Akkas avrebbe avuto bisogno d'aiuto.

Avevano gi ucciso tutti gli schiavi. L'atrio era pieno di sangue. Alcune schiave, le pi giovani, erano ancora vive. I Sarmati avevano riservato loro un altro destino. Due grandi scrigni d'oro e d'argento erano aperti e sorvegliati da alcuni guerrieri sarmatici. Akkas si stava rivolgendo a Prisco. Era arrivato il suo turno. Il miserabile romano dalla tunica bianca non smetteva di ripetere parole, ma Akkas non le capiva e stava per giustiziarlo quando, proprio in quel momento, irruppero Vezinas e la sua scorta.

Il capo dacico non tard a notare gli scrigni. Quest'oro appartiene al re della Dacia disse in modo categorico, inappellabile, ma Akkas si gir e si trov faccia a faccia con il pileatus.

Lo abbiamo trovato noi disse con coraggio. Ci spetta. Almeno una parte.

Vezinas si guard intorno. La scorta dacica era composta da una decina di soldati; i Sarmati avevano altrettanti guerrieri nell'atrio. Certamente i Sarmati erano in minoranza rispetto all'insieme dell'esercito, ma non era intelligente iniziare una contesa tra alleati.

Questo  giusto disse perci.

Si avvicin a uno degli scrigni e afferr vari pugni di monete lanciandole poi a terra. Sei, sette, otto pugni. Ci pens su un istante. No, era meglio non avere problemi. Si chin, prese lo scrigno dal quale aveva tolto le monete e, non senza sforzo, perch il peso era enorme, lo sollev per rovesciarne un terzo del contenuto sopra le mattonelle insanguinate dell'atrio. Poi lo lasci cadere con un sonoro clang.

Le monete a terra sono vostre. Il resto  per il re. Potete anche tenervi le schiave disse.

Akkas guard i suoi. Alcuni di loro annuirono. Poi guard Marzio e anche lui annu con la testa. D'accordo, per Bendis.

Allora Vezinas ordin ai suoi uomini di prendere gli scrigni con il resto dell'oro e dell'argento e stava per uscire quando Akkas si rivolse a lui.

E di questo? disse indicando il senatore romano. Che ne facciamo?

Vezinas non aveva dubbi. Non stavate per ucciderlo come avete fatto con gli altri? Be', uccidetelo, dunque.

D'accordo rispose Akkas e sguain di nuovo la spada.

Prisco vide che dopo quell'improvvisata ripartizione si portavano via l'oro e che quel maledetto barbaro gli si avvicinava con la spada in mano; ma ora c'era l'altro guerriero, quello che comprendeva il latino. Era la sua ultima possibilit di sopravvivere. Era l'opportunit che stava aspettando. Non ce ne sarebbe stata un'altra.

Non mi uccidete! Non mi uccidete! inizi a urlare a squarciagola. Quella preghiera per non sarebbe bastata; doveva dargli qualcosa, qualcosa di speciale; lo aveva detto anche prima, ma quegli stupidi Sarmati non lo avevano capito. Guard verso il sarmata che sapeva il latino. So come si pu uccidere l'imperatore di Roma! So come si pu uccidere Traiano!

Tempio di Vesta

Menenia s'inginocchi davanti al fuoco sacro di Vesta. La giovane si trattenne, come tante altre volte, a osservare attentamente la fiamma che risplendeva in mezzo alla grande stanza circolare. Un fuoco magico, ancestrale, che risaliva alla stessa nascita di Roma. Se si fosse spenta, le vestali sarebbero state duramente castigate perch ci avrebbe supposto un terribile disastro per la citt. E se si fosse spenta definitivamente, questo avrebbe significato la fine dell'esistenza di Roma. L'Urbe dipendeva da quella fiamma, il suo destino era legato a essa.

Menenia la contemplava in silenzio.

Improvvisamente la fiamma, che sempre si era mostrata forte e vigorosa in sua presenza, trem come se una corrente d'aria l'agitasse, ma Menenia si guard attorno e non vide nulla di aperto. Tutto era chiuso. E non c'era alcuna brezza. Quando torn a guardare la fiamma, vide che continuava a scintillare in modo strano, come se stesse per spegnersi.

Menenia temette il peggio, che la fiamma sacra si spegnesse accidentalmente durante la sua sorveglianza. Mancava solo che accadesse questo, mentre era ancora minacciata da quel terribile processo. Ma no, la fiamma non si spense, tuttavia continu a sfavillare come se la dea Vesta avesse paura di qualcosa o di qualcuno. Se era di qualcuno, quella persona doveva essere molto importante per Roma. Ma di chi si trattava?

Come faceva con tanti altri segreti, Menenia tenne per s quell'enigmatico avviso del fuoco sacro.

Adamclisi, Mesia Inferiore

So come si pu uccidere l'imperatore di Roma! So come si pu uccidere Traiano! ripet Prisco disperato guardando Marzio.

Il gladiatore per non disse nulla. Non conosceva quell'uomo e non aveva intenzione di intercedere per lui. Inoltre, ci che diceva non aveva senso e, peggio ancora, gli ricordava le passate congiure per assassinare gli imperatori. Non era una via che desiderava ripercorrere. Davanti alla disperazione ormai assoluta di Prisco, rimase perci in silenzio, mentre Akkas avvicinava la spada al suo collo.

Akkas non si sarebbe fermato, e probabilmente non lo avrebbe fatto nemmeno se Marzio avesse cercato di convincerlo, ma Vezinas, che anche se non parlava latino aveva compreso la parola imperatore nelle grida del romano, si volt e diede un ordine al sarmata. Un momento! Fermati!

Akkas si ferm.

Che hai detto? chiese Vezinas al senatore romano in un latino terribilmente grezzo ma che a Prisco parve pi bello di quello dei poemi di Ovidio.

Messo alle strette, in ginocchio, il senatore ingoi la poca saliva che ancora gli restava e ripet le sue parole. So come si pu assassinare l'imperatore Traiano.

Vezinas non riusc a capire bene. Si guard intorno.

Marzio, uno dei miei uomini, lo capisce disse Akkas guardando il gladiatore.

Vezinas si rivolse allora a lui. Che cosa dice questo romano?

Marzio sospir. Era come se la sua vita si ripetesse. Dice che sa come uccidere l'imperatore di Roma tradusse nel suo limitato geto-dacico; se la cavava meglio con la lingua dei Sarmati.

Vezinas annu. Si mise allora di fronte a Prisco. Gli si avvicin molto lentamente. Lo guard dall'alto in basso, come chi guarda uno schiavo o un cavallo prima di comprarlo. Non lo uccidete. Ce lo porteremo via vivo.

53

LA VITE DI ARCHIMEDE

Drobeta, Mesia Inferiore
Inizio dell'inverno del 101 d.C.

Tutti i carpentieri di cui disponeva Cincinnato erano riuniti nella tenda di Apollodoro. L'architetto inizi a leggere loro a voce alta il capitolo VI del libro X del trattato De architectura di Vitruvio.

Lo leggo come introduzione, dopodich dar spazio alle vostre domande disse prima di cominciare. Vedendo che tutti annuivano, prosegu: Est autem etiam cocleae ratio, quae magnam vim haurit aquae, sed non tam alte tollit quam rota. Eius autem ratio sic expeditur. Tignum sumitur, cuius tigni quanta paratur pedum longitudo, tanta digitorum expeditur crassitudo. Id ad circinum rotundatur. [Esiste poi anche il sistema della vite, che  in grado di tirar su una grande quantit di acqua, anche se non in grado di sollevarla altrettanto quanto la ruota. Il metodo con cui si realizza  il seguente. Si prende una trave e si regola il suo spessore in dita in modo che sia equivalente alla lunghezza calcolata in piedi. La si arrotonda secondo il compasso.]

Apollodoro ogni tanto guardava di sottecchi verso il suo pubblico. Tutti i carpentieri della guarnigione di Drobeta lo ascoltavano con la massima attenzione, intrigati e curiosi. Probabilmente nessuno aveva mai letto qualcosa per loro. Cos continu con la lettura del testo fornendo i dettagli di ogni fase della costruzione di quei marchingegni con i quali estrarre acqua dai cassoni. Erano appena due pagine. Arriv subito alla conclusione.

Erectio autem eius ad inclinationem sic erit conlocanda, uti, quemadmodum Pythagoricum trigonum orthogonium describitur, sic id habeat responsum, id est uti dividatur longitudo in partes V, earum trium extollatur caput cocleae; ita erit ab perpendiculo ad imas naris spatium earum partium IIII. Qua ratione autem oporteat id esse, in extremo libro eius forma descripta est in ipso tempore. [Il suo sviluppo in altezza poi dovr essere stabilito secondo un'inclinazione tale da avere, conformemente alla figura del triangolo rettangolo di Pitagora, le stesse proporzioni, ovvero in modo che per una divisione della lunghezza in 5 parti l'elevazione dell'estremit superiore della vite sia di tre di queste parti: la distanza tra la verticale e gli orifizi che si trovano in basso sar uguale cos a 4 di queste parti. Per il procedimento poi che bisogna seguire, al suo posto uno schema illustrativo si trova disegnato alla fine del libro.]

Apollodoro aveva letto rapidamente e senza fermarsi un solo istante. Quando alla fine alz lo sguardo comprese che quegli uomini, nonostante il loro apprezzabile interesse, non avevano capito molto di ci che aveva appena finito di enunciare. Cerc di non disperarsi. Mostr quindi loro il disegno che accompagnava il trattato di Vitruvio. I sette carpentieri si avvicinarono al tavolo e guardarono con attenzione. Per lo meno, pens l'architetto, sembravano davvero molto interessati.

Vediamo. Abbiamo un problema con il drenaggio dell'acqua continu a spiegare. Le pompe d'acqua, i siphones, si sono bloccate per il fango. Abbiamo bisogno di un altro strumento che ci permetta di togliere grosse quantit di acqua rapidamente. Con queste grandi viti di legno, se le costruiamo bene, si pu estrarre rapidamente l'acqua e, avendo molto pi spazio tra i legni delle grandi viti rispetto agli stretti pistoni dei siphones, il fango non bloccher il meccanismo.

Io una volta ho visto queste viti disse uno dei carpentieri, orgoglioso di riconoscere quel congegno di cui parlava l'architetto dell'imperatore. Mi trovavo nelle miniere di Spagna, ma le chiamavano chiocciole egizie.

Apollodoro annu. S, le chiamano cos in molti luoghi, perch Archimede di Siracusa le invent quando stava in Egitto. Essenzialmente abbiamo questo perno centrale di legno. E indic di nuovo il disegno. Intorno al quale andremo a inserire delle piccole stecche di legno, creando una spirale simile a quella che possiamo vedere sulla superficie di una conchiglia di lumaca, da qui il nome. Facendo girare la spirale l'acqua salir, la tireremo fuori dalle cavit delle ture e cos potremo riempire con argilla lo spazio che c' tra i due muri di pali di ontano. In questo modo avremo le pareti di contenimento necessarie per proteggere il centro, che risulter come una piscina. Prenderemo quindi le viti di Archimede, o chiocciole egizie, come volete chiamarle non importa, e le metteremo nel centro dei muri di contenimento, in questa piscina. Estrarremo quindi l'acqua da l e alla fine avremo un grande fosso asciutto in mezzo al fiume, sopra cui potremo mettere i blocchi di pietra che i metallarii e gli schiavi porteranno dalle cave vicine.

Apollodoro si ferm in istante per respirare. Osserv che i carpentieri sembravano comprendere il lavoro che dovevano fare.

Ma abbiamo altri compiti che dobbiamo portare a termine prosegu l'architetto. Bisogna spostare i grandi blocchi di pietra. E questi peseranno un'enormit. I metallarii hanno bisogno di gru e noi pure. All'inizio avevo pensato di lavorare con varie trochleae [pulegge] semplici, ma non avrebbero sufficiente forza per sollevare le grandi pietre che ci servono per i pilastri. Useremo un polyspaston con cinque paranchi combinati, in modo da ottenere pi potenza di sollevamento.

Gli occhi dell'architetto brillavano mentre la sua mente s'immergeva nelle intricate soluzioni che aveva trovato per ognuno dei problemi. Sembrava che il luccichio del suo sguardo impregnasse anche lo spirito di quegli artigiani, rendendoli complici di quello strano progetto.

Anche cos non sar abbastanza, quindi, e qui arriva il vostro secondo grande compito, invece che tirare dai paranchi con la sucula [tornio orizzontale], ci che faremo sar rimpiazzare questi torni con un maius tympanum, una grande ruota per ognuna delle gru.

Quanto grandi dovranno essere queste ruote, architetto? chiese un altro carpentiere.

Quanto grandi? ripet Apollodoro appoggiandosi al suo solium. Non lo aveva ancora deciso, ma la domanda era opportuna. Sufficientemente grandi perch contengano cinque schiavi all'interno di ogni ruota; s, con la forza di cinque schiavi che camminano in ogni ruota, assieme ai cinque paranchi, avremo sufficiente potenza da poter sollevare le pietre di maggior peso. Per cinque uomini... vediamo... le ruote dovranno avere un diametro di ventiquattro piedi1. S, ventiquattro piedi saranno sufficienti.

Apollodoro lo lesse nei loro occhi: quegli uomini non avevano mai visto delle machinae tractoriae di quelle dimensioni. E nemmeno le avevano mai immaginate.

Quanto peseranno i blocchi di pietra che devono essere sollevati dalle gru? indag lo stesso carpentiere che non faceva che dar voce a tutto ci che anche gli altri si stavano domandando ma non avevano il coraggio di chiedere.

Apollodoro sorrise.

Alcuni blocchi del basamento dei pilastri peseranno novemila libbre2. Forse di pi. Ancora non lo posso sapere con precisione.

Tutti rimasero a bocca aperta. Ora comprendevano la necessit di gru di dimensioni gigantesche.

L'architetto cerc di dar loro coraggio.

Stiamo costruendo qualcosa di grandioso, qualcosa che durer per sempre.

1. Sette metri.

2. Pi di tre tonnellate.

54

LE FORTEZZE DI ORA?TIE

Blidaru, centro della Dacia
Inverno del 101 d.C.

Anche se l'inverno era appena iniziato, l, in mezzo alle montagne di Ora?tie, la neve e il freddo si erano gi impadroniti di tutto. I legionari erano congelati. Curiosamente, i continui lavori a cui erano obbligati nella dura campagna militare nel centro della Dacia erano il modo migliore per riscaldarsi. E, almeno, c'era cibo in abbondanza. L'imperatore assicurava, a ogni costo, l'approvvigionamento delle truppe e questo manteneva alto il morale. Avevano dovuto marciare accanto a grossi fiumi che scorrevano tra valichi coperti di faggeti centenari. Avevano attraversato fertili vallate con una vegetazione esuberante, sconosciuta a tutti. Quello era un altro mondo. Un regno strano che il Cesare voleva conquistare.

Le imponenti mura della fortezza di Blidaru s'innalzavano davanti all'imperatore Traiano. Dopo la feroce battaglia di Tape, questi si era visto ancora una volta obbligato a dividere le sue truppe in due eserciti. Tre legioni erano rimaste nella retroguardia, all'altezza di Tape, per controllare la popolazione e mantenere aperta la strada per gli approvvigionamenti da sud. Soprattutto dalla citt romana di Viminacium, nella Mesia Superiore, da dove le legioni a nord del Danubio si rifornivano del necessario per quella lenta guerra. L'imperatore, da parte sua, aveva preso con s le altre quattro legioni e si era addentrato ancora di pi nel cuore della Dacia, per prendere personalmente d'assedio la capitale Sarmizegetusa. Ma non era stato semplice. Nel cammino verso la capitale del regno di Decebalo avevano trovato la fortezza di Piatra Rosie. Le legioni avevano dovuto impiegare le catapulte per raggiungere i difensori appostati sulle mura che si ergevano sopra a interminabili pareti di roccia. Una volta ancora era risultato impossibile conquistare quella fortezza dacica. Per far s che le torri d'assedio raggiungessero le mura avevano dovuto costruire un gigantesco terrapieno, come si era fatto a Masada, nella lontana Giudea.

Era dovuto scorrere molto sangue prima che Traiano capisse che non avrebbero potuto conquistare la fortezza, almeno non durante l'inverno. L'imperatore non voleva lasciare alle sue spalle i nemici pi forti senza sconfiggerli, ma l'assedio di Piatra Rosie aveva frenato l'avanzamento sulla capitale dacica, tanto che quando l'esercito romano era arrivato alla vallata che conduceva a Sarmizegetusa, era gi pieno inverno. Il freddo pervadeva tutto e, poco dopo, era arrivata anche la neve. Non erano nemmeno riusciti a raggiungere le mura della capitale. L'entrata alla valle era ferocemente sorvegliata, una volta ancora, da inespugnabili fortezze: Blidaru e Costesti.

Traiano aveva ordinato allora che tre legioni e tutte le truppe ausiliarie si accampassero davanti a Blidaru. Restavano solo tre legioni poich aveva dovuto lasciare la quarta di fronte a Piatra Rosie, per evitare che i Daci l rifugiati potessero attaccare i convogli di approvvigionamenti che giungevano da Viminacium e Tape.

Blidaru era un'altra fortezza impressionante, con due sezioni fortificate: una prima a forma trapezoidale e una seconda pentagonale. E torri di pietra, fino a diciotto, che coprivano ogni spazio fortificato in modo che fosse impossibile avvicinarsi senza essere bersagliati da frecce e lance. Blidaru era stata costruita poco tempo dopo la morte del leggendario re dacico Burebista, ai tempi di Giulio Cesare. Ma, nonostante tutto, Blidaru era espugnabile: al contrario di Piatra Rosie, risultava molto pi accessibile, perch le torri d'assedio potevano raggiungere le mura della fortezza. S, con difficolt, grandi lavori e molte perdite, ma si poteva fare.

Traiano aveva deciso di dedicare l'inverno alla conquista di Blidaru e poi Costesti, la seconda fortezza che difendeva l'entrata della valle alla fine della quale si trovava Sarmizegetusa Regia. Conseguito questo obiettivo avrebbe potuto finalmente addentrarsi tra i boschi di betulle e i faggeti giganti in direzione del nascondiglio finale di Decebalo. Con la sicurezza di non lasciare forti nemici nella retroguardia, sarebbe riuscito a concentrarsi sull'assedio definitivo di Sarmizegetusa.

Le legioni che aveva lasciato a Tape e Piatra Rosie avevano il compito di affamare le guarnigioni daciche ed evitare un attacco dalla retroguardia. Questo era il piano. Per Traiano era una buona strategia. Aveva solo due problemi fondamentali: il freddo e Decebalo. Il primo lo metteva in grosse difficolt, il secondo era imprevedibile, e l'imperatore, pur non sapendo come, intuiva che il re dacico stesse tramando qualcosa per sconvolgere i piani che aveva elaborato e che, con grande sofferenza per le sue truppe, stava portando avanti poco a poco, passo dopo passo, in quel territorio aspro di montagne, fiumi e neve.

Si sono congelate di nuovo le ruote delle torri d'assedio disse Longino con la voce di chi ripete qualcosa che  divenuta ormai un'abitudine. La rugiada si attaccava alle ruote delle torri e con il freddo dell'alba non c'era modo di muoverle. I legionari dovevano dedicare parte della mattinata a togliere il ghiaccio che attaccava le torri al suolo, e poi spazzare via la neve per spianare il cammino che permetteva di avvicinare quelle fortezze mobili alle mura nemiche. E tutto questo sotto le frecce e le lance che i Daci non smettevano mai di lanciare. Eppure le torri si erano dimostrate l'arma pi efficace contro le mura di Blidaru.

Ma quante armi hanno accumulato questi maledetti? chiese Lusio Quieto.

Si sono preparati bene gli rispose Traiano mentre si fregava i palmi delle mani per procurarsi un po' di calore. Nessuno ha detto che sarebbe stato facile. Ma ce la faremo, con il tempo e l'impegno; e riusciremo anche a ottenere la resa di Piatra Rosie e di qualsiasi altra fortezza dacica.  questione di pazienza.

Senza dubbio ammise Longino.

Traiano aveva ragione. Si trattava di essere tenaci: pi tenaci nell'attacco di quanto i Daci si dimostrassero costanti nella difesa.

I tre guardarono la legione VII che si avvicinava alla torre d'assedio.

Un messaggio per l'imperatore!

Traiano si volt riconoscendo la voce del suo prefetto del pretorio. Liviano stava smontando da cavallo. Doveva aver galoppato per buona parte del percorso. Se era Liviano a portare il messaggio, significava che era accaduto qualcosa di grave.

Chiamate Sura! disse il Cesare. E tutti al praetorium!

Quieto, Longino e l'appena arrivato Liviano seguirono l'imperatore nella tenda di comando dell'esercito d'assedio delle fortezze daciche di Blidaru e Costesti. Appena entrati tutti apprezzarono il calore all'interno. Un grande braciere manteneva la stanza riscaldata in modo che quando l'imperatore avesse deciso di riposare nel praetorium avrebbe trovato una temperatura piacevole. Lucio Licinio Sura tard un poco ad arrivare perch stava supervisionando i lavori per iniziare gli attacchi su Costesti, ma infine entr anche lui nella tenda, salut tutti i presenti e immediatamente Traiano si rivolse a Liviano.

Ora ci siamo tutti. Qual  il messaggio?

Adamclisi rispose il prefetto del pretorio.

Traiano annu mentre cercava di immaginare la gravit del messaggio, visto che una sola parola implicava che si trattasse di un attacco di massa, non di un'altra delle tante incursioni che il nemico compiva a sud del Danubio.

 un messaggio delle torri di sorveglianza? indag il Cesare.

S,  giunto tre giorni fa dalla torre di Drobeta. I cavalieri hanno impiegato due giorni senza quasi riposarsi per poter portare il messaggio a Tape, e io ho cavalcato tutta la notte per trasmettere le notizie il prima possibile.

Avete fatto tutti un gran lavoro conferm l'imperatore. Voglio che si ricompensino questi messaggeri di Drobeta e anche quelli della torre che ha dato il segnale iniziale, quando verr il momento... se sono ancora vivi. Ora l'essenziale  decidere che cosa fare. Guard Sura, Quieto e Longino. Vediamo, per Giove! Qualcuno sa dove si trovi Adamclisi? Cerc nella mappa della Dacia, della Mesia Superiore e della Mesia Inferiore seguendo con il dito indice della mano destra il corso del Danubio, fino a che la trov. Qui? Per Castore e Polluce!  lontano. Molto lontano. E sospir sull'orlo dell'esasperazione. Decebalo ha inviato parte del suo esercito in un punto molto lontano da dove ci troviamo. Annu tra s e s, parlando come se esprimesse i suoi pensieri ad alta voce. Credevamo che Decebalo avesse ritirato tutte le sue truppe nelle fortezze di Tape, Piatra Rosie, Blidaru, Costesti, Sarmizegetusa e forse di qualche altra, ma ora sappiamo che non  esattamente cos. Ha inviato invece parte del suo esercito e forse dei suoi alleati in questo punto, molto a est, il pi lontano possibile da noi, per attaccare la Mesia Inferiore. Indic la frontiera a nord della Mesia Inferiore. Qui ci sono i Rossolani, che finora hanno agito come alleati di Decebalo. Sicuramente conta anche sull'appoggio di Susago, il loro re. Lui gli pu promettere i territori a sud del Danubio se ci sconfigge. Potrebbero anche arrivare in Tracia. Si ferm un momento, deglut, e prosegu: Non possiamo permettere che Decebalo la faccia franca. Anche se si ritirasse, non voglio lasciare impunita un'azione di questa portata. Gli abitanti della Mesia Inferiore e della Tracia devono sapere che l'imperatore li protegge. Inoltre, se le notizie di questo attacco giungono a Roma e si sa che non ho risposto, ci non far che alimentare le critiche contro di me in senato. Per un momento pens a Menenia; una sua sconfitta a nord del Danubio non avrebbe lasciato in una buona posizione neanche la vestale sulla quale si era estesa l'ombra del dubbio; molti avrebbero dato la colpa al supposto crimen incesti di Menenia per i danni subiti nella Mesia. No, dobbiamo contrattaccare a qualsiasi costo. Che ne pensate? E alz lo sguardo dalla mappa per guardare Sura, Quieto, Longino e Liviano.

Adriano non si trovava l. Traiano aveva lasciato il nipote con le legioni a Tape. Non aveva bisogno di un familiare che gli ricordasse costantemente quando fosse difficile quella campagna militare. Aveva bisogno di uomini coraggiosi intorno a lui. Tuttavia, se avessero deciso di rispondere all'attacco, avrebbe potuto portare con s Adriano per mostrare al nipote come si risponde alla sfida di un nemico temibile... Doveva considerare tutto questo. L'imperatore abbass lo sguardo mentre s'immergeva nei suoi pensieri.

Tutti aspettarono che il vecchio Sura si decidesse a intervenire per primo. Tra tutti, lui era quello con maggiore esperienza politica e l non si trattava solo di una guerra.

Bene cominci Sura, che aveva saputo comprendere gli sguardi dei presenti. L'imperatore ha ragione: in senato c' chi si approfitterebbe di una sconfitta nella Mesia Inferiore per attaccarlo, questo  indubbio. Soprattutto se l'esercito che Decebalo ha inviato in quella regione sar in grado di radere al suolo l'intera provincia. E temo molto che possa essere cos, perch la Mesia Inferiore  rimasta assai sprovvista di truppe, avendole impegnate tutte in questo attacco al centro della Dacia. La questione non  se dobbiamo fare qualcosa. Per me la questione  piuttosto se possiamo fare qualcosa. E tacque.

Ci impiegheremmo settimane ad arrivare in questo luogo aggiunse Longino.  troppo distante e non possiamo muoverci in linea retta perch le montagne e la neve ce lo impediscono. A meno che non passiamo da qui, dal passo di Volcan. Lo indic sulla mappa, proprio a sud di dove si trovavano.

S,  la strada pi breve, intervenne allora Liviano ma i Daci controllano l'entrata di questo passo con la fortezza di Banita, e anche nel caso fossimo in grado di espugnare il forte, il tempo che impiegheremmo per farlo ci ritarderebbe enormemente. No, l'unica strada sicura  retrocedere fino a Tape e da l tagliare per il passo di Teregova. I Daci non hanno fortezze in quel luogo, e i messaggeri di Drobeta l'hanno potuto attraversare, non senza sforzo, e sarebbe possibile attraversarlo nuovamente se non torna a nevicare. In caso contrario, non ci rimane che percorrere la strada da Tape a Viminacium e poi seguire il corso del fiume. Ma per il passo di Teregova risparmieremmo almeno una settimana, forse pi; forse perfino due settimane di marcia.

Il problema inoltre  che se decidiamo di seguire il fiume intervenne Quieto, ci sono luoghi vicino al Danubio molto difficoltosi per l'avanzamento delle truppe. Ci sono punti dove  necessario allontanarsi dalle sponde e altri territori in cui non esiste una strada alternativa e bisogna aprirsi il cammino vicino alla riva per continuare ad avanzare. Ci metteremmo settimane, forse un mese, e una volta arrivati... Tacque. Avevano gi pronunciato abbastanza previsioni infauste, tra l'uno e l'altro.

E una volta arrivati ad Adamclisi, i Daci e i loro alleati se ne sarebbero gi andati concluse l'imperatore. Questo dopo aver raso al suolo l'intera provincia, cosa della quale il senato m'incolper senz'altro, e inizieranno le pressioni per tentare un negoziato con Decebalo, come accadde con Domiziano.

Traiano si sedette sulla sella curulis.

Segu un lungo silenzio, ma, alla fine, Longino si avvicin al tavolo e guardando la mappa torn a parlare.

In realt, Decebalo vuole solo forzarci ad abbandonare l'assedio alle sue fortezze, obbligandoci a retrocedere senza poi ottenere nulla, perch quando dovessimo arrivare dove ci hanno attaccato, ad Adamclisi, in tutta la Mesia Inferiore, loro non sarebbero pi l. Perderemmo solo uomini, energie e risorse. Dobbiamo continuare ad attaccare qui, dove gli fa pi male.

Un nuovo silenzio. Nessuno degli alti ufficiali dell'imperatore sapeva bene cosa fare. Lo sconforto riempiva l'aria. Traiano restava zitto, ma Longino osserv la sua fronte corrugata e cap che il suo amico non si dava per vinto.

C' un altro modo per risolvere tutto questo disse allora il Cesare. Tutti lo guardarono attenti. Traiano si alz e indic di nuovo la mappa. Il ragionamento di Longino non fa una piega: in un certo modo  come quando Annibale attacc l'Italia e i consoli al comando, o lo stesso Fabio Massimo, ogni anno s'impegnarono nel mantenere una lunga e lenta guerra difensiva. Solamente quando Scipione pass dalla Sicilia all'Africa, con le sue legioni V e VI, con quelle maledette legioni, Cartagine ebbe paura e questa fu la sua fine. Dobbiamo imparare da tutto ci. No, come ha ben detto Longino, non possiamo abbandonare la nostra offensiva qui, in queste montagne piene di fortezze, perch  qui dove fanno pi male i colpi a Decebalo, a tutti i suoi nobili e a tutto il suo popolo. No, non possiamo abbandonare questo attacco diretto al nemico, ma  anche vero, come ha spiegato Sura, che se lasciamo che i Daci distruggano la Mesia Inferiore ci dimostreremo degli incapaci nella difesa dell'Impero, il che armer i miei nemici in senato e infonder pi coraggio ai Daci qui, nelle loro fortezze. No, l'unica soluzione  fare le due cose allo stesso tempo: manterremo la nostra offensiva a Tape, Piatra Rosie e Blidaru, minacciando cos la loro capitale, ma accorreremo anche in difesa della Mesia Inferiore. Questo  ci che faremo: prender una legione dall'assedio di Blidaru. Le altre due possono restare sul posto e impedire che Decebalo esca da questa maledetta valle. Prima retroceder fino a Piatra Rosie e poi fino a Tape con questa legione. Quieto verr con me perch ad Adamclisi avremo bisogno della cavalleria. A Blidaru rimarranno Sura, al comando, e Longino e il resto degli ufficiali delle legioni I e II. La III la terremo a Piatra Rosie. La legione VII Claudia  quella che verr con me. A Tape, vediamo... E guard Liviano. Come vanno l le cose?

Bene. Abbiamo distrutto una parte delle mura spieg il prefetto del pretorio. Non hanno viveri e non potranno resistere ancora per molto.

Una legione sar sufficiente, non per prendere la citt, ma per mantenere l'assedio? chiese l'imperatore. Mi accontento d'impedire che attacchino le linee di approvvigionamento da Tape. Al momento non ho bisogno d'altro.

Se si tratta solo di mantenere l'assedio rispose Liviano, una legione con le sue truppe ausiliarie sar sufficiente, tenendo conto che non gli possono arrivare rinforzi da qui perch le legioni I, II e III impediscono che Decebalo esca per correre in loro aiuto.

Perfetto conferm Traiano. Questo mi permetter di prendere due legioni, la V e la XII, che assieme alla VII mi daranno una forza di spedizione di tre legioni. Quieto e io le condurremo attraverso il passo di Teregova, se non nevica, e lasceremo a Tettio Giuliano e a Nigrino una legione a Tape. Adriano verr con Quieto, Liviano e me. Magnis itineribus potremo arrivare a Drobeta in meno di una settimana e due giornate e, in questo modo, saremo ad Adamclisi con tre legioni, molto prima di quanto credano e con molti pi legionari e cavalieri di quanto non si aspettino. Questo  il piano. Poi l'imperatore continu a parlare a voce bassa guardando la mappa. Non hanno considerato la rapidit con cui ci  arrivata l'informazione dell'attacco ad Adamclisi. Questo  stato il loro grande errore.

Cal il silenzio. C'era una domanda che Quieto, Sura, Longino e Liviano avrebbero voluto formulare, ma nessuno sembrava averne il coraggio.

Traiano li fiss. Il giorno che non avrete pi il coraggio di farmi domande non varrete pi nulla come legati disse loro con tono severo.

Fu Longino che os parlare. Come arriviamo da Drobeta ad Adamclisi in soli due giorni se distano trecento miglia?

Traiano lo guard ammirato. Certamente non andremo n a piedi n a cavallo. L'imperatore si permise un sorriso, il primo di quella tesa riunione. Decebalo ha commesso un errore: ha attaccato a valle. Se lo avesse fatto pi a nord, a monte, tutto sarebbe stato pi complicato. E sorrise mentre ripeteva quelle parole. Ma ha attaccato a valle. Dobbiamo solo farci trasportare dalla corrente.

55

IL RAPPORTO DI ATELLO

Roma
Inverno del 101 d.C.

Atello sapeva che il suo committente, il senatore Plinio, non era contento di lui e dei suoi servigi, e ci non era una buona cosa per gli affari. Quando il senatore Plinio era soddisfatto pagava con generosit; quando non lo era, non pagava. Atello non lo riteneva del tutto giusto, dato che aveva verificato molte informazioni su Pompeo, ma nulla sembrava essere sufficiente per accontentare il senatore.

Puttane! Pompeo Collega va a puttane! grid Plinio davanti alla faccia confusa di Atello. E questo a chi importa? Per tutti gli dei: tutti i senatori di Roma frequentano le prostitute. Questo gi lo sapevamo. Tutti a Roma lo fanno. Be', forse il rex sacrorum o il flamen Dialis saranno delle eccezioni, anche se poi vallo a sapere. Atello, no, non ti pago per questo. C' un'accusa di crimen incesti e non credo che dipenda dal fatto che Sesto Pompeo voglia mantenere la purezza delle vestali. La cosa sar utilizzata in questo processo, ma Pompeo non agisce di certo per altruismo. E nemmeno per fanatismo religioso. Pompeo  mosso da altre forze e questo  ci che devo sapere.

Al di l delle prostitute, ho verificato che s'incontra regolarmente con questi due senatori. E Atello prese un piccolo papiro nel quale, con una scrittura terribile, praticamente da bambino, aveva annotato dei nomi. S, Pompeo si vede spesso con Salvio Liberale e con Cazio Frontone.

Plinio si sedette su una sella e riflett un poco guardando a terra. Poi inizi a parlare ad alta voce, ma senza alzare lo sguardo.

Salvio e Cazio sono amici di Pompeo da molto tempo.  normale che si incontrino. Tuttavia,  anche vero che sono tre uomini vanitosi, e che i vanitosi non sono soliti frequentarsi tra loro, ma cercano la compagnia di chi li adula. Li ho visti operare insieme in qualche processo, per esempio in quello di Mario Prisco, ma... non so... perch si frequentano uomini che per carattere non dovrebbero farlo? Plinio alz lo sguardo. Qualcosa unisce questi senatori, Atello. Non mi sorprenderebbe che Pompeo usasse o si appoggiasse a Salvio o Cazio in un processo, ma torniamo di nuovo alla solita domanda: perch lavorano insieme, uniti? Devi verificare che cosa unisce questi tre senatori di Roma e non venirmi a dire che  la loro predilezione per i postriboli. Dev'essere qualcosa di pi importante, mi capisci?

S, senatore disse Atello, ormai rassegnato a non guadagnare nulla quella sera. Poi, improvvisamente, ricord qualcosa che lo aveva infastidito e confuso al tempo stesso; non aveva voluto confessarlo perch in un certo senso significava ammettere una propria goffaggine; eppure, dato che l'avvocato Plinio cercava qualcosa che collegasse tra di loro quei tre senatori, si decise a menzionarlo. S, c' qualcosa che li unisce.

Ti ascolto disse Plinio.

C' qualcuno, un uomo che fa visita ai tre. L'ho visto a casa di Pompeo, ma i miei uomini mi hanno detto di averlo visto entrare anche nella domus di Salvio Liberale e in quella di Cazio Frontone.

Chi  questo uomo? chiese Plinio irritato. C'era qualcun altro dietro a quella faccenda. Questo s, poteva essere interessante.

Atello si schiar la gola. Doveva ammettere di aver commesso un errore e ci lo seccava enormemente. Non lo so.

Come non lo sai? gli grid Plinio indignato per tanta incompetenza.

L'ho seguito una volta, per  uno furbo e mi  sfuggito tra le ombre: stava camminando, circondato dai suoi schiavi. Li abbiamo seguiti, ma presto ci siamo resi conto che l'uomo misterioso non era pi tra i suoi schiavi. Si era separato da loro in qualche angolo, ma quando ce ne siamo accorti lo avevamo gi perso.

Perdere le tracce di un uomo nelle strade di Roma non  proprio da te disse Plinio minacciosamente. Forse dovrei ricorrere ai servigi di qualcuno di pi efficiente.

Temevo che il senatore Plinio reagisse cos, per questo non volevo raccontarlo, ma siccome il senatore ha insistito per sapere se qualcosa unisse i tre senatori, a rischio di screditare la mia reputazione ho deciso di dargli questa informazione.

Bene, questo  vero. E ti onora, in parte ammise Plinio. Ma dici che hai visto questo uomo misterioso, come lo chiami tu, in altre occasioni?  di nuovo scomparso nella notte?

Ora usa un cavallo. Esce dalle case di questi senatori e sparisce al galoppo. E cavalca bene. N i miei uomini n io disponiamo di un cavallo.

Gi, vedo disse Plinio e rest in silenzio per alcuni istanti. Allora non sai nient'altro di lui.

So che ha un lungo naso, per quel poco che ho potuto vedere del suo viso da lontano, e che ha una voce bassa, come velata, rauca... L'ho udita mentre salutava entrando nelle case. Questo  tutto.

Un naso allungato e la voce rauca... ripet Plinio. Non ricordava nessuno con quelle caratteristiche.

Il senatore si alz e and al tablinum. Questo diede coraggio ad Atello. L era dove l'avvocato teneva almeno una parte del suo denaro. E in effetti, Plinio torn con una borsa piena di monete che consegn nell'avida mano destra di Atello.

Un terzo  la paga per quel poco che mi hai detto oggi. Usa gli altri due terzi per comprare dei cavalli e seguire quest'uomo.

E se esce da Roma? s'inform Atello un po' dubbioso.

Plinio lo fiss. Lo segui fino alla fine del mondo, se necessario.

56

IL PASSO DI TEREGOVA

Da Blidaru a Tape
Inverno del 101 d.C.

All'inizio fu un'avanzata a marce forzate dalle fortezze di Blidaru e Costesti fino alla valle di Tape, esattamente come aveva calcolato l'imperatore. Una volta ancora Traiano camminava in testa per dare l'esempio ai legionari della VII. Arrivarono esausti. Camminare per quelle strade infangate o coperte di neve risultava particolarmente difficile. Ma Traiano, dopo quelle dure giornate, li lasci riposare una sola notte. A mezzogiorno del giorno successivo l'imperatore riprese la marcia verso sud, con la legione VII e le truppe della V e la XII unitesi all'esercito imperiale a Tape.

Quieto, Liviano e Adriano lo accompagnavano in quella spedizione con lo scopo di rispondere all'attacco di Decebalo nella Mesia Inferiore. Dovevano arrivare l il prima possibile. Traiano era sicuro che solo la velocit nel rispondere a quell'incursione distruttiva dei Daci avrebbe potuto regalargli la vittoria. O, come minimo, evitare le critiche del senato.

Andiamo, andiamo, andiamo! diceva l'imperatore senza smettere di camminare. Per Giove, avanti!

E cos partirono da Tape in direzione del passo di Teregova. Da l erano passati i messaggeri con le notizie dell'attacco ad Adamclisi. L'imperatore non cessava di guardare il cielo minaccioso, pieno di nubi che promettevano pioggia, che promettevano neve.

Fa molto freddo comment Liviano.

Continueremo anche con la neve rispose Traiano.

Il percorso si faceva sempre pi stretto. Le legioni cominciarono ad avanzare in file di volta in volta pi esigue. Traiano ordin che si inviassero delle pattuglie di cavalleria davanti all'esercito. Era improbabile che Decebalo avesse risorse sufficienti per difendere le fortezze del Nord, attaccare la Mesia Inferiore e mantenere una terza forza di combattimento nascosta nelle montagne per preparare un'imboscata, ma si doveva comunque essere cauti.

Cominciava a imbrunire, e Traiano ordin di fermare la marcia.

Le turmae della cavalleria rientrarono all'alba. Non c'erano nemici nella valle di Teregova, ma punti in cui la neve avrebbe reso difficile l'avanzamento delle truppe. Traiano ricevette le notizie nel praetorium e abbass lo sguardo. Quieto, Liviano e Adriano attendevano istruzioni. Adriano aveva gi espresso i propri dubbi sulla scelta di attraversare quel passo di montagna ricoperto di neve in pieno inverno.

Lasceremo la maggior parte dei carri. Non avremo bisogno di catapulte nella Mesia Inferiore disse Traiano senza smettere di guardare a terra. Voglio solo che ci seguano i muli necessari per il trasporto delle provviste per tre giorni. Non abbiamo bisogno di altro. A Drobeta ci riforniremo. Voglio che partano messaggeri verso sud con le mie istruzioni. Che a Drobeta preparino tutto il prima possibile. E finalmente alz lo sguardo.  chiaro?

Quieto e Liviano annuirono. Adriano si limit a restare in silenzio.

Traiano aveva deciso di aggiungere il nipote alla spedizione perch prevedeva nuovi combattimenti in campo aperto e voleva dargli l'opportunit di comportarsi da buon soldato ai suoi occhi; e anche perch, se avesse conseguito una grande vittoria, avrebbe voluto che lo stesso Adriano si rendesse personalmente conto di ci che Roma era capace di ottenere quando si aveva fede.

Le legioni V, VII, XII ricominciarono cos la loro dura marcia per il passo di Teregova.

Drobeta

Cincinnato ricevette i messaggeri inviati dall'imperatore nel pieno dei lavori per il grande ponte. Si stavano scavando le fondamenta dei primi pilastri. Le nuove invenzioni dell'architetto imperiale per estrarre l'acqua dalle ture sembravano funzionare bene e il terreno all'interno del primo cassone era sufficientemente secco per iniziare a introdurre le grandi pietre e la calce.

Cincinnato dovette abbandonare i lavori e tornare alla sua tenda per decifrare il messaggio dell'imperatore. Data l'importanza che rivestivano l'enclave di Drobeta e la costruzione del ponte, Tettio Giuliano gli aveva rivelato il codice cifrato dei messaggi imperiali. Cincinnato decodific il testo rapidamente perch il sudore di quei messaggeri preannunciava urgenza e necessit. Quando termin di leggere il messaggio chiam il resto dei tribuni e dei centurioni di maggior rango.

Bisogna fermare i lavori disse loro.

Solo uno degli ufficiali os dire qualcosa. Questo non piacer all'architetto.

Cincinnato annu. L'architetto  un problema mio.

Il passo di Teregova

Aveva ricominciato a nevicare. In quei momenti i legionari apprezzavano le tuniche di spessa lana che l'imperatore aveva fatto portare dal Sud per proteggerli dal freddo. Ma anche cos, la salita per quel passo del versante, con faggi senza foglie e abeti imbiancati, era faticoso: il peso che ogni soldato doveva portare faceva s che le caligae s'immergessero nella neve della Dacia; i chiodi dei sandali aiutavano a mantenere l'equilibrio ed evitare sbandamenti, ma si avanzava con lentezza.

Forse gli uomini dovrebbero riposare pi spesso sugger Quieto all'imperatore, ma Traiano neg con la testa.

Avranno tempo per riposare. Dopo. Da Drobeta tutto sar pi facile.

Lusio Quieto non capiva come avrebbe potuto essere pi facile. Era possibile che all'altezza del Danubio il freddo fosse un poco meno intenso, ma l avrebbero trovato il vento gelido che soffiava sempre sull'acqua del grande fiume e che rendeva inospitali le sponde per tutto l'inverno. Sapendo che l'imperatore si fidava delle sue opinioni e che non gli dava fastidio ascoltarle, si arrischi perci a insistere su ci che tanto lo preoccupava.

Cesare, se arriviamo a Adamclisi con gli uomini esausti dovremo riposare comunque l, e la perdita di tempo sar la stessa. Continuo a pensare che converrebbe dare pi ore di riposo ai legionari mentre siamo in queste valli gelide.

Traiano si ferm un istante. La tua opinione  molto chiara, Lusio Quieto, gli rispose con veemenza ma ti ripeto che avranno tempo per riposare prima di entrare in combattimento. Ora non c' tempo. La rapidit con cui arriveremo a Adamclisi  essenziale. E si volt continuando a camminare.

Quieto guard Liviano. Il prefetto del pretorio si strinse nelle spalle. E tutti ripresero la marcia.

Traiano, circondato dai pretoriani, camminava deciso senza fermarsi, seguito dalle sue truppe.

Drobeta

Come c'era da aspettarsi, Apollodoro irruppe nel praetorium di Drobeta con la furia di un titano.

Chi ha dato l'ordine di fermare i lavori? Sei stato tu? Sei impazzito, per Giove? Oggi stesso parto per Viminacium e spero di vedere Tettio Giuliano ammazzarti davanti ai miei occhi quando ritorner.

Tettio Giuliano  pi a nord, a Tape. C' una guerra, ricordi? E ci sono nuovi ordini rispose il tribuno militare con studiata compostezza. In fondo, voleva anche divertirsi, dimostrando a quel presuntuoso che persino un ponte, il suo maledetto ponte, risultava piuttosto in basso nella gerarchia delle urgenze quando si combatteva una guerra.

Nuovi ordini? Che ordini? Da chi? Per tutti gli dei, parla una volta per tutte, tribuno!

L'imperatore  in viaggio e ha dato istruzioni precise: ha bisogno che prepariamo viveri e approvvigionamenti per tre legioni. Arriveranno fra pochi giorni dal Nord. Ho bisogno di tutti i miei uomini per organizzare questo approvvigionamento. Devo mandare alcune unit a Viminacium per ottenere pi rifornimenti. Quest'ordine ha la massima priorit su qualsiasi altra cosa. Le parole del Cesare sono state molto chiare e non sar io a disobbedire all'imperatore. Quando il Cesare se ne sar andato da qui ricominceremo i lavori.

L'imperatore viene a Drobeta... ripet Apollodoro tra s, abbassando gli occhi; ma subito rialz lo sguardo e si rivolse a Cincinnato. Abbiamo appena cominciato a progredire con i lavori del ponte.

Il tribuno comprese la preoccupazione dell'architetto. Ci che diceva era vero. Mi dispiace disse. Il ponte dovr aspettare. Ora ho molte cose di cui occuparmi. E usc dalla tenda lasciando l'architetto solo con le sue preoccupazioni.

Apollodoro inspir a fondo. Aveva dovuto cercare il luogo pi idoneo per il ponte, ricominciare i progetti varie volte, costruire le viti di Archimede che sostituissero tutti i siphones ostruiti dal fango del fiume; avevano alzato i primi ponteggi e costruito grandi gru, ma se uno avesse guardato il fiume, gli sarebbe parso che non avessero combinato nulla.

Nessuno lo avrebbe capito. Il ponte era un'altra guerra e contro un altro nemico, il Danubio, che non dormiva n riposava mai. Era una guerra che, a quanto pareva, doveva combattere da solo.

57

SULLE SPONDE DEL DANUBIO

A ovest di Adamclisi. Nord della Mesia Inferiore

Vezinas aveva ordinato di proseguire con la distruzione di villaggi, fattorie e campi di tutta la regione occidentale a partire da Adamclisi. La cavalleria sarmatica, appesantita dalle protezioni dei cavalli e dei guerrieri, avanzava lentamente. Di norma arrivavano in villaggi gi rasi al suolo dalla fanteria dacica. Akkas ordin di fermarsi vicino a un ruscello perch gli animali potessero bere.

Se Vezinas continua cos, presto in tutta la Mesia non ci sar cibo n per noi n per i cavalli disse il capo sarmatico.

Marzio annu mentre guardava verso ovest, scrutando l'orizzonte con la fronte corrugata. Ci che mi preoccupa  che continuiamo ad avanzare verso occidente disse l'ex gladiatore. Ci stiamo avvicinando alla Mesia Superiore e l i Romani hanno a disposizione pi accampamenti.

Pi accampamenti, gi, conferm inizialmente Akkas ma senza legionari sufficienti per attaccarci. Traiano si  portato le legioni sui monti Ora?tie; sono tutte l, tra la valle di Tape e Sarmizegetusa.

 possibile, ammise Marzio senza smettere di guardare verso ovest ma questo nuovo imperatore romano  diverso da Domiziano. Hai gi visto come si  comportato a Tape. Il combattimento contro le legioni di questo Traiano  stato molto pi duro di quello contro i legionari sotto il comando del prefetto del pretorio di Domiziano; questo mi hanno detto i tuoi compagni.

S,  vero, ma, per Bendis,  troppo lontano e gli ci vorr almeno un mese per rendersi conto di ci che sta accadendo qui e un altro mese come minimo per spostare una forza sufficientemente grande per poterci attaccare e farci retrocedere.Vezinas lo sa ed  intenzionato ad approfittare di questo tempo per distruggere l'intera regione. Io credo che, per una volta, Decebalo abbia scelto una buona strategia.

Marzio non disse nulla. Non poteva contraddire ci che aveva appena detto Akkas. Il piano era intelligente e stava portando risultati. Nel giro di qualche settimana, della Mesia Inferiore sarebbe rimasto solo un mucchio di rovine. E, tuttavia, non poteva evitare di sentirsi a disagio in quella spedizione. Inclin la testa.

Quel che ti succede  che ti mancano Alana e tua figlia Tamura gli disse Akkas mettendo una mano sulla spalla dell'ex gladiatore.

Marzio sorrise. S, anche questo.

Se io avessi una compagna bella come Alana proverei lo stesso, ma la mia... E Akkas gonfi le guance e fece una specie di cerchio con le braccia simulando una grande pancia.

Questo perch  sempre incinta gli rispose Marzio senza poter evitare di scoppiare a ridere.

Sciocchezze. Lei  sempre cos.

Perch  sempre incinta.

Akkas alz le spalle. Le donne servono per avere figli.

Io credevo che tra Sarmati fosse diverso. Le vostre donne sono guerriere lo contraddisse Marzio.

Be'... all'inizio s, ma poi servono per avere figli insistette Akkas.

Marzio pens ad Alana. Aveva perso un figlio quando erano al collegio dei gladiatori a Roma. Poi era rimasta incinta della meravigliosa Tamura. Da allora non aveva avuto pi gravidanze e, naturalmente, non perch avessero smesso di fare l'amore. Infatti, stare con lei, possedere il suo corpo, era, senza dubbio, ci che gli piaceva di pi. E giocare con Tamura, anche questo. Ma a lui non importava non avere altri figli. Voleva solo vivere in tranquillit, con Alana e Tamura, in qualche luogo in cui non fosse costretto a combattere di continuo. Sospir impercettibilmente, non volendo attirare l'attenzione di Akkas.

Arrivano dei messaggeri disse il capo sarmatico.

Marzio si volt e vide due cavalieri dacichi che si avvicinavano. Fermarono i loro cavalli e smontarono. Il pi vecchio si rivolse direttamente ad Akkas.

Vezinas, pileatus della Dacia, ordina che avanziate fino a quelle colline, dove si  installato con l'esercito del re Decebalo. Passeremo l la notte.

D'accordo rispose Akkas con freddezza.

I messaggeri tornarono a montare i propri cavalli, non senza una certa difficolt, e scomparvero galoppando all'orizzonte.

Non sono capaci disse Akkas quando si allontanarono.

Di fare cosa?

Di cavalcare. Se non avessero noi, i Romani li finirebbero facilmente. Ma... abbiamo questo accordo. Andiamo.

Akkas s'incammin.

Marzio si chin e prese dell'acqua dal ruscello per placare la sua sete. Vide il proprio volto riflesso sulla superficie cristallina. Aveva la carnagione abbronzata dal sole e alcune rughe gli correvano lungo il viso, ma si sentiva forte. Presto sarebbe tornato con Alana. E questo lo fece sentire meglio.

Drobeta

Le legioni V, VII e XII arrivarono esauste al fiume Danubio, esattamente come aveva predetto Quieto. La neve del passo di Teregova aveva debilitato tutti. Lo stesso imperatore camminava un po' rattrappito per lo sforzo. Il legatus africano, capo della cavalleria di Traiano, prefer non pronunciarsi. Era impossibile arrivare in tali condizioni e iniziare un combattimento.

Drobeta disse il Cesare indicando verso est.

Sull'altro lato del fiume c'era infatti la piccola fortificazione romana. Sulla stessa sponda s'intravvedeva anche un cantiere.

 il ponte spieg Traiano davanti allo sguardo perplesso di Quieto, Liviano e Adriano. Stanno procedendo lentamente, per. Stanno ancora lavorando al primo dei pilastri.

Ci vorr del tempo, augusto disse Liviano osservando i lavori.

Le gru sono enormi aggiunse Quieto mentre si avvicinava al fiume fino a fermarsi sulla sponda dacica, di fronte al cantiere del ponte. Ho visto qualcosa di simile solo durante la costruzione dell'Anfiteatro Flavio a Roma, Cesare.

Sembra che il nostro architetto abbia pensato in grande. Questo  un bene conferm Traiano. Ma ora  pi importante concentrarci su ci che verr dal fiume e non su ci che si sta costruendo sopra di esso.

E indic la corrente a valle.

Decine di imbarcazioni romane stavano navigando verso il punto in cui si trovavano.

La flotta del Danubio! esclam Quieto, sorpreso. Pensavo che si trovasse alla foce del fiume.

Lo era, amico Quieto, disse Traiano ma l'ho richiamata a Drobeta quando abbiamo deciso di contrattaccare ad Adamclisi. I messaggeri e le torri con i loro segnali di fuoco hanno fatto il resto. Ora sai perch arriveremo pi rapidi di quanto i Daci si aspettano. Inoltre, se avremo un poco di fortuna, e se i Daci e i Sarmati si sono addentrati verso il sud della Mesia Inferiore, allontanandosi dal fiume non avranno visto la flotta risalire. Attendo conferma di questo da nuovi messaggi che spero di ricevere entro oggi dalle torri di avvistamento del Danubio. Nel frattempo, fate in modo che le truppe s'imbarchino sulla flotta. Poi ci sar solo da remare seguendo la corrente. A turni. Chi non rema potr riposare. Le truppe arriveranno cos in perfette condizioni per il combattimento, Lusio Quieto. Traiano sorrise. Anche se servir un po' di esercizio per stirarsi le gambe dopo qualche giornata di navigazione.

E l'imperatore si allontan da Quieto, Liviano e Adriano per ricevere alcuni cavalieri che a quanto sembrava portavano messaggi dalle torri di sorveglianza.

Traiano camminava sempre circondato da ventiquattro pretoriani, perci Liviano rimase con Quieto. Adriano, da parte sua, si allontan di qualche passo verso il lato opposto, continuando a osservare il ponte. L'imperatore sarebbe riuscito a realizzare quell'opera? E, pi importante ancora, era davvero una buona idea un ponte sul Danubio? Adriano si fece serio. Un ponte serviva per andare verso nord, ma poteva anche essere attraversato dai nemici in senso contrario, verso sud, verso Roma.

A qualche passo di distanza, Liviano parlava con Quieto.

Vedo che sull'altra sponda comment il prefetto del pretorio indicando la parte romana, verso Drobeta, si sono raggruppati molti carri con gli approvvigionamenti. Il capo della guarnigione avr dovuto lavorare senza sosta per ottenere tutti quei rifornimenti. Pare che l'imperatore abbia calcolato tutto, Lusio.

Per questo  l'imperatore disse Quieto con l'orgoglio di chi si sa governato dal pi abile, dal pi capace.

Mesia Inferiore
Esercito dacico, sarmatico e rossolano

Ci dirigeremo verso Novae disse Vezinas con sicurezza, indicando il punto sulla mappa. I suoi ufficiali annuirono. Tutti erano convinti di marciare verso una vittoria sicura. Ci siamo allontanati dal fiume di qualche giorno, ma ora dobbiamo tornare verso nord. Prima a Novae. L attaccheremo da sud, da dove non se l'aspettano. L c' solo una piccola guarnigione. Tutte le truppe si trovano tra Tape e Sarmizegetusa, a distanza enorme. Raderemo al suolo Novae e poi torneremo lungo la sponda sud del fiume fino a Durostorum. Queste sono le due principali fortezze romane in tutta la regione. A partire da l non ci sar pi nessuna resistenza. Ci porteremo via tutto il bottino che potremo e torneremo con l'esercito intatto a Sarmizegetusa. I Romani se ne renderanno conto solo quando sar gi troppo tardi.

Gli ufficiali dacichi lasciarono il loro capo soddisfatto, dimostrandogli una sincera approvazione. Vezinas si sentiva molto sicuro di s; aveva pianificato tutto nei minimi dettagli: la grande vittoria sui Romani nella Mesia Inferiore non solo gli avrebbe spianato la strada verso il matrimonio con Dochia, integrandolo cos nella famiglia reale dacica, ma con questa spedizione aveva anche catturato quello strano romano che assicurava di sapere come uccidere l'imperatore di Roma. Se ci era vero, se sapeva come realizzare un tale piano, allora sapeva certamente molte altre cose. Forse sapeva perfino come contattare Traiano.

Vezinas sorrise. Era sicuro che l'imperatore di Roma avrebbe accettato la proposta che aveva preparato: la pace in cambio dell'appoggio per deporre Decebalo. I Romani avrebbero ottenuto una frontiera sicura, lui sarebbe stato sposato con la bella Dochia e sarebbe diventato il re di una Dacia forte e temuta dai Romani, mentre Decebalo sarebbe stato condotto incatenato allo spaventoso anfiteatro di Roma. S, prima Novae, poi Durostorum. Un passo alla volta.

58

LA GUERRA NOTTURNA

Mesia Inferiore
Inverno del 101 d.C.
Esercito romano

Sono l disse Quieto a bassa voce.

Traiano si era appartato insieme al capo africano della cavalleria e a un nutrito gruppo di pretoriani per osservare l'accampamento nemico. Era una notte di luna piena, ma c'erano nuvole in cielo, e la luna, quasi sempre nascosta, non illuminava abbastanza. Cavalcavano senza torce per ordine dell'imperatore. Traiano smont e fece qualche passo lasciando le redini del cavallo in mano a un pretoriano.

Sono l, infatti conferm l'imperatore. Per Giove, sono sulla strada per Novae! esclam a voce alta, ma immediatamente torn a sussurrare. Ora  Novae il loro obiettivo.

Quieto guard verso nord. Erano sbarcati quella stessa mattina seguendo i segnali delle torri di avvistamento e in appena dodici ore avevano localizzato il nemico. Se i Daci avessero distrutto quelle torri tutto sarebbe stato molto pi complicato, ma sembravano essere pi interessati a distruggere la Mesia che ad attaccare i posti di sorveglianza sul confine.

S, Cesare, stanno senz'altro marciando verso Novae; sicuramente all'alba riprenderanno il cammino. Sar un buon momento per attaccarli. Avranno una bella sorpresa quando vedranno il nostro esercito dispiegato davanti a loro in formazione da combattimento disse Quieto sorridendo.

Avranno una sorpresa ancora pi grande, Lusio, quando li attaccheremo questa stessa notte.

Questa notte? ripet Quieto con incredulit e sorpresa.

Traiano si era gi voltato per riprendere le redini del suo cavallo dalle mani di Aulo, il tribuno pretoriano che aveva vigilato sull'animale. Si trattenne un istante prima di montare e guard il pretoriano.

Tu sei sempre al mio fianco disse il Cesare.

Sono ordini del prefetto del pretorio, augusto.

 perch Liviano si fida molto di te, Aulo. Questo  il tuo nome, non  vero?

S, Cesare.

Non stupirti se ricordo bene il tuo nome. Tu, in passato, mi portasti il messaggio dell'imperatore Nerva sulla mia nomina a Cesare. Non  qualcosa che si dimentica facilmente.

Lo so, augusto, ma il Cesare ha molte cose a cui pensare.

Questo  vero. E Traiano mont a cavallo. Quieto allora lo raggiunse e fece lo stesso. I tre cavalcarono in parallelo. Traiano si rivolse di nuovo ad Aulo. Hai combattuto qualche volta di notte, pretoriano?

No, Cesare, non l'ho mai fatto.

Augusto, intervenne allora Quieto non credo che nessuno delle legioni V, VII e XII abbia mai combattuto di notte. Sarebbe una oppugnatio repentina, un attacco impetuoso alla posizione fortificata del nemico. Questo non si  mai fatto di notte.  molto pericoloso.

La guerra, Quieto,  pericolosa in s rispose Traiano serio. Non voglio dare l'opportunit ai Daci di ritirarsi di nuovo con il loro esercito, come hanno fatto a Tape. Dobbiamo infliggere loro una sconfitta definitiva. Dobbiamo riuscire a distruggere l'esercito dacico e sarmatico prima che torni ad attraversare il fiume. Una vittoria di questo tipo faciliter la resa assoluta di Decebalo. Gli assedi del Nord ci stanno costando un'enorme quantit di perdite.  qui, Quieto, che si pu vincere la guerra. E non si tratta di oppugnatio repentina: i Daci non si sono rafforzati. Sono troppo fiduciosi sul fatto che noi ci troviamo a centinaia di miglia di distanza. Attaccheremo di notte. Questa notte.

L'imperatore, Lusio Quieto e Aulo cavalcarono in silenzio. Il pretoriano, senza dare nell'occhio, rallent la marcia del suo cavallo per lasciare l'imperatore solo con il capo della cavalleria.

Traiano avvertiva i dubbi di Lusio Quieto. Lo guard: era zitto e pensieroso, con la fronte corrugata.

Si pu fare, Lusio, credimi insistette l'imperatore, che desiderava non solo l'ubbidienza di Quieto ma anche il suo coinvolgimento pi assoluto; sapeva che anche il resto degli uomini avrebbe dubitato, ma se Quieto lo avesse sostenuto tutto sarebbe stato pi facile. Scipione lo fece, in passato, nella tua terra, Lusio, contro gli eserciti di Numidia e Cartagine. Attacc di notte l'accampamento di Siface e tutto fin bene.

Lusio Quieto annu. Era vero. Pochi si ricordavano di quella battaglia, ma era evidente che Traiano non l'aveva dimenticata.

Attaccheremo questa notte, Cesare ripet Lusio Quieto.

L'imperatore spron il cavallo e, con un veloce trotto, Traiano, Lusio Quieto, Aulo e il resto della guardia pretoriana svanirono nelle ombre della Mesia.

Accampamento dacico nella Mesia Inferiore

Vezinas si sedette sul letto della sua tenda. Era stanco. Il ritmo della spedizione era vorticoso, ma si trattava di questo: causare il massimo danno possibile nella retroguardia degli eserciti di Traiano. E tutto andava come doveva, ma anche uccidere contadini stancava. Il giorno successivo, per lo meno, avrebbero combattuto contro dei legionari. Avrebbero distrutto Novae, e dopo qualche giorno Durostorum.

Il capo dacico si lasci aiutare da uno schiavo a svestirsi. Poi si stese sul letto. Chiuse gli occhi. I suoi furono sogni di gloria, s'immagin sposato con la bella Dochia, a governare tutta la Dacia, temuto e rispettato da tutti, anche da Roma.

Esercito romano

Adriano si era tenuto lontano dall'imperatore durante quasi tutto il viaggio da Tape, ma ora che si stava per commettere una pazzia non poteva pi evitare di discuterne con quello che tutti vedevano sempre pi come il secondo uomo pi potente dell'Impero: Lusio Quieto.

Questo attacco notturno  una follia disse il pronipote di Traiano.

L'imperatore non la vede cos replic Quieto mentre si aggiustava la corazza con cui pensava di entrare in combattimento tra meno di un'ora. Erano alla secunda vigilia e il cambio di guardia tra la seconda e la terza era il momento scelto dall'imperatore per iniziare la battaglia.

Per Marte, mi sorprende che un uomo della tua esperienza non riconosca che questa decisione non  necessaria e molto rischiosa insistette Adriano.

Proprio perch ho esperienza ho imparato a distinguere tra gli imperatori che conducono i loro eserciti al suicidio e quelli che li conducono alla vittoria e alla grandezza di Roma si difese con un tono irritato l'ufficiale africano. Inoltre, come lo stesso Cesare ha ricordato a tutti, anche Scipione attacc di notte i suoi nemici, e con successo.

Perch non aveva alternativa. Era in trappola. Non  il nostro caso. Per Marte, questo  un errore, Lusio Quieto.

Se il nipote dell'imperatore ne  cos sicuro, credo che sarebbe meglio che ne parlasse direttamente con il Cesare.

Adriano abbass lo sguardo. L'imperatore non mi ascolter... ci sono certe questioni di famiglia...

Non voleva entrare nei dettagli, ma aveva notato che ogni volta che arrivava il corriere da Roma, Traiano si mostrava ancora pi distante con lui: Vibia Sabina continuava ad avvelenargli la testa, tutto per un paio di schiaffi che Adriano le aveva dato, ben meritati dato il disprezzo con cui lei lo aveva trattato.

Adriano scroll la testa e torn a guardare il capo della cavalleria. Ma l'imperatore invece ascolter certamente Quieto.

Lusio neg con decisione. No, non discuter con l'imperatore. Il Cesare  deciso e io star sempre dalla parte di Traiano. Sempre sottoline fissando gli occhi socchiusi di Adriano che, senza smettere di tenere la testa china, guardava di sottecchi il legatus africano.

Il pronipote di Traiano decise di archiviare quella frase di Quieto nella memoria, Io star sempre dalla parte di Traiano, e annu. Buono a sapersi da che parte stava quel legatus. Doveva sapere su chi poter contare in futuro e su chi no. Per lo meno, quella spedizione sarebbe servita a questo.

Accampamenti dacichi e sarmatici

I Daci dormivano.

C'erano alcune sentinelle appostate, poche, ai confini delle tende erette dall'esercito di Vezinas. E la maggior parte di loro si era addormentata appoggiata a un albero o seduta su una pietra.

Anche i Sarmati dormivano. Un po' pi a sud, a un paio di miglia dall'accampamento dacico. Akkas, tuttavia, aveva ordinato che due pattuglie di cavalieri armati facessero delle ronde intorno alle loro posizioni durante tutta la notte: una aveva il dovere di vegliare i cavalli e l'altra di vigilare sul riposo dei guerrieri. Non era per paura dei Romani, che, come Vezinas, anche lui riteneva molto lontani da l, ma perch non si fidava troppo dei Daci, ai quali piaceva rubare durante la notte, perfino ai propri alleati. Erano gi avvenuti dei furti e Akkas aveva saputo che gli ufficiali dacichi avevano negato tutto con i loro superiori. La miglior strategia era evitare che qualcuno osasse rubare grazie a delle pattuglie di sorveglianza.

Fu proprio uno di questi cavalieri sarmatici il primo a notare qualcosa di strano.

Che succede? chiese il guerriero al comando della pattuglia quando uno dei Sarmati ferm il proprio cavallo.

L disse indicando verso nord, oltre i fal dell'accampamento dacico.  come una grande ombra, come se una nuvola strisciasse per terra.

All'inizio il sarmata al comando non vide nulla. L'et gli aveva danneggiato la vista, ma si rese conto che il resto dei cavalieri, pi giovani di lui, annuivano con la testa, cos si sforz ancora e alla fine lo vide: era come se mille piccoli alberi camminassero sotto la poca luce della luna che filtrava dalle nuvole. Non aveva mai visto nulla del genere.

Cosa sar? domand l'altro cavaliere, ma prima che l'ufficiale o qualsiasi altro dei Sarmati potesse aggiungere qualcosa esplose il fragore del combattimento. Le grida dei feriti e il rumore delle spade erano inconfondibili.

Esercito romano

Questa volta, Traiano si mantenne nella retroguardia. L'insistenza di Liviano e Quieto aveva prevalso sulla sua ansia di capeggiare il combattimento, ma rimaneva comunque ben attento all'avanzamento delle sue truppe. Le grida dei Daci, brutalmente svegliati da sangue e morte, lo convinse che tutto stava andando per il verso giusto.

Accampamento dacico

Aaargh! grid l'ennesimo dace mentre cadeva ai piedi di un ausiliario della V legione che stava attaccando proprio dal centro, come il resto degli ausiliari della VII e della XII. Questi avevano aperto lo scontro, come era consuetudine negli eserciti romani. Favoriti dalla notte e dall'enorme effetto sorpresa, erano riusciti ad abbatterne a decine prima che i Daci potessero reagire e iniziare a serrare le fila.

Allarme! Allarme! gridavano disperati gli ufficiali dacichi che svegliandosi di soprassalto si erano ritrovati attaccati da una moltitudine di nemici.

Cosa succede? domand Vezinas uscendo dalla tenda mentre gli schiavi gli mettevano addosso la corazza da combattimento.

Ci attaccano da tutte le parti, pileatus! E sono migliaia! Da tutti i fianchi!

Vezinas poteva commettere errori, ma non era un codardo.

Dove sono i Sarmati?

Un po' pi a sud.

Che montino a cavallo e vengano ad appoggiarci! Non sono la nostra cavalleria? Per Zalmoxis, li voglio qui immediatamente! E i nostri nghina devono rimanere insieme. L'ultima cosa che dobbiamo fare  disperderci. O i Romani ci cacceranno come conigli spaventati.

Non possono essere i Romani os dire uno degli ufficiali.

Ma Vezinas non si disturb a rispondergli. Aveva cose pi importanti di cui occuparsi che la cocciutaggine di uno stupido ufficiale. Solo i Romani avrebbero osato attaccarli in quel modo e solo loro potevano riunire tanti uomini. Non c'era un altro nemico. Come avevano fatto quei maledetti Romani ad arrivare l cos presto? Ma quello non era il momento per le domande.

Avanguardia dell'esercito romano

Quieto avanzava con la cavalleria da un fianco. L'idea era di circondare i Daci per poter evitare la loro ritirata, ma quando fu sul punto di aggirare l'improvvisato accampamento nemico, una grande forza di cavalleria si gett su di loro.

Sono i Sarmati disse uno dei cavalieri africani.

Erano accampati pi a sud dei Daci, per tutti gli dei, per questo non li abbiamo notati rispose Quieto. Forse il nipote dell'imperatore aveva ragione e quella non era stata una buona idea, dopo tutto. Preparatevi a entrare in combattimento! Per Roma, per l'imperatore! url, e si lanci seguito da vicino dalla cavalleria africana contro i Sarmati che, pi lentamente, a causa del peso delle protezioni dei cavalli e dei guerrieri, avanzavano, pur senza fermarsi, decisi e ben armati contro di loro.

Avanguardia sarmatica

I Sarmati non avevano dovuto attendere la richiesta di Vezinas. Essendo stati i primi a rendersi conto dell'attacco romano, erano stati anche i primi ad accorrere in difesa.

Marzio aveva appena avuto il tempo di indossare la corazza e l'elmo. Era una fortuna che i Sarmati, durante una spedizione militare, avessero l'abitudine di lasciare un gran numero di cavalli pronti per il combattimento, con le protezioni da guerra sul corpo a titolo di precauzione. Durante la notte solo la met dei cavalli veniva liberata dalle armature, ma l'altra met no. E il contrario la notte successiva. Questo aveva permesso loro di reagire rapidamente.

Akkas capeggiava una prima forza di cavalleria perfettamente equipaggiata, di cui faceva parte anche Marzio, mentre il resto dei guerrieri preparava la seconda per il combattimento.

Per Bendis! url Akkas.

Lo scontro con la formazione romana fece tremare la notte.

Retroguardia romana

Traiano scrutava l'orizzonte dalla collinetta in cui si era posizionato con la retroguardia pretoriana.

 difficile vedere bene ci che sta accadendo con cos poca luce disse Liviano.

Traiano sapeva che quello era un modo sottile per fargli capire che, secondo l'opinione del prefetto del pretorio, le cose non andavano bene come aveva immaginato. Improvvisamente la luna fece capolino tra le nuvole e illumin il campo di battaglia. L'imperatore pot vedere che le sue truppe erano entrate come un cuneo nello spazio dell'accampamento dacico causando abbastanza perdite, ma il combattimento sembrava essersi bloccato una volta che il nemico si era ripreso e aveva cominciato a reagire ferocemente. Eppure, ci che lo preoccupava non era tanto la pronta reazione dacica, che i legionari e gli ausiliari avrebbero potuto tenere sotto controllo, ma il fianco sinistro: la cavalleria di Quieto non era riuscita a terminare la manovra di accerchiamento poich i cataphracti sarmatici gli si erano scagliati contro e li avevano bloccati all'improvviso. Infatti, Quieto era sul punto di essere obbligato a retrocedere e solo la sua lealt agli ordini ricevuti, devi circondare i Daci a ogni costo, riusciva a trattenerlo l. C'era il serio pericolo che i Sarmati annientassero la cavalleria e lo stesso Quieto, soprattutto se la seconda forza cataphracta che si stava avvicinando da sud si fosse unita ai cavalieri sarmatici della prima linea.

Bisogna ripiegare disse Traiano, non senza emettere allo stesso tempo un profondo sospiro di rassegnazione. Aveva sperato molto di pi sull'effetto sorpresa, ma combattere di notte, in realt, era complicato, e qualcuno dei nemici era stato di guardia. Che Quieto ripieghi con la cavalleria e che le legioni retrocedano ordinatamente! Di sicuro loro faranno lo stesso. Devono pensare a come reagire ora che sanno che siamo qui. E anche noi dobbiamo riflettere. Liviano, voglio te e Quieto e Adriano e i tribuni nella mia tenda prima che albeggi.

Adriano camminava ricoperto del sangue nemico. Si era battuto con valore. Doveva controbilanciare sul campo di battaglia le lettere di sua moglie Vibia Sabina se voleva recuperare la fiducia dello zio. Forse quel matrimonio non era stata una buona idea, dopo tutto.

Per Marte! Aveva un taglio all'avambraccio causato da una di quelle onnipresenti falces daciche. Non era grave, ma faceva male. Un medicus inizi a curarlo nel valetudinarium della legione V. Adriano restava in silenzio mentre lo bendava, ma quell'uomo stava curando la sua ferita un po' troppo lentamente. Ho ordine di riunirmi con l'imperatore immediatamente, quindi fai in fretta, medice.

L'uomo annu. Adriano continuava a maledire il suo matrimonio con Vibia. Plotina aveva pensato che fosse la via pi breve per guadagnarsi la fiducia dell'imperatore:  la nipote preferita del Cesare; questo ti avviciner alla successione pi di qualsiasi altra cosa. Ma Plotina non aveva messo in conto quanto quel matrimonio sarebbe risultato insopportabile a Vibia. Poi lui era stato violento con lei. Certo, sua moglie se l'era cercata. Avevano bisogno di un figlio, al pi presto, e lei non si mostrava sufficientemente collaborativa. Ora avrebbe avvelenato la mente dell'imperatore raccontandogli quanto fosse infelice con lui.

Adriano usc dalla tenda del valetudinarium senza nemmeno salutare il medicus. Lo preoccupava inoltre la questione della vestale, che continuava a non trovare soluzione. Se la sacerdotessa avesse parlato, lo avrebbe messo nei guai. Lui e altre persone. Ma il processo era stato rimandato. S, forse l si sarebbe risolto tutto. Le ultime vestali accusate di crimen incesti erano finite giustiziate, sepolte vive, esattamente come stabiliva la tradizione. Sicuramente quella sacerdotessa sarebbe andata incontro allo stesso destino e con lei sarebbe finita una parte di quel brutto sogno. Dovevano essere molto pi discreti, in futuro. Almeno fino a quando non avesse recuperato la fiducia del Cesare.

Era arrivato, senza nemmeno rendersene conto, al praetorium. Vide che Liviano e Quieto entravano. Era il suo turno. Non si pul il sangue dacico che gli ricopriva la corazza e la tunica. Che vedessero quanto aveva combattuto.

Accampamento dacico

Come  potuto accadere? chiese Akkas urlando a squarciagola.

Vezinas gli ordin di abbassare la voce e il sarmata gli obbed, ma ripet la domanda, con pi decoro nel tono ma con la stessa rabbia.

Come  potuto accadere questo?

Non lo so. Non ho idea di come abbiano saputo del nostro attacco e ancora meno di come abbiano potuto arrivare fin qui tanto velocemente replic Vezinas come se sputasse le parole. Intorno a lui c'erano gli altri pileati dacichi, il re Susago e alcuni capi sarmatici. I Romani hanno ripiegato continu. Questo  l'essenziale ora, ci d tempo per riorganizzarci.

Ma come  accaduto? torn a domandare Akkas, al quale non piacevano le domande lasciate senza risposta, e non gli importava che colui che evitava di rispondere fosse uno dei Daci pi potenti della corte di Decebalo. Si stavano giocando la vita e colui che li comandava in quella spedizione si stava rivelando poco pi di un buono a nulla.

Non lo so ripet Vezinas portando la mano all'impugnatura della spada. Tu lo sai, forse?

Akkas non arretr. Anche Marzio, proprio dietro di lui, aveva portato la mano all'impugnatura dell'arma, come aveva fatto il resto dei presenti in quel teso incontro che aveva luogo alle prime luci di un'alba troppo sanguinosa per i gusti di tutti.

No, non lo so, ammise il sarmata ma io non sono al comando di questo esercito.  compito di chi comanda sapere dove si trova il nemico in ogni momento e, se non lo sa, non  una buona idea allontanarsi tanto dal fiume come abbiamo fatto.

Vezinas rest in silenzio per un istante. Ingoi l'orgoglio con la saliva densa. Non era il momento di rompere l'alleanza con i Sarmati, non in terra nemica ed essendo probabilmente in inferiorit numerica rispetto alle forze romane. Improvvisamente, tutto in quella spedizione era cambiato.

Come hai detto bene, Akkas, sono io, Vezinas, colui che ha il comando, e ordino che ripieghiamo immediatamente verso Adamclisi. L ci riprenderemo e studieremo le mosse del nemico.

Io credo che dovremmo dirigerci verso il fiume disse allora Susago, il re dei Rossolani, che fino a quel momento era rimasto in silenzio. Nemmeno lui era contento di come si erano sviluppati gli eventi. I suoi guerrieri, accampati tra l'accampamento dacico e quello sarmatico, non avevano avuto la peggio in quell'attacco, ma il re rossolano era pi preoccupato per il prossimo futuro. Ora c'erano varie legioni romane vicine al confine con il suo regno. E questo non era stato previsto in ci che avevano patteggiato.

Andremo verso il fiume quando potremo rispose Vezinas al re Susago, con fermezza ma con pi rispetto di quando si era rivolto ad Akkas. I Romani intralciano la nostra strada verso il fiume. Al momento,  meglio ripiegare verso Adamclisi e poi vedremo in che modo raggiungere il Danubio.

Nessuno aggiunse altro. Nemmeno Akkas. Si limit a voltarsi e a uscire dalla tenda seguito da Marzio e dal resto dei suoi guerrieri.

 un imbecille disse Akkas quando fu fuori.

Marzio annu. Ma... cosa facciamo? chiese l'ex gladiatore.

Ripieghiamo con i Daci e i Rossolani verso Adamclisi, esattamente come ci hanno ordinato. Non  il momento di dividerci. E, come ha detto lui, dopo decideremo il da farsi.

Nel praetorium dell'esercito romano

Li seguiremo fino a provocare una battaglia campale disse Traiano.

Erano tutti l: Quieto, Liviano, Adriano e i tribuni militari di pi alto rango. Il legatus africano assent senza esitazione. L'imperatore continu a parlare.

Gli taglieremo la strada verso il fiume.  l che cercheranno di andare. Avanzeremo in parallelo al Danubio. A un certo punto dovranno fermarsi e scontrarsi con noi se vogliono tornare in Dacia. E coster loro la vita.

Uno scontro frontale pu finire con una sconfitta, augusto. Fu Adriano che os avanzare un argomento tanto negativo.

L'imperatore lo guard attento, notando la sua uniforme macchiata di sangue. Vedo che hai combattuto con fervore questa notte, nipote. Questo ti fa onore, ma non ti d il diritto di contraddirmi se non porti argomentazioni a supporto di ci che dici.

Adriano non si intimor e fece un passo avanti. Posso parlare, allora? Con piena libert, Cesare?

Tutti qui possono farlo sentenzi l'imperatore. Ti ascolto.

Adriano inizi a parlare. Non cercava lo scontro con suo zio, voleva solo fargli capire che lui non era un inetto in questioni di strategia militare. Se nessuno osava discutere gli ordini del Cesare, secondo lui accettati sempre troppo frettolosamente, sarebbe stato lui a farlo. Perdere due o tre legioni non era una buona idea. Domiziano ne aveva perse due e non era pi riuscito a riprendersi da un tale disastro militare. Ora, nella Mesia Inferiore, c'erano tre legioni in gioco.

Abbiamo appena trentamila uomini contando le truppe ausiliarie; sicuramente qualcosa meno dopo la battaglia di questa notte, anche se non ci sono state troppe perdite n da una parte n dall'altra. I Daci devono essere quasi ventimila. Le forze sono pari, e ancora di pi se teniamo in conto che dispongono dell'appoggio dei maledetti cataphracti. Quella cavalleria corazzata ci ha fatto passare un brutto momento a Tape, e qui, in campo aperto, saranno ancora pi pericolosi. E ci sono anche i Rossolani.

Traiano annu. Riconosco che i cataphracti costituiscono un problema serio, ma che cosa proponi?

Avanzeremo paralleli al fiume, s, ma eviteremo lo scontro frontale. Come dice il Cesare, da un momento all'altro vorranno tornare in patria. Lasceremo che lo facciano. Poi raggrupperemo il nostro esercito con le legioni che abbiamo tra Tape e Blidaru, nel Nord, nella Dacia, e uniti marceremo di nuovo contro Sarmizegetusa.

Tutti tacevano. Nessuno sapeva decidere quale delle due opzioni fosse la migliore.

 un'idea, concesse Traiano ma non mi sono spostato fin qui con trentamila uomini per sfuggire al combattimento. Siamo in campo aperto e cercher una battaglia campale. La nostra cavalleria si occuper dei cataphracti. Ora discuter su come affrontare questo compito con Lusio Quieto, poich lui  il capo delle nostre turmae. Se non c' nessun altro che voglia aggiungere qualcosa, sapete gi ci che dovete fare. Iniziamo il nostro avanzamento immediatamente. I feriti andranno negli ultimi carri delle cohortes. Non voglio dare l'opportunit ai Daci di avvicinarsi al Danubio senza combattere contro di noi. Ci sono sfuggiti a Tape, nel finale della battaglia, e poi si sono rifugiati nelle loro fortezze. Ora che ho gran parte delle loro truppe in campo aperto penso di attaccarli come nessuno ha mai fatto prima.  la nostra occasione di indebolire Decebalo. Dobbiamo distruggere questo esercito. Ci porter il re della Dacia ad accettare una resa. E alz entrambe le mani.

Tutti si inchinarono e iniziarono ad abbandonare rapidamente il praetorium.

Lusio, resta disse il Cesare.

Quieto si ferm. L'imperatore aspett che tutti fossero usciti. Poi guard gli schiavi che ancora si trovavano all'interno della tenda e questi capirono subito che la loro presenza l era di troppo. Svanirono come stelle cadenti.

Mio nipote, anche se m'infastidisce ammetterlo, ha ragione sui cataphracti disse Traiano. Quieto lo ascoltava con gli occhi ben aperti. Per si  dimenticato di una cosa.

Di cosa si  dimenticato, augusto?

Degli arcieri precis l'imperatore.

Gli arcieri? Quieto non riusciva a capire.

Gli arcieri, Lusio si spieg Traiano. I cataphracti sono sempre un pericolo, ma insieme agli arcieri risultano letali. Gli arcieri lanciano raffiche di frecce che indeboliscono la nostra cavalleria e la fanteria causando molte perdite. A quel punto i cataphracti caricano e annientano la maggior parte dei sopravvissuti. Si ritirano e poi lanciano altre frecce. Questo hanno fatto in parte a Tape, sui fianchi, ma senza riuscire a gestire bene la situazione; poi li ha sorpresi l'arrivo di Tettio Giuliano, che ha sconvolto i loro piani. Ma questa  la strategia abituale e pi efficace dei cataphracti in combinazione con migliaia di arcieri.  ci che fecero in Asia, fino ad annientare sei legioni. Nella battaglia di...

Carre, quando era Crasso a comandare le truppe si arrischi a dire Quieto per dimostrare che stava iniziando a seguire il ragionamento del Cesare.

Esatto. Ma, Lusio, quante raffiche di frecce ci hanno lanciato questa notte?

Il legatus africano riflett un istante. Nessuna, Cesare.  stato un combattimento corpo a corpo. Forse... perch era notte?

 una possibilit, pu essere che non si azzardino a lanciare le frecce senza sapere bene dove o a chi stanno puntando; o pu essere che non abbiano avuto il tempo di preparare gli arcieri, ma non occorre tanto tempo per prendere un arco e delle frecce. Infatti, sono sicuro che nella disperazione per l'attacco notturno a sorpresa i loro capi avrebbero senz'altro ordinato agli arcieri di lanciare le loro frecce contro la massa oscura che li attaccava. No, Lusio, io credo che ci sia un altro motivo che spiega l'assenza delle raffiche di frecce questa notte. E rest in silenzio un momento; Quieto lo guardava con un brillio negli occhi. Io credo che non abbiano gli arcieri. Io credo, Lusio, che li abbiano lasciati sulle mura delle loro fortezze in Dacia, dove ci hanno causato tanto danno dalle fortificazioni, rendendo difficile il lavoro con le torri d'assedio, con le catapulte o con qualsiasi tentativo d'assalto. Io credo che abbiano lasciato gli arcieri perch non pensavano che avrebbero combattuto contro le legioni, ma solo distrutto e raso al suolo la regione.

Ma il Cesare non pu esserne del tutto sicuro...

No, non ne sono sicuro, Lusio Quieto, ma nella vita non esiste nulla di sicuro.  un'intuizione, una scommessa, ma una scommessa che credo possiamo vincere. Bisogna combattere contro i Sarmati, ma senza ferocia. Si tratta di isolarli nel combattimento corpo a corpo tra le legioni e la fanteria dacica. Allontanarli come fece Alessandro Magno con i Persiani a Gaugamela o Scipione a Magnesia contro i Seleucidi. I Sarmati vorranno avvicinarsi al fiume il pi possibile e lasciare la Mesia Inferiore in cui ora ci sono un po' troppi Romani per i loro gusti. Sono convinto che se lasciamo loro una via libera se ne andranno, se ne andranno verso nord...

E abbandoneranno i Daci alla loro sorte complet Quieto, orgoglioso di seguire la tesi dell'imperatore.

Questo credo. Questo spero. Se non lo fanno, dovremo tornare a ripiegare, ma io credo che lo faranno. E bisogna vedere anche quanto leale sar Susago. Sono sicuro che il re dei Rossolani non si aspettava di vedere tre legioni di Roma alle porte del suo regno. Bisogna entrare in combattimento e vedere come ognuno di loro reagir. Se si mantengono uniti resisteranno al nostro attacco, ma non sono sicuro che resteranno uniti.

Forse potremmo offrire del denaro a Susago perch tradisca i Daci e i Sarmati disse Quieto, anche se immediatamente abbass lo sguardo. Quella guerra era iniziata perch Traiano si era rifiutato di pagare a Decebalo il denaro che gli aveva promesso Domiziano, e ora lui gli proponeva di pagare un altro re. Ma, per la gioia di Quieto, l'imperatore non si mostr disgustato dall'idea.

 una possibilit.  pur vero continu il Cesare, come se stesse leggendo nei pensieri di Quieto, che abbiamo cominciato questa guerra con l'idea di non pagare pi nessun re a nord del Danubio, ma forse ora sarebbe pi importante cercare di dividere questi popoli. I Daci da soli possono essere sconfitti, ma con l'appoggio dei Sarmati e dei Rossolani e di altre trib sono molto forti. S, forse proporre un patto a Susago sarebbe una buona idea. E guard Quieto negli occhi. Invia dei messaggeri all'accampamento rossolano. Loro di solito si accampano separatamente dai Daci, come anche i Sarmati. Non ci perdiamo nulla a proporre ci che dici.

E con i Sarmati?

No neg l'imperatore con convinzione. Non conosco chi li guida. Contro i Sarmati useremo la strategia che ti ho spiegato: allontanarli dal campo di battaglia, sperare che non abbiano arcieri ad appoggiarli e... be', forse, dato che ti vedo disposto a provare cose nuove, potremmo usare una tecnica differente che spinga i Sarmati a decidere pi rapidamente di abbandonare i Daci.

Di che si tratta? domand Quieto piuttosto incuriosito.

Di una nuova arma, Lusio. Una nuova arma rispose Traiano. Qualcosa che i Sarmati ancora non hanno visto. Mi  venuto in mente guardando le corse delle quadrighe a Roma. Nei boschi a nord-est, tra le ripide montagne, non potevamo usare questa tecnica, ma qui, ad Adamclisi... L'imperatore sorrise. Forse  arrivata l'ora che i Sarmati vedano qualcosa del nostro glorioso Circo Massimo.

Lusio Quieto ascolt molto attentamente la descrizione di quel nuovo tipo di arma da combattimento. Ne fu ammirato. Ci sarebbero riusciti? Solo il campo di battaglia lo avrebbe stabilito. Infine, usc dalla tenda e lasci il Cesare da solo.

Traiano allora prese un piccolo scrigno di bronzo che portava sempre con s e una pesante chiave anch'essa di bronzo che teneva legata al collo; la introdusse nella serratura, si ud un clic e lo scrigno si apr. Estrasse alcuni papiri e si sedette di fronte al tavolo su cui erano dispiegate le mappe della regione. Mise i papiri sopra di esse. Non pot evitare di ricordare la reticenza con cui Svetonio li aveva appoggiati su quelle stesse mappe mesi prima, quando glieli aveva consegnati.

Traiano studi di nuovo uno dei papiri di Giulio Cesare con molta attenzione. Dopo un po' si appoggi allo schienale. Aveva commesso una stupidaggine a non seguire quei piani con la massima precisione. Era tutto l: l'attacco alla Dacia in doppia colonna, con due eserciti, partendo dal sud del Danubio, per poi confluire a Sarmizegetusa. Aveva pensato che sarebbe bastato un solo esercito, se avessero attaccato Tape e i monti Ora?tie. Era vero che aveva iniziato con due colonne, ma presto aveva riunito i due eserciti a Tape. Il contrattacco di Decebalo nella Mesia Inferiore mostrava chiaramente che per sconfiggere la Dacia era necessario un progetto pi ambizioso. S, aveva bisogno di un secondo esercito proveniente dalla Mesia Inferiore e per questo era importante che i Rossolani cessassero di appoggiare Decebalo. Che peccato non avere Giulio Cesare in persona, l, in quella tenda, per poter discutere con lui del piano. Sorrise. Sicuramente non ci sarebbe stato molto dibattito: Giulio Cesare avrebbe deciso che cosa fare e lui avrebbe eseguito gli ordini. E non gli sarebbe dispiaciuto. In ogni caso questo era impossibile... ovvero parlare faccia a faccia, ma il piano del divino Giulio era l e lui, Marco Ulpio Traiano, portava il suo nome come titolo di merito. Il minimo che poteva fare era tentare di essere alla sua altezza.

Si serv da bere. Non volle chiamare gli schiavi. Sul tavolo c'erano una caraffa di vino e una d'acqua, e ciotole e coppe. Non aveva bisogno di un inserviente per versarsi una coppa di vino e quello, in un certo senso, era un momento molto intimo. Aveva pensato di condividere con Lusio Quieto gli scritti di Giulio Cesare, ma poi aveva deciso che era ancora troppo presto. Sarebbe arrivato il momento, senza dubbio, ma ancora no. Lusio Quieto doveva prima arrivare a credere in se stesso. Quindi, quando si fosse sentito forte, capace e all'altezza del suo destino, sarebbe giunto il momento di rivelargli l'autentica grandezza di ci che aveva scritto Giulio Cesare in quei papiri. O, che poi era lo stesso, condividere con lui il sogno di un dio. Un sogno che tuttavia aveva bisogno delle braccia forti di un imperatore, o di due imperatori, per renderlo realt.

Chi sarebbe stato il suo successore?

Adriano?

Bevve un sorso dalla coppa.

Adriano?

Marco Ulpio Traiano neg con la testa.

Suo nipote non era un sognatore. Anche se gli piacevano la poesia e le arti. A Adriano piaceva sognare con le parole, con la pittura e con la musica, certamente, ma Adriano non era capace di sognare di... cambiare il mondo.

Longino?

Un altro sorso di vino.

A Longino doveva tutto, gli doveva la vita, ma era un invalido. Sapeva che, nonostante il suo valore, Longino era rispettato nelle legioni solo perch era suo amico. Era orrendamente ingiusto, ma era cos.

Con Quieto era diverso. Il problema grave con Quieto era la sua origine nordafricana. Roma era pronta per un imperatore nordafricano dopo un ispanico?

Altro sorso di vino.

Avevano bisogno di vittorie. Solo con le vittorie si poteva cambiare il destino di Roma. Questo, e niente pi, era l'unica cosa che Roma accettava.

Vittorie.

Ricord allora il papiro che aveva dato a Menenia prima di partire da Roma. Era l'ultimo degli scritti di Giulio Cesare. Quello che pianificava il sogno pi impossibile. Sarebbe arrivato, prima o poi, il giorno in cui lui, Traiano, avrebbe chiesto alla vestale di riconsegnargli quel papiro per dare inizio all'ultimo piano del divino Giulio Cesare?

59

I DOCETI

Efeso
Gennaio del 102 d.C.

Per mesi Giovanni era stato molto debole. Dall'arrivo a Efeso, Ignazio aveva potuto a malapena parlare con l'anziano maestro. Al suo posto, il vecchio cristiano di Antiochia si era intrattenuto con tutti quelli che andavano a casa dell'ultimo discepolo di Cristo e aveva letto gli scritti che lo stesso Giovanni aveva redatto sulle proprie esperienze di vita. A Ignazio il libro della rivelazione, l'Apocalypsis, pareva enigmatico e confuso. Non aveva ben chiaro cosa si dovesse decifrare in quelle visioni, ma non aveva nemmeno avuto l'opportunit di disporre di un paio d'ore di seguito per dialogare con il maestro e sviscerare i messaggi occulti del libro. Gli apparivano pi comprensibili, tuttavia, i papiri in cui Giovanni aveva raccolto, in greco, i momenti pi importanti degli anni in cui era stato discepolo di Ges. Ignazio leggeva muovendo le labbra e pronunciando a voce bassa le parole che lo riportavano in un mondo di ricordi, di storie dei suoi genitori e dei suoi nonni e che ora poteva leggere dalla mano di qualcuno che era stato vicino a Ges in persona, non solo un giorno, come nel suo caso, ma svariati anni. Giovanni stesso glielo aveva raccontato in altre occasioni, ma sembrava che averlo l, per iscritto, fosse... pi reale, pi forte, pi potente:

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Pilato disse loro: Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra legge.

I Giudei gli dissero: A noi non  permesso uccidere nessuno.

Pilato, allora, entr di nuovo nel pretorio, chiam Ges e gli disse: Tu sei il re dei giudei?.

Chiede di te disse una donna anziana che si prendeva cura da mesi di Giovanni. Ignazio alz lo sguardo.

Arrivo subito. E si alz, ma, al tempo stesso, gir il papiro e continu a leggere i ricordi del suo amato maestro su Ges:

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Ges rispose (a Pilato): Tu dici che sono re. Per questo sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza della verit. Chiunque  dalla verit ascolta la mia voce.

Pilato gli disse: Cosa  la verit? e, detto questo, usc di nuovo verso i Giudei e disse loro: Io non trovo in lui motivo di condanna.

Ignazio alla fine lasci il papiro accanto al resto degli scritti del suo mentore. Entr nella stanza piccola ma ben ventilata da una delle poche finestre di quella abitazione in cui Giovanni giaceva gravemente malato.

Non abbiamo potuto parlare molto in tutti questi mesi disse Giovanni.

Devi riprenderti rispose Ignazio, ma l'altro neg con la testa.

Ho gi vissuto mille vite, Ignazio. La mia longevit  un caso strano, un miracolo di Dio, ma anche i miracoli finiscono.  arrivata l'ora di andare e riunirmi a Lui e ti dir che... sono felice, se non fosse... E qui s'interruppe per tossire. Faceva fatica a parlare, ma questa volta non c'era pi tempo; il recupero sperato non sarebbe mai arrivato. Sei venuto da molto lontano per vedermi e il mio tempo sta per terminare disse con sforzo, e alz un poco il braccio destro perch Ignazio non lo interrompesse con parole di conforto. Dimmi, amico mio, onestamente, come vanno le cose? Cosa succede in questo mondo?

Ignazio, capendo che avevano solo pochi istanti, fece un veloce riassunto.

I Romani stanno combattendo una guerra mortale a nord del Danubio, molto lontano da qui. Il loro imperatore ci ha dimenticati, almeno per il momento. I cristiani sono soggetti ai piani individuali di ogni governatore e in ogni provincia la situazione  differente. Il peggio, nonostante ci,  la separazione che c' tra noi: giudei e gnostici si sono divisi, ognuno con il proprio credo. I doceti, che seguono i dettami gnostici, pur riconoscendo la divinit di Ges rifiutano di accettare che fu anche un uomo mortale come noi, rifiutano la sua sofferenza sulla croce e non celebrano l'eucarestia e, a volte, come  successo a me a Myra, ci tradiscono e vogliono consegnarci agli stessi Romani. I giudaizzanti si allontanano ogni giorno di pi da Cristo. E ci sono quelli che ricordano ancora le parole di Ges, come te, come me e come tutti quelli che ci ascoltano. Evaristo, che occupa il posto di Pietro a Roma, ha ordinato che si tengano in disparte questi giudaizzanti e i doceti, soprattutto questi ultimi, dai cristiani autentici; ma qui in Asia, a Efeso, o nella mia stessa citt Antiochia e in molte altre, i doceti si sono rafforzati e potrebbero avere il sopravvento su di noi e soppiantarci in ogni luogo.

Giovanni fece una smorfia di dispiacere e tristezza. Per questo la mia felicit di riunirmi con Ges non  completa, perch vedo il disordine che regna sulla Terra e temo per tutti e per tutto, e temo pi di ogni cosa che tutti dimentichino Ges. Sarebbe terribile, soprattutto ora che la fine del mondo si avvicina.

Questo mai, maestro. Cercher di fare in modo che non lo dimentichino, che questo non accada. Siamo ancora in molti a restare sulla retta via e ci sono i tuoi scritti e gli scritti di altri discepoli. Nessuno dimenticher Ges.

I papiri si perdono, si disfano... disse Giovanni. Le parole si dimenticano... Bisogna pensare a qualcosa, Ignazio, per preservare il ricordo di Ges. Senza di Lui il mondo  condannato. I Romani rifiutano di accettarlo e faranno tutto ci che  in loro potere perch nessuno, alla fine dei tempi, conosca il nostro Signore... Mi dispiace, Ignazio... so che sei venuto a Efeso in cerca di risposte da parte mia agli enormi dubbi che ti tormentano in mezzo al disordine di questo mondo, e io ti lascio solo alcuni papiri e le mie paure... Dimmi che sarai forte, Ignazio, dimmi che lo sarai...

Sar forte, maestro, lo sar... E prese la mano rugosa di Giovanni.

Il discepolo di Cristo guard Ignazio e torn a parlare con gli occhi colmi di un incredibile bagliore.

I doceti sono nati da noi; tuttavia, non erano dei nostri. Se lo fossero stati, sarebbero rimasti con noi. Di conseguenza, Ignazio, che non si creda a chiunque si considera ispirato: che si metta alla prova la loro ispirazione, per comprovare se viene da Dio, perch sono apparsi nel mondo molti falsi profeti. [...] Tutto ci che riconosce Ges Cristo manifesto nella carne, viene da Dio. E tutto ci che nega Ges come uomo, non viene da Dio, ma  ispirato dall'Anticristo, e l'Anticristo  gi in questo mondo2. Giovanni chiuse gli occhi e sospir profondamente prima di tornare a ripetere, alla fine: L'Anticristo  gi in questo mondo... Questi doceti faranno finire tutto... se vincono. Il ricordo di Ges scomparir... Tu sai gi che i doceti sono l'Anticristo... La questione ... ce la farai contro di loro?

L'ultimo rantolo si avvicinava, gli occhi di Giovanni divennero bianchi all'improvviso. Ignazio si chin e aggiunse solo poche parole all'orecchio del suo maestro.

Ce la far.

E Giovanni rilass il corpo, chiuse gli occhi e smise di respirare.

Ignazio si alz lentamente e usc dalla stanza per lasciare che ripulissero il corpo del suo maestro. Quindi and nella sala accanto e si sedette di nuovo tra i papiri di Giovanni.

Ce la far gli aveva detto. Ignazio guardava a terra. Aveva mentito al suo mentore per consolarlo nell'ultimo momento della sua vita terrena, ma ora si sentiva sopraffatto. Come sconfiggere i doceti, come imporsi a loro? Ogni giorno erano di pi coloro che negavano i miracoli di Ges e, soprattutto, quelli che negavano che avesse sofferto il martirio come uomo. Forse Giovanni aveva ragione, questo mondo era ormai perduto e il ricordo di Ges condannato all'oblio.

Guard i papiri...

Si alz.

Doveva combattere contro i doceti. Ges e i suoi insegnamenti non permettevano di combattere con il sangue, ma con le parole s. Con le parole.

1. La presente citazione e la seguente corrispondono ai versi del Vangelo di Giovanni trovati nel papiro P52 o Rylands; sono alcuni degli estratti pi antichi con paragrafi del Nuovo Testamento datati tra l'anno 100 e l'anno 150 d.C. La traduzione segue la versione di Giovanni 18, 31-33 e 18, 37-38, in Nuovo Testamento. Bibbia di Gerusalemme, EDB, 2009. La parte in neretto indica le parole leggibili nel papiro.

2. In corsivo gli estratti originali della Prima lettera di Giovanni.

60

L'ULTIMA ALBA

Torre di avvistamento vicino al Danubio nella provincia della Mesia Inferiore
Gennaio del 102 d.C.

Ne rimanevano quattro. E tutti erano convinti del fatto che quella sarebbe stata la loro ultima alba.

La situazione nella torre di avvistamento era peggiorata notevolmente dall'attacco dacico ad Adamclisi. Le torri pi vicine a loro, a est e a ovest, erano state incendiate, come gran parte delle fattorie e delle ville della regione. Tutto ci che intravedevano dall'alto della costruzione strategica erano colonne di fumo e numerosi gruppi di cavalieri dacichi, rossolani, sarmatici. Era come se tutte le vestigia di Roma fossero scomparse intorno a loro. Erano pi soli che mai. Una unit di guerrieri dacichi li aveva attaccati due notti prima. Erano sopravvissuti perch Tiberio Claudio Massimo, l'ufficiale in comando, aveva avuto la buona idea di ritirare la maggior parte della paglia all'esterno e di portarla all'interno della torre perch non potessero usarla per incendiare la palizzata che la circondava. Anche tenere tutta quella paglia secca all'interno era rischioso, perch qualsiasi freccia infuocata nemica avrebbe potuto generare il disastro finale. Tuttavia, i Daci non sembravano avere molti arcieri o, se li avevano, se n'erano andati con l'avanguardia dell'esercito in direzione ovest e sud.

Riusciremo a resistere, duplicarius? domand il legionario pi giovane a Tiberio Claudio Massimo.

Abbiamo ancora viveri e acqua per diversi giorni rispose l'ufficiale con una certa serenit, nell'intento di infondere tranquillit all'inesperto munifex, ormai terrorizzato. Ci che non dobbiamo assolutamente fare  abbandonare la torre come hanno fatto gli altri.

I quattro legionari che mancavano avevano deciso di disertare e fuggire, una notte, approfittando del turno di guardia in cui il duplicarius riposava. All'alba del giorno successivo avevano scoperto che erano morti, infilzati da diverse lance nemiche di fronte alla palizzata dell'accampamento. Dovevano averli uccisi pi lontano, perch nessuno aveva sentito le grida, ma i Daci li avevano riportati alla porta della piccola fortificazione per schiacciare il morale gi debole di coloro che ancora resistevano all'interno. E la loro strategia stava funzionando. Ora riposavano a turni di due. Mentre una coppia di legionari vigilava, gli altri due cercavano di dormire, ma nessuno riusciva ad abbandonarsi a pi di un timido dormiveglia.

Erano sfiniti, esausti. Solo Tiberio Claudio Massimo manteneva un certo autocontrollo. Quando le cose vanno male l'unica soluzione  la disciplina, seguire gli ordini e pensare che i superiori sanno quello che fanno. Questo avevano detto a Massimo pi volte nelle lunghe sessioni di addestramento, ma ora, in mezzo a una guerra come quella, in una postazione sperduta, mentre le truppe nemiche avanzavano a decine, forse a centinaia di migliaia in territorio romano, quel consiglio non sembrava molto utile. Loro si erano comportati secondo la disciplina, avevano comunicato l'attacco ad Adamclisi con i segnali di fuoco, come era loro dovere, e non avevano abbandonato la torre, ma da allora avevano ricevuto solo attacchi a intermittenza da parte del nemico e vivevano una lenta attesa il cui finale non poteva essere altro che la morte. E sicuramente una morte orribile. Erano giorni che Tiberio Claudio Massimo pensava seriamente all'opzione del suicidio. L'unica cosa che lo aveva trattenuto fino a quel momento era il fatto di avere tre uomini sotto il suo comando.

Duplicarius disse uno dei legionari mentre scendeva dall'alto della torre.

Che succede? chiese l'ufficiale cercando di mettere da parte il turbinio di pensieri oscuri che opprimeva la sua mente da ore.

Il duplicarius deve vedere questo. ... la fine.

Il legionario stava piangendo.

Salirono all'interno fino a raggiungere il punto pi alto della torre.

L indic il soldato mentre deglutiva e si puliva col dorso della mano il moccio che non riusciva a tirare su con il naso.  l'esercito dacico al completo. Vengono da questa parte.

Massimo guard verso ovest, era vero: Daci, Sarmati e Rossolani. La maggior parte, se non tutti, erano dei barbari che avevano attraversato la frontiera e ora tornavano ad Adamclisi. Il giovane legionario continuava a piangere e Massimo comprendeva che la paura stava invadendo anche il cuore degli altri due uomini.

Un legionario non piange mai. Mai disse mentre pensava a come suggerire agli uomini che era meglio togliersi la vita o, forse, cercare di fuggire verso nord. Ma non avevano nulla con cui attraversare il fiume. E c'erano quei Daci, che li accerchiavano da giorni accampati di fronte alla palizzata. La fuga avrebbe significato solo provocare la morte in combattimento o una lenta agonia di terrore; e ci sarebbe accaduto solo se fossero sopravvissuti allo scontro, che sarebbe comunque terminato, una volta presi dal nemico, in una morte terribilmente dolorosa e umiliante. I Daci non avrebbero esitato a torturarli lentamente. No, la cosa pi ragionevole, pi onorevole, era il suicidio; e tuttavia... perch i Daci tornavano indietro?

Fu allora che li vide.

 l'imperatore, lo vedi? disse Massimo cercando di mantenere lo stesso tono sereno di sempre, mentre indicava pi a ovest. Proprio dietro l'esercito barbaro. E arriva con diverse legioni.

Gli occhi di Massimo brillarono e, prima che potesse evitarlo, una piccola lacrima scese sulla sua guancia. Rapidamente si asciug il volto con la mano. Nessuno se n'era accorto. Tutti guardavano verso ovest. Roma tornava in quella regione remota del mondo. Come aveva fatto l'imperatore ad arrivare tanto velocemente, e con tante truppe? Non lo capiva, ma proprio come lo avevano istruito, lui doveva solo eseguire gli ordini e confidare nella grande macchina delle legioni romane. E questo era ci che aveva fatto.

I Daci accampati accanto alla fortificazione montarono sui loro cavalli e si allontanarono in direzione dell'esercito dei loro condottieri. Davanti all'arrivo dell'imperatore di Roma sceglievano, saggiamente, di riunirsi ai loro capi. Improvvisamente quella torre non era pi tanto importante.

Massimo sorrise.

Sembra che ora siano loro ad avere paura. E, rapidamente torn serio e grid gli ordini ai propri uomini con decisione. Iniziate a pulire, per Marte! Qua sembra una porcilaia! O volete che le legioni del Cesare pensino che viviamo come maiali?

61

LA PIANURA DI ADAMCLISI

A sud del Danubio, Mesia Inferiore
Gennaio del 102 d.C.
Esercito dacico, sarmatico e rossolano

I giorni che seguirono lo scontro notturno si trasformarono in una specie di corsa parallela: Vezinas aveva ordinato che la fanteria dacica avanzasse verso est assieme alla cavalleria sarmatica, che si trovava a nord per proteggere il fianco; Susago aveva il compito di andare in avanscoperta coi suoi cavalieri per prevenire eventuali imboscate del nemico. Tuttavia le legioni romane marciavano nella stessa direzione, verso oriente, un poco pi a nord, parallelamente ai Daci e ai loro alleati, frapponendosi tra loro e l'accesso al Danubio. Se i Daci, i Sarmati e i Rossolani volevano tornare a nord del fiume, presto o tardi avrebbero dovuto scontrarsi con le legioni di Roma.

Un giorno di met gennaio, Vezinas sput a terra e alzando il braccio destro ordin di fermare l'esercito. Smont da cavallo e cammin accanto ai guerrieri della sua guardia con le mani sui fianchi, guardando a terra e mormorando maledizioni in dacico. D'accordo, per Zalmoxis disse infine fissando lo sguardo a nord, l dove s'intravedeva il profilo delle legioni di Roma. Se l'imperatore romano vuole la guerra, l'avr. Montate l'accampamento e chiamate Susago e i capi sarmatici!

Esercito romano

Si sono fermati, augusto disse un decurio di una delle turmae che controllavano i movimenti dei Daci a sud.

Dove? domand Traiano, avvicinandosi al cavaliere. L'imperatore camminava per mantenere il passo di marcia, come faceva sempre chi era in testa alle legioni.

Il decurio smont da cavallo e indic un punto verso sud. Sono l, Cesare, a Adamclisi.

Adamclisi ripet l'imperatore tra i denti. Qui  cominciato il loro attacco. Mi va bene.  giusto che qui termini ci che non avrebbero mai dovuto iniziare. E si volt verso Liviano, Lusio Quieto e Adriano. Organizzate tutto per il combattimento.

Liviano e Adriano si mossero immediatamente, avendo ben chiaro quale fosse il loro incarico, ma Quieto rimase inchiodato dallo sguardo penetrante del Cesare che, appena soli, ne approfitt per rivolgere alcune parole al capo della cavalleria.

Sai gi ci che mi aspetto da te.

Quieto annu e si port il pugno destro al petto. Questo inorgogl il Cesare. Non era il momento per le parole. Coraggio, unit e lealt era ci di cui avevano bisogno. La questione era stare a vedere se anche i nemici possedevano lo stesso ardire, la stessa unit e fedelt tra di loro. Da questo dipendeva tutto.

La pianura di Adamclisi

Traiano aveva disposto una formazione di attacco con le cohortes delle legioni V, VII e XII in triplex acies, cio con le unit seconda, quarta e settima davanti, le cohortes terza, quinta e nona dietro e nella retroguardia le quattro cohortes di uomini pi esperti e meglio preparati, quindi la prima, la sesta, l'ottava e la decima di ogni legione come riserva. Davanti alle legioni, in prima linea, c'erano gli ausiliari britanni e illirici e di tutte le province dell'Impero, in un complesso amalgama di razze e culture differenti che, nonostante tutto, costituiva una brutale forza d'impatto.

L'imperatore mise Adriano al comando delle legioni. Gli ausiliari erano comandati dai vari ufficiali, ma tutti dipendevano dagli ordini dell'imperatore. Sul fianco destro dell'esercito romano, Traiano dispose la cavalleria di Lusio Quieto, in modo che questa si trovasse ad affrontare la cavalleria pesante dei Sarmati. Sul fianco sinistro, Liviano, come prefetto del pretorio, comandava parte della cavalleria pretoriana, con i singulares accanto a varie turmae di cavalieri delle legioni, che si trovavano cos ad affrontare la cavalleria dei Rossolani. Infine, Traiano aveva predisposto anche una unit speciale di carri proprio dietro la cavalleria di Quieto. Questa era la nuova arma che aveva ideato. Avrebbe potuto distribuire i carri dietro entrambe le cavallerie, ma aveva deciso di concentrarli per usarli dietro le forze di Quieto. I cataphracti sarmatici erano, senza dubbio, il suo maggiore timore. I carri rimanevano cos completamente nascosti dai cavalieri nordafricani e romani.

Di fronte a loro, Vezinas si era situato proprio dietro la fanteria dacica che aveva posizionato nel centro, per fermare l'avanzamento delle legioni romane. Contava sull'appoggio della cavalleria sarmatica a un'estremit e dei cavalieri rossolani all'altra, per proteggere i fianchi. Le forze di entrambi gli eserciti, trentamila effettivi ciascuno, erano pari, visto che i Daci avevano raggruppato tutti i contingenti dispersi per la regione. Vezinas non si sentiva a proprio agio con le forze divise in egual misura, ma il maledetto imperatore romano non gli aveva lasciato altra alternativa.

Nel frattempo, il re Susago osservava la cavalleria romana che aveva di fronte a s con un'espressione oscura, mentre all'altro lato della pianura, Akkas e Marzio discutevano sulla migliore strategia da seguire.

Caricheremo frontalmente e lentamente disse Akkas. Le nostre corazze ci daranno un vantaggio nel corpo a corpo. Poco a poco guadagneremo terreno e se fuggiranno potremo attaccare le legioni dalla retroguardia. Questo sbilancer il combattimento.

Marzio assent. La proposta era logica, ma, pur non sapendo bene il perch, intuiva che l'imperatore romano aveva gi tenuto in considerazione la superiorit dei Sarmati. Li vedo molto sicuri di s disse.

Anche la legione XXI Rapax si present con spavalderia comment Akkas mentre si aggiustava l'elmo e ora non esiste pi.

Avanguardia romana

Adriano si guardava alle spalle. Non era affatto sicuro che quello scontro sarebbe terminato con una vittoria. Suo zio sembrava non avere alcun dubbio, ma Adriano non vedeva risolta la questione della cavalleria sarmatica e rossolana. Temeva che in qualsiasi momento l'una o l'altra, o anche entrambe le cavallerie barbare, travolgessero improvvisamente i cavalieri di Quieto e Liviano e che lui si sarebbe trovato circondato dalle orde nemiche. No, a Adriano quella battaglia non piaceva affatto, ma in quel momento non aveva altra scelta che dirigere l'attacco delle legioni in modo coordinato, secondo le istruzioni di suo zio. Inspir profondamente. Gli costava ammetterlo ma aveva paura, un panico che, nonostante tutto, stava tenendo sotto controllo con grande sforzo. La sua fronte era madida di sudore, pur essendo in gennaio. Era una mattinata dal cielo nuvoloso. Arriv a desiderare anche che piovesse, ma quei nuvoloni non erano abbastanza scuri. No. Quel giorno ci sarebbe stata una battaglia campale, esattamente ci che suo zio desiderava dall'inizio della guerra.

Alle prese con la sua paura, Adriano si rese conto che l'unica cosa che gli dava un poco di speranza, anche se non voleva ammetterlo coscientemente, era che il suo orgoglioso zio non aveva mai perso quando le truppe erano sotto il suo comando. Adriano, in verit, non aveva mai desiderato che suo zio ottenesse grandi vittorie, ma quella mattina di gennaio dell'anno 854 dalla fondazione di Roma, era disposto a fare un'eccezione.

Traiano sollev il braccio. Alcuni istanti di tensione... e lo abbass.

Adriano si volt verso i bucinatores. All'attacco, per Marte! All'attacco!

Le cohortes seconda, quarta e settima di ognuna delle tre legioni si misero in marcia appena i centurioni udirono le trombe romane suonare a guerra. Nove cohortes pi le truppe ausiliarie avanzarono in formazione contro il nemico. I Britanni e gli Illiri aprivano l'attacco romano lanciando terribili grida di guerra, seguiti dagli ausiliari di tutti gli angoli dell'Impero. Ora non esisteva possibilit di marcia indietro. La follia era cominciata.

Esercito dacico

Vezinas, seguendo le istruzioni di Decebalo in caso si fosse entrati in combattimento contro i Romani in campo aperto, aveva copiato, almeno parzialmente, lo stile di combattimento delle legioni. Per questo aveva diviso le sue forze di fanteria in due grandi sezioni, in modo che quella che era nella retroguardia potesse rimpiazzare la prima linea quando i guerrieri di questa si fossero trovati sfiniti. Vezinas vide i mercenari che combattevano per i Romani lanciarsi all'attacco con una furia immane e ordin alla sua prima linea di fanteria di iniziare ad avanzare contro quei venduti a Roma.

Avanzate, per Zalmoxis, avanzate! Darma, Darma!

E la prima linea dacica cominci coraggiosamente a camminare brandendo le pericolose falces, tentando di superare il timore che gli infondevano le orde di nemici che correvano verso di loro come una gigantesca tempesta di rabbia e odio.

Lo scontro ebbe luogo in mezzo alla pianura. Decine di Britanni e Illiri sentirono immediatamente le affilate lame delle armi daciche che tagliavano braccia e gambe. Il loro coraggio iniziale e le loro grida affogarono nel frastuono assoluto di uno scontro brutale e senza redenzione possibile. I Daci scalfivano pelli, scudi e protezioni con le loro lunghe falces, mentre gli ausiliari romani che riuscirono ad avvicinarsi abbastanza ai Daci brandivano spade e lance contro gli elmi nemici, il loro torace, i loro scudi o la prima cosa che incontravano. L'importante era infilzare, attaccare, mordere se necessario quando si cadeva a terra feriti o per un brutto scivolone. Il sangue degli uni e degli altri inizi a schizzare ovunque.

Retroguardia romana

Presto nessuno grid pi se non quando veniva ferito. Nel corpo a corpo non c'era tempo n modo di sprecare energia in inutili urla. E arrivava un momento, nel mezzo del frastuono e della follia, in cui la maggioranza pensava solo a continuare a uccidere e uccidere per sopravvivere, ma senza ordini, senza strategia. I bravi legati sapevano capire quando questo momento giungeva all'avanguardia del loro esercito, e Marco Ulpio Traiano era stato legatus per anni prima di diventare imperatore.

Che le prime cohortes sostituiscano gli ausiliari! ordin, e i bucinatores trasmisero le istruzioni con le trombe.

Adriano annu e ripet l'ordine al fronte. Le cohortes seconda, quarta e settima delle legioni V, VI e XII di Roma entrarono in combattimento attraverso i passaggi che gli ausiliari aprivano nella loro ritirata.

Retroguardia dacica

Facciamo lo stesso? domandarono alcuni pileati a Vezinas.

No, aspettiamo rispose il capo dacico. Vezinas era ben cosciente di avere a diposizione solo due linee di combattimento, mentre i Romani ne usavano di pi. Inoltre, aveva la sensazione che gli ausiliari avessero sofferto pi dei suoi uomini in quel primo scontro. I nostri li vedono ritirarsi e credono che abbiano paura. Questo dar loro la forza per scontrarsi con la seconda linea romana aggiunse con spavalderia.

Tutti i nobili dacichi riuniti attorno a lui pensarono che il loro capo avesse ragione.

Retroguardia romana

Traiano guard allora entrambi i fianchi del suo esercito e fece segnali a Quieto e Liviano. Questi si portarono il pugno al petto e misero i loro cavalli in testa alle forze di ogni lato.

Fianco sinistro romano

Il prefetto del pretorio sguain la sua spatha e la brand in alto mentre scuoteva le redini del cavallo e iniziava a galoppare contro i Rossolani.

Per Marte, per il Cesare, per Roma!

Per Marte, per il Cesare, per Roma! ripeterono all'unisono i singulares, i cavalieri pretoriani e quelli della cavalleria delle legioni.

Fianco destro romano

Lusio Quieto imit Liviano. Cavalcava gi al galoppo sul suo cavallo, ma al posto della spada impugnava con forza una possente lancia. I suoi nemici erano i corazzati sarmatici. Si doveva attaccarli a distanza. Nel corpo a corpo erano pi forti. E preg che non ci fossero gli arcieri.

Tutti ai miei ordini! url Quieto. Lance! Morte o vittoria! Morte o vittoria!

E la cavalleria nordafricana, la migliore unit a cavallo delle legioni di Roma, si lanci contro un nemico di pietra, invincibile, impossibile.

Fianco sinistro dell'esercito dacico, sarmatico e rossolano

Andiamo disse Akkas.

Andiamo ripet Marzio.

I pesanti cataphracti sarmatici iniziarono ad avanzare sulla pianura di Adamclisi. La terra cominci a tremare.

Scudi in alto! ordin Akkas. Per un momento pens che sarebbe stato bello poter contare sugli arcieri che erano rimasti sui monti Ora?tie, ma restava comunque convinto di uscire vittorioso da quello scontro con la cavalleria romana.

Tutti i cavalieri sarmatici si coprirono con le proprie armi difensive. Sapevano che sarebbe piovuto ferro sulle loro teste. Tutti i loro nemici cercavano di fare la stessa cosa. Ci sarebbero state alcune perdite, ma poi... poi sarebbe stato il loro turno. E non avrebbero avuto alcuna compassione.

Retroguardia romana

La seconda linea di cohortes! esclam Traiano. Ora!

Prima linea dell'esercito romano

Adriano ud i bucinatores e ordin il nuovo spostamento delle prime cohortes con la seconda fila di unit che entravano per rinvigorire il combattimento. Per Adriano quel cambio era troppo anticipato. Era vero che cos si mantenevano sempre gli uomini in prima linea a pieno rendimento, ma era convinto che questo avrebbe poi costretto le cohortes di riserva finali, quelle degli uomini pi esperti, a entrare troppo presto in battaglia, in un momento in cui ancora non sarebbe stato chiaro ci che sarebbe accaduto ai lati. In caso di sconfitta di uno dei due estremi della formazione dell'esercito, quelle unit esperte avrebbero potuto essere ancora necessarie sui fianchi piuttosto che in avanguardia. Ma, nonostante i suoi dubbi, Adriano non ebbe il coraggio di discutere gli ordini di suo zio nel bel mezzo di una gigantesca battaglia campale.

Cohortes terza, quinta e nona! Al fronte! url.

Retroguardia dell'esercito dacico

I pileati guardarono Vezinas. Questa volta s, pensavano che fosse conveniente rimpiazzare gli uomini di prima linea che avevano resistito all'attacco brutale degli ausiliari romani prima e a quello di prima linea delle cohortes poi. Forzarli a resistere a un terzo attacco senza dare loro un attimo di riposo era eccessivo, ma Vezinas non controllava il fronte ma i fianchi: alla sinistra della sua posizione i Sarmati si erano lanciati contro la cavalleria romana di quel settore, ma sul fianco destro il re Susago non aveva ancora dato ordini ai suoi cavalieri.

Perch non attacca quell'imbecille di Susago? si domand.

Cavalleria rossolana nel fianco destro dell'esercito dacico

Susago rimaneva immobile, come una statua equestre, circondato dai suoi pi fedeli seguaci. L'imperatore romano gli aveva fatto arrivare dei messaggeri con una proposta interessante: se si fosse ritirato dal campo di battaglia e avesse abbandonato i Daci e i Sarmati al loro destino, il Cesare s'impegnava a non attaccare i territori dei Rossolani e a rispettare il loro governo; accennava anche alla possibilit di pagare dell'oro come compenso. I Rossolani avrebbero poi dovuto permettere ai Romani di attraversare il Danubio per dirigersi a Sarmizegetusa Regia e attaccare Decebalo passando attraverso i loro territori.

Susago osservava la cavalleria pretoriana lanciarsi contro i suoi cavalieri mentre avvertiva gli sguardi di tutti i nobili in attesa del suo segnale d'attacco. Ma, soprattutto, Susago avvertiva lo sguardo di Vezinas fisso su di lui. Ma i dubbi lo divoravano dentro: Vezinas aveva promesso un'invasione della Mesia Inferiore rapida e senza quasi nessuna opposizione; il capo dacico non si era stancato di ripetere pi e pi volte che l'imperatore romano era molto lontano, nei monti di Ora?tie, nel cuore della Dacia, troppo occupato negli assedi alle fortezze di Decebalo per spostarsi fin l, e tanto meno alla velocit con cui lo aveva fatto. L'imperatore romano come aveva potuto sapere con tanta rapidit dell'invasione della Mesia Inferiore? Questo ormai non importava.

Susago deglut. E se i Sarmati avessero ricevuto una proposta simile da parte di Traiano? Guard verso sinistra e vide che Akkas aveva dato l'ordine di attacco a tutti i suoi cavalieri. Se anche i Sarmati avevano ricevuto una simile proposta, di certo non erano intenzionati a patteggiare con l'imperatore romano, ma questo perch la guerra si stava gi combattendo nelle loro terre del Nord. Susago, invece, sapeva che patteggiando ora avrebbe avuto la possibilit di mantenere i suoi territori intatti e l'opzione di un premio in oro e argento... senza altri sforzi...

I pretoriani stavano caricando... i suoi nobili lo stavano guardando...

Caricate con un terzo dei cavalieri! ordin Susago. Il resto attenda le mie istruzioni.

Aveva bisogno di tempo. Doveva vedere come si sviluppava il combattimento e allora, solo allora, avrebbe deciso. Pur cosciente di non poter ritardare per molto la sua ritirata, oppure l'imperatore romano non l'avrebbe giudicata efficace per cambiare il corso della battaglia. Non sapeva che fare.

Un terzo! Solo un terzo dei cavalieri! Ma con ferocia! esclam Susago.

E un contingente di Rossolani si lanci al galoppo per intercettare la guardia pretoriana che si stava minacciosamente avvicinando. Ubi per turmas advenere, vix ulla acies obstiterit. Sed tum umido die et soluto gelu neque conti neque gladii, quos praelongos utraque manu regunt, usui, lapsantibus equis et cataphractarum pondere. Id principibus et nobilissimo cuique legimen, ferreis lamminis aut praeduro corio consentum, ut ad versus ictus impenetrabile, ita impetu hostium provolutis inhabile ad resurgendum. [Quando (i Rossolani) caricano con i loro squadroni quasi nessun esercito saprebbe tenergli testa. Ma allora, in quella giornata umida e di disgelo, non valsero n lance n spade, che impugnavano, lunghissime, a due mani, perch i cavalli scivolavano, e anche il peso delle armature. Tale armatura, che protegge i capi e tutti i nobili, intrecciata in parte con lamine di ferro, in parte con cuoio durissimo, come  impenetrabile ai colpi, cos impedisce di rimettersi in piedi, se si  stati atterrati dallo slancio dei nemici1.]

No, un rossolano non doveva lasciarsi disarcionare dal suo cavallo. Combattevano per tutto o niente. Per questo tutti li temevano. Per questo li rispettavano.

Retroguardia dell'esercito dacico

Vezinas continuava a guardare verso la postazione di Susago.

Per Zalmoxis! Perch non carica con tutta la cavalleria? domandava ai suoi uomini.

Forse come noi preferisce mantenere una riserva si arrischi a dire uno dei pileati.

Forse ripet Vezinas, ma non era molto convinto.

Nel frattempo, tutti l sembravano essersi dimenticati dell'avanguardia, dove la prima linea di combattimento dacica resisteva contro il duro, terzo attacco delle fresche nuove cohortes nemiche.

Scontro tra la cavalleria di Quieto e i Sarmati

Ora! Lanciate! grid Lusio Quieto mentre lanciava la sua arma.

Le lance romane volarono attraverso il cielo della Mesia tracciando archi perfetti. Arrivarono fino a un punto alto nell'orizzonte di quel mondo di frontiera, poi cominciarono la loro discesa mortale in cerca di sangue nemico.

Akkas e Marzio e il resto dei Sarmati ricevettero quella pioggia protetti dai loro scudi. La maggior parte dei cavalieri e degli animali resistette alla tempesta letale grazie alle armi difensive e alle corazze, anche se alcuni furono feriti e cadendo a terra tirarono gi qualche altro cavallo e cavaliere. Si cre parecchia confusione in quel lento avanzamento, ma la maggior parte dei Sarmati si riprese e continu al trotto dietro ai propri capi.

Ma i Romani erano gi l.

Akkas abbatt un primo cavaliere nemico con la sua lancia. Poi sguain la spada e and alla carica di un altro. Alla sua destra, Marzio lo appoggiava coprendogli bene il fianco e abbattendo un altro romano. E cos da tutte le parti. Molto prima di quanto si fossero aspettati, i Sarmati videro che i Romani si ritiravano.

Retrocedete! Retrocedete! ordinava Lusio Quieto ai suoi uomini. Aprite i passaggi!

Marzio, che aveva udito le istruzioni del capo della cavalleria romana capiva bene il retrocedete ma non comprendeva a che serviva quel aprite i passaggi.

Seguiteli! Per Bendis, seguiteli! grid Akkas con rabbia e poi si rivolse a Marzio. So che ci vogliono allontanare dalla battaglia, ma possiamo seguirli per un tratto. Questo risollever il morale dei Daci e cos magari Vezinas e i suoi cominceranno a fare il loro lavoro.

Marzio annu e spron con colpi di tallone il suo cavallo per continuare a rimanere accanto ad Akkas.

C' per qualcosa che non capisco disse il gladiatore.

Ti preoccupi sempre troppo rispose Akkas.

 possibile... ma perch hanno aperto quei passaggi? domand Marzio.

Akkas stava per aggiungere qualcosa mentre si puliva il sangue romano da una guancia con il dorso della mano, ma presto si dimentic di quelle parole e si rivolse al gladiatore con un'altra domanda.

Che cos' quello?

Non lo so rispose Marzio.

Dai passaggi che avevano aperto i cavalieri romani erano apparse decine di bighe, carri tirati da due cavalieri, che si lanciavano contro di loro a tutta velocit.

Scontro tra la cavalleria pretoriana e l'avanguardia dei cavalieri rossolani

I Rossolani combattevano con furia, e i pretoriani, anche se gi temprati dalle battaglie nella valle di Tape e nei monti Ora?tie, faticavano a sostenere un nemico che lottava con tanta ferocia.

Mantenetevi in formazione! grid Liviano nel tentativo di evitare che tutto ci si trasformasse in un incontrollabile ammasso di animali e guerrieri di entrambe le parti, ma i suoi uomini non riuscivano a obbedirgli, perch vari gruppi di Rossolani, brandendo le loro enormi spade, si aprivano il passo spezzando schiene, braccia, scudi, elmi o lance. Non importava ci che incontravano. Spaccavano tutto. Certo  che molti di quei terribili avversari venivano a loro volta abbattuti e, quando cadevano a terra, non riuscivano ad alzarsi per il peso delle loro armature, il che li rendeva facili prede dei singulares della guardia pretoriana. Ma ogni volta che uno di quei cavalieri cadeva, si portava dietro almeno un paio di pretoriani.

Ci nonostante Liviano vide che i Rossolani avevano mantenuto molti cavalieri di riserva. Il prefetto del pretorio pens di ordinare il ripiegamento dei propri cavalieri per organizzare un nuovo attacco, posizionando i pretoriani di retroguardia in prima linea di combattimento. Gli appariva infatti impossibile attaccare il nemico da quel fianco. S, Liviano iniziava a essere soddisfatto del mantenimento della posizione... ma proprio in quel momento alcuni capi rossolani ripeterono ordini che, senza dubbio, venivano dalla retroguardia. Con sorpresa del prefetto del pretorio, gli agguerriti combattenti si voltarono e si allontanarono non solo dall'area, ma si unirono al resto dei compagni che era rimasto di riserva, iniziando un trotto costante e veloce in direzione est... allontanandosi dalla battaglia.

Se ne vanno disse Liviano al vento, come se avesse bisogno di ripeterlo per crederci. Se ne vanno. I Rossolani se ne vanno.

Retroguardia dacica

Maledetto miserabile! Maledetto mille volte, Susago! Vezinas grid la propria rabbia con imprecazioni, parole d'odio e paura divise in parti uguali. Devo trovarti e ammazzarti, che tu sia maledetto! Codardo! Traditore!

Nessuno osava dire nulla, ma alla fine, di fronte all'incapacit del loro capo di capire ci che stava succedendo, oltre all'evidente tradimento del re dei Rossolani, uno dei pileati si arrischi a parlare.

Mio signore, la guardia pretoriana ci attacher dal fianco destro.

Gi lo so, cialtrone! Credi forse che non abbia gli occhi? Ordina alla fanteria di riserva che copra questo fianco e che tutti siano maledetti!

E cos, i guerrieri dacichi che si erano preparati per rimpiazzare la prima linea di combattimento, quella che stava lottando ora contro il secondo turno di cohortes legionarie, venne completamente spostata per coprire il fianco destro e fermare l'avanzamento della cavalleria pretoriana.

Cavalleria sarmatica

Nel frattempo, sul fianco sinistro dacico, i Sarmati guardavano i carri che si avvicinavano al galoppo.

Cosa pretendono di fare? domand Marzio.

Non ne ho la minima idea, ammise Akkas ma resisteremo al loro attacco con una fila compatta. I cavalli romani non vorranno andare a sbattere e finiranno per bloccarsi. Nessun cavallo vuole sbattere contro l'altro, e non li hanno accecati. I cavalli dei carri vedono che siamo davanti a loro. Si fermeranno. E in caso contrario, li fermeremo noi... E si rivolse ai suoi uomini: In linea! Per Bendis, in linea!.

Le bighe romane si avvicinavano a loro al galoppo attraverso i passaggi che i cavalieri nordafricani di Roma avevano lasciato. Lusio Quieto si ferm per vedere cosa stesse accadendo. Avrebbe funzionato la strategia di Traiano?

Sono l! In formazione! ripeteva Akkas ai suoi nella propria lingua.

Marzio alline il cavallo al fianco di quello di Akkas e insieme a lui si aggiunse un altro cavaliere sarmatico e poi un altro e un altro ancora. Mancavano duecento passi, centottanta, centosettanta, centosessanta e, improvvisamente, un giavellotto sibil nell'aria e lacer la protezione metallica di uno dei guerrieri sarmatici che stava alla sinistra di Akkas, come se quell'uomo fosse stato nudo. Nessuno di loro cap chi avesse lanciato quel giavellotto. E poi ne arriv un altro, e un altro, e il risultato era sempre lo stesso: si trattasse di cavallo o guerriero sarmatico, ci che veniva raggiunto da quei giavellotti cadeva trafitto, tra tremende urla di dolore, attraversato come da gigantesche saette mortali. Nessuno poteva lanciare un proiettile del genere con una forza tale da attraversare le protezioni corazzate dei Sarmati. Nessuno.

Provengono dai carri! disse Marzio. Hanno montato sui carri degli scorpioni leggeri, balestre che gettano giavellotti, e ci stanno attaccando con quelli!

I cavalli dei carri romani non andarono a sbattere contro nulla, anzi, appena lanciato un giavellotto, giravano su se stessi rimanendo cos a un centinaio di passi dal nemico e poi tornavano verso la retroguardia.

Quanti ne sono caduti? chiese Akkas, nervoso. Quanti?

Una trentina rispose Marzio.

I Sarmati non erano abituati a perdere tanti uomini in un solo attacco, e ci dipendeva dalle loro corazze; ma davanti ai giavellotti di quelle carrobaliste le protezioni erano inutili.

Bene. Ora tornano i cavalieri disse Akkas con coraggio. Ce la faremo. Dobbiamo ucciderne una trentina per pareggiare i conti.

A Marzio parve sensato. Quello o fuggire. Ma non appena i cavalieri romani videro che i Sarmati tornavano alla carica, si allontanarono aprendo i passaggi ancora una volta. In quell'intervallo, gli artiglieri dei carri caricarono nuovamente le balestre e si lanciarono contro i Sarmati.

Per Bendis! Questa volta non li aspetteremo come delle statue! Non abbiamo gli arcieri, quindi dovremo fare tutto da soli! grid Akkas. Alla carica! E brandendo una lancia si gett con furia contro uno dei carri.

In ogni biga c'erano due romani. Uno che conduceva e l'altro che caricava la balestra.

Per Giove! grid il conducente del carro all'artigliere.

Tira a quel guerriero! Centralo!

L'artigliere punt verso Akkas e tir il giavellotto a gran velocit, ma questi si chin fino a piegare il corpo completamente sopra al cavallo ed evitando cos la saetta mortale. Quindi arriv all'altezza del carro, afferr con forza la sua lancia e...

Aaargh!

Come se fosse un cinghiale sul punto di essere arrostito, Akkas infilz il conducente del carro e lo butt gi dal veicolo. Questo rimase senza controllo, gir su se stesso e si ribalt trascinando con s la balestra, l'artigliere e i cavalli che tiravano il carro, quindi fin rotolando sulla pianura di Adamclisi.

Aaaaah! grid Akkas con trionfante furore.

E decine dei suoi guerrieri si lanciarono per ripetere il suo eroismo, acclamando il loro capo. Ma i Sarmati che cercarono di emulare Akkas ebbero diversa fortuna. Un paio, almeno, caddero vittime dei proiettili degli scorpioni; altri non raggiunsero l'obiettivo ma non furono nemmeno abbattuti dai giavellotti delle macchine romane, e alcuni riuscirono a uccidere il conducente o l'artigliere del carro che stavano affrontando. In totale sei bighe finirono sfracellate in quel nuovo scontro. I carri sopravvissuti, ventotto ancora, ripiegarono con successo per tornare a ricaricare di nuovo le armi, ma non si sentivano pi tanto sicuri e valorosi.

Dovete puntare ai cavalli! ordin Lusio Quieto agli artiglieri dalla sua postazione, mentre i cavalieri tornavano a coprire la ritirata strategica dei carri che avevano bisogno di un intervallo per caricare le armi. I cavalli sono obiettivi pi grandi e avrete meno probabilit di fallire, e un sarmata diventa inutile senza il suo cavallo! Ai cavalli!

Fianco sinistro dell'esercito romano

Quando Liviano vide che i Rossolani fuggivano e si allontanavano dal campo di battaglia non aspett istruzioni, ma si lanci con ardire contro l'ala non protetta dell'esercito dacico. Tuttavia, mentre si stavano avvicinando ed erano sul punto di attaccare l'avanguardia nemica, le truppe di riserva dei Daci, una grande falange di guerrieri armati delle pericolose e lunghe falces, apparve davanti a loro dalla retroguardia della formazione. Ci nonostante i cavalieri pretoriani si lanciarono alla carica contro i soldati nemici e lo stesso fecero i cavalieri delle turmae legionarie che accompagnavano la guardia pretoriana, ma tanto gli uni come gli altri ricevettero i crudeli colpi delle armi daciche. Il sangue riprese a scorrere da ambe le parti, ma la posizione difensiva dei Daci fu mantenuta.

Retroguardia dell'esercito romano

Augusto... il legatus Adriano... chiede... l'intervento... delle cohortes... dei veterani... Cesare. Il messaggero era arrivato correndo dalla prima linea di combattimento e riusciva a malapena a parlare.

Marco Ulpio Traiano strinse le labbra e fiss l'orizzonte mentre diceva a bassa voce: Ancora no... non  ancora il momento.... E continu a studiare ogni fronte della battaglia: sul fianco sinistro Susago, il re rossolano, si era ritirato senza quasi combattere; quello era stato un bel tradimento che sarebbe stato ricompensato a tempo debito. L'imperatore non si sentiva particolarmente orgoglioso di quello stratagemma, ma Decebalo aveva tradito la parola data in numerose occasioni e tempo prima Traiano si era ripromesso che se avesse dovuto usare le sue stesse armi per sconfiggerlo lo avrebbe fatto. Ancora non sapeva che quando qualcuno comincia a utilizzare i metodi del nemico, costui, in un modo o nell'altro, essendo il miglior conoscitore di tali metodi, finir per restituire quei colpi causando un infinito dolore. Ma in quel momento Traiano non pensava a questo, neppure poteva concepire simili idee. L'imperatore riconosceva solo il vantaggio: la fuga dei Rossolani avrebbe obbligato i Daci a impiegare le proprie truppe di riserva non per rimpiazzare l'avanguardia, che doveva essere esausta, ma per coprire il fianco che era rimasto scoperto. Era questione di tempo e l'avanguardia dacica avrebbe ceduto. E non disponevano degli arcieri. Non li avevano usati n al fianco dei Rossolani, n con i Sarmati n al centro. Senza gli arcieri si trattava solo di insistere e continuare nell'attacco. Alla fine tutta la formazione nemica avrebbe ceduto.

Che entrino di nuovo in battaglia gli ausiliari! ordin. Hanno avuto abbastanza tempo per riposarsi!

Le istruzioni furono trasmesse alle truppe.

Traiano vide che le cohortes terza, quinta e nona di ogni legione si ritiravano e che i Britanni e gli Illiri e il resto degli ausiliari entravano di nuovo in combattimento urlando come fiere selvagge. Bene. Adriano voleva le cohortes dei veterani, ma a Traiano preoccupava di pi il fianco destro. L, i Sarmati, disorientati dall'irruzione delle carrobaliste, avevano superato l'effetto sorpresa della nuova arma e avevano rovesciato almeno una decina di bighe. Quell'invenzione contribuiva a tenere a bada i Sarmati, ma sembrava che n le carrobaliste n i valorosi cavalieri di Quieto potessero piegare quei guerrieri corazzati, n allontanarli dalla battaglia. Mancava qualcosa a quei carri, ma ora, nel mezzo della pressione del combattimento, non riusciva a pensare chiaramente n ad arrivare a una qualche conclusione.

L, Cesare disse Aulo, il tribuno di massima fiducia dell'imperatore.

Traiano guard dove indicava il pretoriano, ma non riusc a distinguere bene ci che aveva richiamato l'attenzione dell'uomo.

Sto invecchiando, tribuno ammise. Dimmi a cosa ti riferisci.

L, nella retroguardia, Cesare. Sembra che Vezinas si stia ritirando con i suoi guerrieri. Mi pare che il capo dell'esercito dacico stia...

Fuggendo concluse Traiano, questa volta con un largo sorriso di soddisfazione sul volto.

Retroguardia dell'esercito dacico

Vezinas galoppava circondato da un piccolo gruppo di pileati e da un pugno di guerrieri che fungevano da sua guardia personale nella faticosa spedizione militare nella Mesia Inferiore. Con il tradimento dei Rossolani e l'avanguardia sfinita, sapeva che la sconfitta era solo una questione di tempo. Avrebbe potuto tentare una ritirata ordinata, ma aveva semplicemente paura, anche se si rifiutava di riconoscerlo. Non voleva rimanere l neanche un momento di pi. E inizi a correre col suo cavallo insieme ai pochi che erano rimasti con lui nella retroguardia durante la battaglia. Nel gruppo, legato al dorso di un cavallo, tenendosi a fatica e piegando il corpo per non cadere, cavalcava Mario Prisco, ma era troppo lontano perch qualche romano potesse riconoscerlo. Per coloro che li guardavano fuggire, quello non era altro che l'ennesimo guerriero dacico.

Prisco si sentiva il corpo tutto ammaccato, ma non aveva assistito con terrore allo svolgimento della battaglia. Sapeva che se i Romani avessero vinto lo avrebbero liberato. Forse sarebbe rimasto in esilio, ma dentro un ordine romano stabilito; tuttavia, con quella fuga inaspettata, il capo dacico apriva davanti a lui un nuovo orizzonte di incertezza. Prisco per non si abbandon alla disperazione. Anche nel peggiore dei casi, se quel vanitoso di Vezinas fosse riuscito a portarlo fino alla capitale della Dacia, in un nuovo contesto di sconfitta i suoi consigli e la sua idea su come assassinare Traiano sarebbero stati accolti dal re Decebalo con ancora pi interesse che se avessero ottenuto una vittoria su Roma. I giochi erano ancora aperti. Anche se Traiano poteva pensare di essere sul punto di ottenere una grande vittoria, forse, in realt, stava solo accelerando il suo nefasto destino. Prisco si afferr a questa idea con la rabbia della vendetta che cuoce nel fuoco lento del rancore.

Fianco sinistro dell'esercito dacico

La cavalleria corazzata sarmatica cercava di resistere a un nuovo attacco dei carri romani. Ne avevano distrutti quindici, ma quegli artiglieri continuavano ad abbatterli e i Sarmati avevano perso molti buoni guerrieri. Akkas era accecato dalla rabbia e non era disposto ad arrendersi.

Distruggeremo tutti quei maledetti carri, fosse l'ultima cosa che faccio nella mia vita, e a quel punto andremo a cercare la cavalleria romana e poi l'imperatore! esclam. E chiss se ci sarebbe riuscito.

Marzio parl alle sue spalle, approfittando della ritirata dei carri che si allontanavano per tornare a caricare gli scorpioni. Se ne sono andati! Se ne sono andati! gridava il gladiatore senza fermarsi.

Chi se n' andato? chiese Akkas alla fine.

Susago, i Rossolani e anche il miserabile Vezinas. La cavalleria romana sta circondando i Daci dall'altro fianco. E quel codardo di Vezinas sta scappando al galoppo verso nord-est, verso il fiume, e ci ha lasciato qui perch copriamo la sua fuga rispose Marzio indicando il piccolo gruppo di Daci che si allontanava dal campo di battaglia.

Akkas diger l'informazione rapidamente. Se Vezinas se ne sta andando, con i Rossolani fuggiti e senza gli arcieri ad appoggiarci, non saremo certo noi a rimanere. Andiamo verso nord-est. Indic alcune colline vicine. L il terreno  pi sconnesso e i carri non potranno inseguirci.

E se ci insegue la cavalleria romana? domand Marzio.

Allora ci fermeremo e lotteremo contro di loro. Ma credo che se lasciamo il fianco scoperto, la fanteria dacica sar un piatto troppo goloso perch perdano tempo con noi, che gli risulteremmo molto pi indigesti.

Marzio annu. Ancora una volta Akkas si stava dimostrando un capo affidabile. In quel momento gli dispiacque avergli rotto il naso, in passato.

Andiamo, disse quindi il gladiatore prima che tornino i carri.

Fianco destro dell'esercito romano

Lusio Quieto not che i Sarmati cominciavano a cavalcare tracciando una diagonale, verso nord-est, allontanandosi da loro e dalla battaglia.

Se ne vanno disse, e alz una mano per trattenere i carri ancora operativi.

Che cosa facciamo? chiese uno dei decuriones della cavalleria.

Quieto esitava. Guardava i Sarmati e guardava il fianco scoperto della fanteria dacica. Ricord le parole che Traiano ripeteva da Tape: Abbiamo bisogno di una grande vittoria contro i Daci, abbiamo bisogno di sconfiggerli in una grande battaglia in campo aperto; solo cos si arrenderanno. Lusio Quieto guard il decurio e indic la fanteria dacica. Andiamo da loro, dai Daci... Non ne deve restare uno vivo! E inizi a galoppare circondato dai suoi cavalieri pi fedeli. Per Roma, per il Cesare! Morte o vittoria! Morte o vittoria!

Retroguardia romana

Quando Traiano vide che i Sarmati fuggivano abbass per un momento lo sguardo. Dopo tanti anni di combattimento si sorprese che ancora gli dispiacesse dare quell'ordine. Ma era necessario. Per Roma, per l'Impero.

Alz molto lentamente la testa, si rivolse ad Aulo e gli parl con una seriet gelida che impression il tribuno pretoriano. Ora s. Che entrino in combattimento le cohortes di riserva.

Sar un massacro, Cesare rispose il pretoriano con l'orgoglio della vittoria.

Un massacro, s disse l'imperatore. Un massacro  ci di cui ha bisogno Decebalo per capire finalmente che contro di noi non ce la far mai. E si volt per tornare nella sua tenda. Era stanco.

Esercito dacico
Centro della pianura di Adamclisi

I Daci dell'avanguardia erano sfiniti. Improvvisamente si videro sorpresi sul fianco sinistro dalla cavalleria di Lusio Quieto. Si sarebbero dovuti voltare per combattere contro quei cavalieri, ma in quel momento gli ausiliari li attaccavano anche frontalmente con spade e lance, senza tregua. Erano circondati. Guardarono indietro in cerca del loro capo, ma Vezinas se n'era andato da tempo. Guardarono in cerca dei Sarmati o dei Rossolani, ma anche questi li avevano abbandonati. Cercarono le truppe di riserva, ma queste si sforzavano di trattenere la cavalleria pretoriana che attaccava anch'essa il fianco destro. E, improvvisamente, gli ausiliari si ritirarono ancora una volta. Questo diede loro un po' di respiro. Ma non sapevano che si trattava della calma prima della tempesta finale.

I legionari delle cohortes prima, sesta, ottava e decima delle legioni dell'imperatore entrarono in combattimento. Erano uomini esperti in guerra e non erano stanchi. Non erano intervenuti neanche per un istante durante quella lunga battaglia. Il Cesare dei Romani li aveva preservati per la carneficina finale. I Daci tentarono di affrontarli, ma le loro falces non potevano nulla contro quei legionari ben protetti su braccia e gambe, non come gli altri, non come gli ausiliari. I legionari veterani, i migliori, si avvicinavano in formazione perfetta, protetti dagli scudi, in un fronte compatto nel quale i Daci tentavano di trovare aperture, ma senza nemmeno potersi concentrare nel cercarle perch dovevano voltarsi costantemente per tenere a bada i cavalieri che li circondavano gettandogli lance dai fianchi e spade ovunque.

E improvvisamente cadde una pioggia di ferro, quella dei letali pila delle nuove cohortes dell'avanguardia nemica. Tutto era sangue e odore di morte e dolore: erano perduti, abbandonati, soli...

I Romani li uccisero per un'ora intera. Senza pausa n clemenza.

Due ore.

Tre.

Retroguardia dell'esercito romano

Traiano era seduto nella tenda del praetorium dell'accampamento. Non aveva bisogno di rapporti per sapere ci che stava accadendo. Aulo era sulla porta.

Tribuno! chiam il Cesare.

S, augusto rispose il pretoriano entrando nella tenda dell'imperatore.

 sufficiente. Che le legioni e gli ausiliari si fermino. Se i Daci consegnano le armi faremo dei prigionieri.

S, Cesare.

Traiano rifletteva in silenzio. Inviare una buona rimessa di schiavi dacichi a Roma avrebbe fatto tacere molti suoi nemici al senato.

Varie miglia a nord-est di Adamclisi

Cavalcarono in direzione nord, senza tregua.

Non mi pare che ci stiano seguendo disse Marzio.

Erano pi interessati alla fanteria dacica, ma non ci fermeremo prima di aver attraversato il fiume rispose Akkas.

D'accordo.

Marzio pensava solo a tornare da Alana e Tamura. La guerra non procedeva bene per loro. Dopo quel giorno i Romani sarebbero stati molto pi forti. O Decebalo patteggiava una pace o sarebbe stata la fine per tutti.

La pianura di Adamclisi

Nell'hora nona, mentre il sole calava sull'orizzonte, proprio sulle colline verso cui erano fuggiti i Sarmati, l'imperatore decise di attraversare il campo di battaglia. Questa volta non era stato come a Tape, con tanti cadaveri romani quanti quelli dei nemici. No, a Adamclisi la maggior parte dei morti e dei feriti e la totalit dei prigionieri erano Daci.

Il Cesare camminava sopra i cadaveri scortato da Liviano, Aulo e altri pretoriani e accompagnato da Lusio Quieto e Adriano.

Non dovremmo seguire i Sarmati o i Rossolani? chiese il nipote dell'imperatore.

Traiano neg con la testa. Con i Rossolani ho patteggiato disse e terr fede alla mia parola finch loro terranno fede alla loro. Se Susago ci permette di avanzare verso nord, attraverso le sue terre, intrappoleremo Decebalo tra due fronti, quello che stanno tenendo aperto Sura, Nigrino e Longino a Ora?tie da una parte e il nostro esercito dall'altra. E per quanto riguarda i Sarmati, la verit  che preferisco non dovermi scontrare altre volte con loro. Quei cataphracti continuano a essere il nostro principale nemico qui, sul Danubio, in Partia e nelle regioni in cui usano la cavalleria corazzata.

Le carrobaliste sono state una buona arma contro di loro comment Quieto.

Ragionevolmente buona, ma non abbastanza. Bisogna migliorarla. Ci penseremo disse Traiano continuando a camminare per la pianura.

Si trovavano esattamente all'altro estremo. L c'erano un muro mezzo distrutto e i resti di ci che doveva essere stata una villa romana. Vari pretoriani si addentrarono per verificare che non ci fossero nemici nascosti in ci che restava dell'edificio.

E si  confermato che i Daci non avevano gli arcieri come a Tape continu Quieto riconoscendo un'altra esattezza nella strategia che aveva pianificato Traiano.

L'imperatore si limit ad annuire, anche se gradiva il fatto che il capo della cavalleria apprezzasse l'intelligenza dei suoi piani militari.

E Vezinas? continu a domandare, da parte sua, Adriano.

Traiano sorrise. Lui  l'ultimo che penso d'inseguire. Magari Decebalo non lo uccidesse e gli permettesse di continuare a comandare le truppe daciche! Questo cialtrone  un grande alleato di Roma. Dovremmo premiarlo con una phalera o una corona.

Quieto e Liviano scoppiarono a ridere. Adriano sorrise appena.

Cos' questo? chiese Traiano appena le risate cessarono. L'imperatore indic le rovine della residenza romana distrutta all'estremo sud della pianura.

Qualcuno d'importante doveva vivere qui rispose Liviano.

S, ma chi? insistette l'imperatore.

In quel momento dalle rovine della villa romana usc Aulo, con dei papiri in mano. Sembrava molto serio, come se avesse trovato qualcosa di grave e rilevante.

Sono delle lettere, Cesare spieg il tribuno. Di un certo Prisco. Mario Prisco, senatore esiliato dall'imperatore nella Mesia Inferiore.

Traiano annu e allung il braccio per prendere i papiri.

Non rimane molto spieg Aulo.

Liviano, Quieto e lo stesso Aulo tenevano gli occhi fissi su quelle lettere che il Cesare aveva cominciato a esaminare, per questo nessuno si rese conto che Adriano cominciava a impallidire.

E improvvisamente...

Ave, Cesare! esclam Adriano con tutte le sue forze. Salute al grande imperatore di Roma! Marco Ulpio Traiano! Imperator Caesar Augustus!

E Liviano, Quieto, la guardia pretoriana e tutti i centurioni e ufficiali che si trovavano vicini, si unirono alle ovazioni urlate dal nipote dell'imperatore. A tutti parve giusto acclamare Traiano dopo quella vittoria assoluta e totale.

Traianus Imperator Caesar Augustus! Ave Cesare! Ave, ave, ave...!

Traiano non pot evitare di emozionarsi. Tutta la campagna militare di contrattacco nella Mesia Inferiore era stata una pericolosa scommessa. Aveva dovuto dividere il suo esercito in due, rinunciare a concentrarsi sugli assedi delle fortezze di Ora?tie per rispondere all'invasione dei Daci in Mesia; aveva costretto i legionari ad attraversare i passi innevati a marce forzate; aveva dovuto spostare la flotta dal Danubio a Drobeta; combattere una battaglia notturna contro il parere di molti dei suoi ufficiali senza assicurarsi una rapida sconfitta del nemico; aveva dovuto pianificare una battaglia molto complessa in campo aperto, in cui alla fine aveva ottenuto la tanto desiderata vittoria. S, si meritava quelle ovazioni e le grad. Consegn le lettere di Prisco, che non aveva tempo di leggere, ad Aulo, e questi le prese in mano con cura.

Adriano continuava ad acclamare lo zio con le braccia alzate, ma con lo sguardo seguiva molto attentamente il tribuno. Il nipote di Traiano abbass gli occhi quando l'imperatore si allontan, sempre acclamato dai centurioni delle legioni che si stavano riunendo l per ringraziare il Cesare di quella grande vittoria. Adriano non smetteva di seguire i movimenti di Aulo. Il tribuno pretoriano seguiva l'imperatore da vicino.

MARTI ULTORI [I]

IM [P(ERATOR) CAES]AR DIVI

NERVA[E] F(ILIUS) N[E]RVA

TRA]IANVUS [AUG(USTUS) GERM(ANICUS)]

DAC]I[CU]S PONT(IFEX) MAX(IMUS)

TRIB(UNICIA) POTEST(ATE) XIII

IMP(ERATOR) VI CO(N)S(UL) V P(ATER) P(ATRIAE)

?VICTO EXERC]ITU D[ACODUM]

?---- ET SARMATA]RUM

------------------------] E

A Marte, il dio della guerra, Cesare imperatore, figlio del divino Nerva, Nerva Traiano Augusto, che sconfisse i Germani, i Daci, Pontifex Maximus, tribuno della plebe per la tredicesima volta, proclamato imperator dall'esercito per la sesta volta, eletto console per la quinta volta, pater patriae, dopo la sconfitta degli eserciti dacichi e sarmatici.]

Iscrizione del Tropaeum Traiani eretto per ordine di Traiano ad Adamclisi per celebrare eternamente la sua grande vittoria sui Daci e i Sarmati.

1. Descrizione di Tacito sulla cavalleria rossolana in Historiae, I, 79

62

LE LETTERE DI PRISCO

Praetorium dell'accampamento
Due ore pi tardi, prima vigilia

Traiano era stanco. Aveva appena terminato di discutere delle prossime strategie con Lusio Quieto, Liviano, Adriano e vari tribuni militari. Essenzialmente si trattava di ritornare a nord passando per il territorio rossolano evitando cos che Decebalo potesse inviare nuove truppe nella Mesia Inferiore. Avrebbero lasciato una legione, la XII, ad Adamclisi, per assicurarsi che i Rossolani non iniziassero una campagna per conto loro, cosa che, tuttavia, appariva altamente improbabile dopo che avevano abbandonato l'esercito dacico alla sua sorte nel bel mezzo della battaglia.

Aveva anche ordinato la liberazione di un piccolo gruppo di Daci, una trentina, con lo scopo di lasciar loro attraversare il fiume affinch raccontassero ci che avevano visto: il loro grande esercito completamente sconfitto dalle legioni di Roma a sud del Danubio.

Scegli quelli che sembrano pi terrorizzati aveva detto Traiano a Lusio Quieto. Saranno i migliori ambasciatori a Sarmizegetusa.

S. Tutto era gi deciso, pronto.

Ora si trattava di riposare un poco.

Traiano era confuso riguardo ad Adriano. Il nipote aveva combattuto bene ad Adamclisi, e poi quelle celebrazioni davanti alle truppe erano state... emozionanti. S, era confuso riguardo al nipote per la prima volta da molto tempo. Forse lo aveva giudicato male, ma il fatto che rendesse infelice Vibia non gli risultava facile da perdonare. Forse sua nipote, dopotutto, era una giovane troppo capricciosa. Chiss...

Aulo! chiam l'imperatore.

Il tribuno, che si trovava come sempre appostato sulla porta della tenda imperiale, entr immediatamente. Traiano not che stava sudando anche se non faceva caldo. Come se fosse preoccupato per qualcosa.

Ave, Cesare! disse il pretoriano.

Le lettere di quel Prisco, dove sono? Le ho consegnate a te, non  vero?

S, Cesare ammise Aulo.

E allora? Dove sono?

Aulo deglut. Le ho perdute, Cesare.

Traiano si chin indietro sulla sua sella curulis. Che hai detto? Non riusciva a credere a ci che aveva appena udito.

Aulo avrebbe deglutito ancora, ma non aveva pi saliva. Non so cosa sia successo, Cesare. Le avevo portate nella mia tenda. Le avevo lasciate accanto alle mie armi di riserva, Cesare, e a una corazza nuova che avevo comprato a...

Non mi interessa dove compri le corazze, tribuno lo interruppe Traiano irritato.

Mi dispiace, Cesare. Mi dispiace. Il pretoriano abbass lo sguardo. Il fatto  che quando sono tornato questa notte, per portare le lettere al praetorium, erano sparite.

Traiano rimase qualche minuto in silenzio. E questa corazza che tanto apprezzi  ancora l? indag.

S, augusto.

 strano che si portino via delle lettere e che non rubino altre cose di maggior valore, non credi? comment l'imperatore.

 la stessa cosa che ho pensato io, Cesare. Mi dispiace, augusto...  stato un onore servire l'imperatore Traiano. E s'inginocchi come in attesa che l'ira imperiale cadesse su di lui.

Traiano sospir. Erano solo le lettere di un senatore corrotto, condannato all'esilio, tribuno disse con voce pi serena. Non mi pare una mancanza per la quale fare a meno di un uomo che si  sempre dimostrato leale ancor prima che fossi eletto imperatore. Alzati.

Aulo si alz. Non sapeva bene che dire.

Mi dispiace, augusto riusc a balbettare, con la lingua che gli si attaccava al palato. Non succeder mai pi una cosa simile. Lo giuro su tutti gli dei, sulla mia vita.

Bene. Non preoccuparti. Non credo che in quelle lettere ci fosse qualcosa di tanto importante da essere scambiato con la tua vita, Aulo. Ora lasciami riposare e non perdere pi ci che ti consegno.

Aulo non aggiunse altro e si port la mano al petto. Si gir, fece tre passi, era sul punto di uscire, quando la voce dell'imperatore lo ferm.

E Prisco?  comparso il suo cadavere?

Aulo si volt e guard di nuovo il Cesare. Sono stati trovati molti morti con tuniche e toghe romane nelle vicinanze della villa distrutta, ma tra i Daci, i lupi e gli avvoltoi sono rimaste poco pi che ossa.

Traiano annu. Sicuramente quel serpente di Prisco avr trovato la fine che meritava. N i Daci n gli avvoltoi sono tanto magnanimi con i traditori quanto lo sono stato io in passato.

Aulo annu ancora una volta, fece il saluto militare, si volt e usc dalla tenda. Quando fu all'esterno una lacrima gli scese sulla guancia sinistra. Se c'era qualcuno che lui voleva servire bene, altri non era che il Cesare, e lui aveva fallito. Provava disgusto per se stesso. Desiderava solo che la vita gli desse la possibilit di redimersi di fronte all'imperatore.

All'interno della tenda imperiale, Traiano torn a sedersi. Rifletteva. Era curiosa la strana sparizione delle lettere di Prisco... ma era stanco.

Chiuse gli occhi.

Si addorment.

63

FETELE ALBE

Sacro santuario dacico vicino a Sarmizegetusa Regia
Inizio di marzo del 102 d.C.

Mia signora, bisogna fuggire a tutti i costi pregava Zia, una schiava completamente terrorizzata, ma la principessa scosse la testa.

Puoi scappare tu, Zia, e le altre, se volete. Non chieder che vi trattengano. Ma non penso di abbandonare il sacro sito di Fetele Albe. Se i Romani vogliono uccidermi, questo  il luogo perfetto per la mia morte.

Dochia lasci le mani della sua schiava, che la strattonava per cercare un posto dove fuggire. Zia serviva da anni la sua signora. Era la sua padrona, ma si era sempre dimostrata buona e generosa con lei, e ora le era difficile abbandonarla. Vide che le altre schiave si allontanavano mentre Dochia camminava in direzione opposta, dirigendosi verso la via lastricata che portava alla dava, il luogo sacro di Fetele Albe. Zia scoppi a piangere, ma segu la sua padrona. Qualunque cosa fosse accaduta, avrebbe condiviso il suo destino.

Camminavano circondate da una decina di guerrieri dacichi, la scorta personale della sorella del re. I Romani erano riusciti ad accedere all'ultima delle terrazze fortificate del santuario vicino a Sarmizegetusa. Si udivano grida provenienti da ogni parte e rumori di spade, e urla di dolore. Dochia, a testa alta, con passi decisi, raggiunse il cuore del santuario: l si ergeva un cerchio sacro costruito con grandi pietre.

I Romani non saranno geras [misericordiosi] e ci uccideranno ripeteva Zia in continuazione.

Si udirono altre grida. Un reparto di legionari stava gi avanzando seguendo la via sacra. I guerrieri dacichi della scorta si avviarono verso di loro per sbarrargli la strada. Dochia, senza guardare indietro, continu a camminare fino a posizionarsi nel centro esatto del cerchio. Le pietre, enormi, dritte, guardavano il sole sotto il quale tanto sangue si stava versando quel giorno, sembravano dei vigilanti impassibili davanti al destino dei Daci... O forse no?

Zia segu la sua padrona fino alla met del cerchio, ma non os arrivare fino al centro. Era un luogo troppo sacro per una schiava come lei, anche se la padrona la chiamava con quel nome, Zia, che era quello di un'antica principessa dacica. La ragazza s'inginocchi allora sotto una delle grandi pietre singhiozzando senza sosta. A quel punto si guard alle spalle. I Romani avevano ucciso tutti i guerrieri dacichi. Questi ultimi avevano combattuto con valore e diversi nemici si trascinavano feriti o giacevano morti con le viscere aperte, dissanguandosi. I dodici daci erano stati tutti uccisi lungo il cammino, nonostante il loro vigore, e ora venivano calpestati dai legionari sopravvissuti, che avanzavano decisi e sempre pi vicini, in cerca di altro sangue, verso il centro della dava, il cerchio magico di pietre ancestrali. Avevano visto quella donna bellissima in mezzo alle grandi pietre; era un trofeo molto appetibile con cui saziarsi e vendicarsi.

In quel momento Dochia, sorella del re Decebalo, alz le braccia al cielo e implor il dio supremo.

Zalmoxis, dio dei Daci, onnipotente e invincibile, proteggi i tuoi servi dai nemici che osano versare sangue non consacrato nel tuo luogo sacro! Zalmoxis, proteggici da Roma!

Tiberio Claudio Massimo aveva sangue suo e dacico su ogni angolo dell'armatura e della pelle, sugli avambracci, sulle gambe e sul viso. Decorato da Traiano per aver lanciato il segnale dalla torre di Adamclisi, aveva ricevuto il suo premio maggiore: essere inviato al fronte di Ora?tie in qualit di avanscoperta dell'esercito imperiale. Aveva gi combattuto a Blidaru e Costesti e in quel momento era sul punto di ottenere la resa del santuario di Fetele Albe insieme a Sarmizegetusa. Ma Massimo non aveva tempo, in quel momento, per ricordare i suoi magnifici servigi all'Impero. Seppur sfinito dal combattimento, ricoperto di sangue e respirando con difficolt, era giunto a un grande masso eretto in quello che era uno strano raggruppamento di pietre in un cerchio misterioso. Nel centro del cerchio vide una donna giovane e bella, vestita di bianco, come una sacerdotessa di Vesta, che alzava le braccia al cielo e parlava nella sua lingua. Tiberio Claudio Massimo aveva appena ucciso altri due daci lungo il percorso di pietre che conduceva fin l. La fortezza di Fetele Albe era sotto il controllo delle legioni. Non sapeva bene che fare davanti a quella donna che pregava i suoi dei. Intuiva ci che gli uomini sotto il suo comando volevano fare e non li incolpava per questo, ma la figura di quella donna, l, in quel posto sacro ai Daci, gli apparve come uno spettro, bello e terribile.

Sta facendo una magia disse uno dei legionari che lo accompagnavano. Dovremmo ucciderla prima che sia troppo tardi.

Siamo nel suo tempio disse un altro. Qui lei  potente.  meglio uscire e aspettare.

Massimo vide che la paura si stava impadronendo dei suoi uomini. Lui stesso non sapeva se sarebbe stato facile avvicinarsi al centro di quel cerchio di pietre e uccidere quella sacerdotessa o ci che era. Esitava. Era stanco di combattere e di uccidere. Gli parve quindi un rischio non necessario addentrarsi oltre in quel luogo sacro ai Daci.

Circondate il cerchio, ma che nessuno vi entri ordin ai suoi uomini. E che nessuno tiri frecce o lance in questo luogo. Aspettiamo che arrivi il legatus. Decider lui cosa fare.

Longino tentava di avanzare senza calpestare altri morti. Era stato versato tantissimo sangue quel giorno. Nonostante la guerra e i legionari caduti e l'orrore di quella giornata, non poteva tuttavia evitare di ammirare le fortificazioni daciche, le loro imponenti mura, come anche la magnifica via lastricata che non aveva nulla da invidiare alla migliore delle strade romane. I Daci combattevano con la fierezza dei barbari, ma erano anche capaci di costruzioni impressionanti, di erigere grandi citt, palazzi e, a quanto dicevano, enigmatici luoghi sacri.

L gli disse il duplicarius che era accorso a cercarlo.

Proprio come gli aveva riferito quell'ufficiale decorato dallo stesso imperatore a Adamclisi, Longino not che alla fine della magnifica strada si innalzava uno strano santuario composto da enormi pietre disposte in modo da formare un circolo perfetto. Al centro di quello spazio sacro c'era una donna, in piedi, con gli occhi chiusi e la testa sollevata come se pregasse il cielo. Di tanto in tanto quella sacerdotessa, cos l'aveva chiamata il duplicarius, alzava le braccia come se si rivolgesse a un qualche essere superiore da cui implorava aiuto o forza o che un fulmine trapassasse tutti i Romani che la circondavano. I legionari intorno, intanto, formulavano le loro ipotesi.

Sta pregando, senza dubbio conferm alla fine Longino. I tuoi uomini circondano il cerchio, Massimo?

S, legatus.

Bene, ma che non facciano nulla ordin Longino. Per Giove, che nessuno entri! Chiaro?

S, legatus.

Longino inizi a camminare lentamente. Quel luogo incuteva rispetto. Anche solo la dimensione delle pietre suscitava timore. L'alto ufficiale romano guardava a terra. Ci sarebbero state delle trappole? Non sembrava, ma comunque decise di avanzare con molta cautela. Improvvisamente il movimento di qualcosa alla sua destra lo spavent e subito sguain la spada. C'era un'altra donna, accovacciata ai piedi di una di quelle pietre. La donna lo guard terrorizzata. Era in preda al panico. E non smetteva di piagnucolare. Dal suo vestiario e dal suo atteggiamento Longino dedusse che si trattava di una schiava, forse una serva di quella sacerdotessa che si trovava in piedi al centro del cerchio di pietre, aliena a tutto ci che accadeva attorno a lei.

Il legatus rinfoder la spada. La donna che stava piangendo disse qualcosa che lui non comprese. Sembrava un ringraziamento. Non importava. Longino era interessato alla sacerdotessa. Era alta, magra e bionda. Non aveva mai visto una donna cos bella in tutta la sua vita. E ne aveva viste molte, oltre alla sua giovane sposa Giulia. Anche se tutte lo prendevano sempre in giro a causa del suo braccio invalido o lo disprezzavano per lo stesso motivo, come aveva fatto la stessa Giulia in pi di un'occasione. Solo le prostitute ben pagate fingevano di non accorgersi della ferita, di quel braccio sgraziato, dei movimenti goffi, bruschi...

Longino si trov ad appena dieci passi dalla sacerdotessa. La donna abbass lentamente le braccia e si volt per guardarlo.

Aveva smesso di pregare. Puoi uccidermi, ma non mi inginocchier davanti a un romano disse la sacerdotessa in latino.

Longino rimase stupefatto. L'ultima cosa che si aspettava era che quella donna conoscesse la lingua di Roma. Non  mia intenzione ucciderti replic guardandola, assorbito da tanta bellezza, soprattutto per quegli occhi, azzurri come il cielo del Sud.

Chi sei? chiese lei.

Il mio nome  Gneo Pompeo Longino, legatus di Roma al servizio dell'imperatore Marco Ulpio Traiano.

Dochia lo guard con i suoi occhi azzurri e profondi, che inondavano lo spirito di Longino di sensazioni che non aveva mai provato.

Avete gi ucciso migliaia di persone del mio popolo, perch non uccidete anche me?

Longino rispose a quella domanda con un'altra domanda. Chi sei tu?

Dochia annu. Lui aveva detto il suo nome. Era giusto che quel romano le chiedesse il suo.

Il mio nome  Dochia e sono la sorella di Decebalo, re della Dacia.

Longino riflett. Davanti a lui c'era la sorella del nemico di Roma, la sorella dell'uomo che aveva sfidato Traiano e che conduceva le truppe daciche, sarmatiche, bastarne e, fino a poco tempo prima, rossolane. In ogni caso, l'uomo pi potente a nord del Danubio.

Mi ucciderai, ora? chiese quindi Dochia. Sicuramente saresti ben ricompensato dal tuo imperatore.

Longino sospir. Non riusciva a staccare lo sguardo da quegli occhi azzurri, grandi come il mare.

Non ho l'abitudine di uccidere donne indifese, e l'imperatore di Roma non ci ricompensa per questo. Non siamo cos.

S che lo siete. L'ho visto con i miei occhi replic lei.

Longino ripens agli assedi di Tape, Blidaru, Costesti e ad altre fortezze daciche. I legionari si erano vendicati, non solo con i guerrieri sconfitti ma anche, a volte, con donne e bambini indifesi. La guerra porta gli uomini alla follia. Li trasforma in animali.

Io faccio in modo che i miei uomini non siano cos, si corresse davanti alla donna dacica ma la guerra  qualcosa di orribile in cui accadono cose orribili. E non abbiamo iniziato noi questa guerra.

Siete voi ad aver attraversato il Danubio con il vostro esercito insistette lei.

Perch i Daci avevano attraversato il fiume verso sud e avevano attaccato uomini, donne e bambini indifesi in Pannonia e in Mesia.

Roma aveva disatteso la sua parte dell'accordo di pace firmato dal vostro precedente imperatore.

Era un accordo ingiusto, firmato da un imperatore che non governa pi. E, in ogni caso, non pagare quanto concordato giustifica l'assassinio, i crimini e i saccheggi dei Daci a sud del Danubio?

Dochia tacque.

Seguimi. Non posso lasciarti qui le disse Longino approfittando del silenzio della donna.

Il mio posto  qui, al centro della dava.

Qui non posso garantire per la tua vita. La sorella del re Decebalo deve seguirmi in un luogo sicuro... per favore.

Longino not che quell'affascinante donna aveva cominciato a guardarlo in modo diverso: istintivamente il legatus nascose il braccio invalido mettendosi di profilo, con la spalla sana rivolta verso di lei.

Comunicher all'imperatore chi sei, e il Cesare decider cosa fare con te, ma sono certo che in nessun caso ordiner la tua morte. Questa guerra non  ancora finita. Pu ancora morire molta altra gente, non credi?

Avete intenzione di usarmi come ostaggio?

L'imperatore decider ci che  giusto, ma se usarti come ostaggio pu fermare questa mattanza non credo che sarebbe cos terribile. Immagino che anche tu desideri che tutto ci finisca.

Dochia abbass lo sguardo per un istante. Sospir. Guard ancora una volta Longino con quegli occhi azzurri. D'accordo. E inizi a camminare.

Longino annu, si volt e cominci a dirigersi verso i suoi uomini.

Quando arriv all'altezza della donna che piangeva, Dochia disse:  la mia schiava.

Pu accompagnarti. Nessuno le far del male.

Dochia disse quindi a Zia alcune parole nella sua lingua, e la schiava, senza smettere di piangere, si alz e, a testa bassa, inizi a camminare, ancora terrorizzata, dietro alla figura dritta della sua padrona.

64

LA RESA

Sarmizegetusa
Fine di marzo del 102 d.C.

 caduta Fetele Albe, mio re disse Diegis con voce vibrante per il dolore e la paura. Dobbiamo arrivare a un accordo con l'imperatore romano.

Decebalo guardava a terra dal suo trono. Dochia si trovava a Fetele Albe. Come avevano potuto prendere quella fortezza sacra, quel santuario? Avrebbe dovuto tenere Dochia con s e non farla condurre a Fetele Albe. Questo era stato un errore, ma i Romani non avrebbero mai dovuto passare da Blidaru e Costesti. Mai. Avrebbe dovuto dotare quelle fortezze di pi uomini e di mura migliori. Allora tutto sarebbe andato diversamente nei monti Ora?tie. Ma, soprattutto, i Romani non sarebbero mai dovuti arrivare a Adamclisi cos rapidamente. E se Vezinas non fosse stato un completo buono a nulla, almeno sarebbe potuto tornare indietro con la maggior parte dell'esercito, il che avrebbe obbligato Traiano a ritirarsi dai monti Ora?tie con la possibilit di essere accerchiato tra le fortezze e l'esercito che tornava da sud. Invece Vezinas aveva perso pi di diecimila uomini, morti nella regione di Adamclisi, un ricordo infausto per sempre; e altri tremila Daci erano stati fatti schiavi secondo quanto raccontavano i pochi sopravvissuti a quella carneficina. Guerrieri che lo stesso Traiano aveva liberato affinch raccontassero quella storia di orrore e di sconfitta per tutta la Dacia. Era stato uno stratagemma tanto rozzo quanto spaventosamente efficace. Il suo popolo ora nutriva pi paura dell'imperatore romano che fiducia nel re dacico. I Rossolani lo avevano abbandonato. Susago si era dimostrato il miserabile traditore che in realt era. E anche l'alleanza con i Sarmati era ormai debole. Come avevano saputo i Romani di Adamclisi? Avevano delle spie? S, qualcosa del genere, sicuramente. Qualcuno dei disertori, forse, che aveva agito per Roma e non per lui...?

Mio re, dobbiamo patteggiare insisteva Diegis.

Hanno preso Dochia? chiese infine Decebalo, come se avesse recuperato lucidit. Hanno preso mia sorella?

S rispose Vezinas, che aveva ricevuto l'informazione poco prima ma che non l'aveva ancora condivisa con Diegis perch voleva farlo soffrire e perch, cos, sarebbe stato lui a recare al re quell'informazione chiave. La tengono prigioniera. L'imperatore ha promesso di rispettare la sua vita, ma dobbiamo... Non os pronunciare la parola.

Dobbiamo arrenderci,  questo che vuoi dire? chiese Decebalo. Non  questo? grid alzandosi dal trono. Se  questo ci che dobbiamo fare, per Zalmoxis, Vezinas, dillo chiaramente! Sai solo portare cattive notizie e sei un inetto sul campo di battaglia! Dovrei ordinare che tu sia giustiziato qui e adesso per ci che  accaduto a Adamclisi! Non sei buono nemmeno per essere sacrificato a Zalmoxis! Non voglio irritare il nostro grande dio con il sangue di un codardo!

Vezinas chin la testa. Doveva trovare presto qualcosa con cui rallegrare il re o Diegis si sarebbe preso tutto, anche se si trattava solo dei resti di ci che un tempo era stato un grande regno.

Il re si sedette e si rivolse a Diegis. In quel momento aveva bisogno di un uomo che avesse ancora un po' di buonsenso.

Tu che cosa suggerisci?

Diegis fece un passo in avanti. Sapere che Dochia era viva gli trasmise all'improvviso un'enorme forza d'animo. Immediatamente seppe cosa si doveva fare e come.

Dobbiamo patteggiare con i Romani inizi a spiegare il nobile pileatus. Potr sembrare una resa, infatti agli occhi dei Romani deve apparire come tale, perch accetteremo tutte le loro condizioni: consegneremo molti dei disertori romani che abbiamo tra le nostre fila, restituiremo le armi e le macchine da guerra romane che ancora conserviamo e gli stendardi delle legioni V e XXI che loro reclamano, ci impegneremo a buttare gi le fortezze che ancora sono in piedi e accetteremo che sia stanziata una guarnigione romana, qui, nella stessa Sarmizegetusa, esattamente come loro desiderano. Sembrer una sconfitta assoluta, ma non lo sar. Traiano offrir al re di rimanere al comando della Dacia come regno indipendente...

Come regno schiavizzato. Se accettiamo queste condizioni ci trasformeremo in questo, in schiavi dei Romani lo interruppe Vezinas.

No, questo  ci che sembrer, ma non sar cos ribatt Diegis con decisione.

In quel momento si ud un forte colpo, l'impatto fortissimo di una pietra e numerose grida. Le catapulte che i Romani avevano portato da Blidaru e Costesti erano gi arrivate alle mura della capitale dacica e iniziavano a gettare morte su Sarmizegetusa.

Diegis continu a parlare. Sembrer che ci arrendiamo, ma i Romani sono esausti. Hanno sofferto molto a Tape e durante l'inverno. Conquistare le nostre fortezze ha comportato per loro uno sforzo enorme. Anche a Adamclisi, pur vincendo, hanno subito molte perdite, e il trasferimento delle truppe  stato costoso ed estenuante, ancora di pi attraverso i passi innevati. Questa guerra fatta di assedi dopo assedi  stata molto pi faticosa di quanto avessero mai potuto immaginare. Traiano offrir questo patto perch gli permetter di ritornare a Roma dimostrando a tutti che ha ottenuto una grande vittoria, ed  vero che  stata una vittoria, ma non ci ha ancora annientato del tutto. Per questo insiste nel voler lasciare truppe a Sarmizegetusa e forse in altre citt, perch non si fida. E fa bene. I Romani hanno distrutto in parte Tape, Piatra Rosie, Blidaru, Costesti, ma noi abbiamo molte altre fortezze che ancora non sono cadute, anche se cadranno presto per mancanza di cibo. Le ha indebolite e questo gli permette di avanzare lasciando piccole guarnigioni per mantenere gli assedi nell'attesa che la fame fiacchi la loro resistenza, ma quelle fortezze rappresentano ancora una minaccia, e ci lo rende nervoso. E Fetele Albe... s, il santuario  gi nelle loro mani, ma, come dicevo, ci restano ancora molti altri forti in cui abbiamo rifornimenti, armi e truppe. Buridava, Banita, Germisara, Cugir, Capilna, Tilisca, Cumidava, Piatra Craivii e moltissime altre sono ancora intatte. Traiano sa che se anche Sarmizegetusa dovesse cadere, tutte queste fortezze potrebbero continuare a resistere per anni e la guerra prolungarsi in eterno obbligandoli a investire una quantit enorme di risorse che sono invece necessarie in altre zone dell'Impero. I Parti continuano a stare in agguato a oriente e i Germani sul Reno. No, l'imperatore preferisce sicuramente patteggiare una vittoria rapida per non dover investire altre risorse e per presentarsi a Roma trionfante e dimenticarsi di noi. Perci  meglio accettare il patto che ci propone. Poi... poi... non dovremo rispettare tutto. Possiamo consegnare abbastanza armi e le loro macchine d'assedio e gli stendardi delle loro legioni sconfitte, ma non dobbiamo demolire le fortezze. Si lamenteranno, ma dopo quel che hanno sofferto ci penseranno due volte prima di tornare ad attraversare il Danubio. Sono convinto che se non li attacchiamo pi a sud del fiume, loro non ci attaccheranno a nord, anche se non rispettiamo tutto ci che abbiamo patteggiato. Il re Decebalo potr essere il re di tutto il territorio a nord del Danubio. I Sarmati, i Rossolani e i Bastarni, tutti rispetteranno ancora Decebalo perch sanno che  l'unico con cui Roma tratta da pari. Anche dopo Adamclisi. Patteggiare ora con Traiano significa sopravvivere. Non farlo ci porter a una lenta e totale distruzione. Tutti ci perderemmo, forse anche lo stesso Traiano, e alla fine non rester nulla della Dacia. Bisogna patteggiare. E, inoltre, in questo modo, sono sicuro che l'imperatore romano restituir la sorella del re sana e salva, se lo esigiamo come condizione per la pace.

Decebalo aveva ascoltato Diegis con molta attenzione. Tutto ci che aveva detto aveva perfettamente senso. La Dacia si trovava gravemente danneggiata dopo le sconfitte di Tape, Adamclisi e il ferreo assedio a cui erano state sottoposte alcune delle sue fortezze pi importanti, ma il suo regno era come un'enorme fiera ferita che poteva ancora attaccare. Se avesse trattato una pace che piaceva a Roma, questo gli avrebbe dato il tempo per leccarsi le ferite. Poi si sarebbe pensato al resto. Non tornare ad attaccare a sud del Danubio? Questo sarebbe piaciuto a Diegis... e alla stessa Dochia. Quei due erano dei deboli, non avevano ambizioni, ma neppure voleva la morte di Dochia. Affetto...? Alz le spalle senza dire nulla mentre ci pensava. Dochia era utile per mantenere la lealt di Diegis e Vezinas ed era amata dal popolo. Patteggiare con Roma. Forse era questa la strada. Dopo avrebbe potuto rifarsi e pensare se attraversare nuovamente il Danubio o meno. Ci avrebbe pensato poi...

Il problema  Traiano os intervenire Vezinas, rompendo il silenzio.

Decebalo lo guard ancora con ira, ma c'era un punto interrogativo nei suoi occhi. Vezinas intu che aveva trovato il modo per non essere allontanato dal cerchio del potere.

Che vuoi dire? chiese il re. Parla chiaro. Non sono dell'umore per gli indovinelli.

S, mio signore disse Vezinas, e fece un passo avanti collocandosi alla stessa altezza di Diegis. Il problema di questa guerra  stato Traiano. Quel maledetto imperatore ispanico. Decebalo sa di essere il vincitore contro le legioni di Domiziano e i suoi legati incompetenti, ma Traiano ... abile, troppo abile, e arrendersi ora probabilmente  la cosa giusta. In questo sono d'accordo con Diegis. Gli cost dirlo, ma era necessario. Per una pace con i Romani con altri scopi, diversi da quelli che lui pu avere in mente... E indic Diegis un istante. Per di questo, mio re, preferirei parlare in privato.

Cal il silenzio.

Tutto a un tratto un nuovo rimbombo colse di sorpresa il palazzo. Alte grida. Una seconda pietra era caduta su Sarmizegetusa. Tuttavia, nel palazzo reale ancora nessuno parlava.

Diegis... disse alla fine Decebalo. Lasciaci soli.

Lui s'inchin e senza dedicare nemmeno uno sguardo di disprezzo a Vezinas usc dal salone del trono.

Decebalo rest di fronte a Vezinas.

Spero che tu abbia qualcosa di interessante da dirmi, perch, per Zalmoxis, l'unica cosa che gradirei ora  trafiggerti con la mia stessa spada, dopo il disastro di Adamclisi.

Vezinas decise di non giustificarsi per ci che era successo nella Mesia Inferiore, anche se avrebbe potuto ribattere che n lui n lo stesso Decebalo avevano mai pensato che Traiano potesse venire a sapere di quel contrattacco tanto rapidamente e che poi potesse spostare tre legioni in cos poco tempo, da Ora?tie fino a sud-est del regno. Ma no. Decise di aprirsi una nuova nicchia come consigliere del re per la prossima pace, complessa e piena di tensioni, in cui avrebbe avuto ancora margine per assicurarsi il potere.

Mio re, ad Adamclisi ho catturato un romano, non uno qualsiasi, ma un potente possidente terriero della regione della Mesia Inferiore. Costui mi ha confessato che ha un piano per eliminare Traiano.

Eliminare Traiano? disse il re inclinando tutto il suo corpo in avanti.

S, mio re, assassinare l'imperatore. Mi spiego: sono d'accordo con Diegis che si pu trattare questa pace che i Romani desiderano, ma, come dicevo prima, non per arrenderci davvero, ma per preparare una nuova guerra, una nuova guerra in cui ci assicureremo che colui che governer Roma non sia pi questo imperatore. Il romano che ho catturato odia Traiano. In base a quanto mi ha confessato si tratta di un vecchio senatore che il nuovo Cesare condann all'esilio quando ottenne il potere. Questo romano vuole tornare a Roma, ma sa che potr farlo solo se Traiano muore. Cos i suoi interessi e i nostri, mio re, sono gli stessi. Lui ha un piano che, anche se pu sembrare un po' complicato, potrebbe riuscire e, se cos fosse, sono sicuro che chi sostituir Traiano non sar mai all'altezza di Decebalo. Allora, tutto ci che il mio re sogna potr realizzarsi.

Decebalo guardava Vezinas con il volto serio.

Di nuovo un altro colpo di pietra nelle vicinanze del palazzo e ancora tumulti all'esterno.

Qual  il piano?

Come se portasse con s un enorme segreto, Vezinas si guard intorno e poi si avvicin al re della Dacia per potergli parlare all'orecchio, a voce bassa, con il sussurro tipico dei congiurati.

Una volta che ebbe terminato, fece qualche passo indietro e s'inchin davanti al suo re in attesa di vedere la reazione del monarca.

E questo romano come si chiama? domand Decebalo.

Dice che il suo nome  Mario Prisco, mio re.

Decebalo stava valutando la proposta con attenzione. Certamente l'idea di liberarsi di Traiano, oltre a essere una grande astuzia strategica, rappresentava la possibilit di ottenere una vittoria morale che lo avrebbe riempito di soddisfazione. L'imperatore romano aveva decimato il suo esercito, saccheggiato tutta la parte occidentale del suo regno e aveva distrutto una moltitudine di fortezze daciche. E ora lo obbligava a umiliarsi accettando delle condizioni di pace vergognose.

Vezinas intu i dubbi del re dalla sua fronte corrugata.

Mio signore, so che si tratta di uno stratagemma insolito e che necessiter di alcuni anni per essere messo in pratica;  infatti essenziale che i Romani arrivino a fidarsi di noi, soprattutto lo stesso Traiano, ma sono sicuro che alla fine tutto riuscir secondo i piani e l'imperatore di Roma sar... morto. Traiano non pu nemmeno immaginare che stiamo pensando a qualcosa del genere. E questo sar il suo grande errore. Ci sottovaluta.

Decebalo annu molto lentamente. Riflett un istante ancora, mentre si udivano altri colpi per le pietre che cadevano sulla citt.

Di' a Diegis che torni qui disse poi.

In un istante, Vezinas obbed all'ordine ricevuto e Diegis fu di nuovo davanti al suo re. Non poteva evitare di domandarsi con quale malevola idea o con quale nuova pazzia quel miserabile stesse avvelenando la mente del re della Dacia. Ma quei pensieri potevano aspettare. Ci che non poteva aspettare era dare una risposta rapida a Roma. Quella che non poteva aspettare era Dochia.

Gli inviati romani sono in attesa qui fuori, mio re disse Diegis, nervoso per la lentezza del monarca nel prendere la decisione. Dobbiamo dare loro una risposta, mio signore. La risposta deve essere che accettiamo le loro condizioni, o Dochia morir.

Decebalo inspir a fondo prima di rispondere con una voce stranamente tranquilla.

Riferisci loro che accetto. Tra la Dacia e Roma verr stipulata la pace.

LIBRO IV

IL PROCESSO A UNA VESTALE

Anno 102 d.C.

(854 ad urbe condita, dalla fondazione di Roma)

Colei invece che disonora la propria verginit viene sepolta viva presso la porta Collina. All'interno della citt si estende per un lungo tratto un ciglio di terra, che nella lingua dei latini viene chiamato terrapieno. Qui viene apprestata una stanza sotterranea non grande, con un accesso dall'alto; c' un giaciglio con delle coperte, una lucerna accesa, una piccola provvista di quanto  necessario per vivere, come pane, acqua in un vaso, latte, olio, come se i romani volessero allontanare da s la colpa di far morire di fame una persona consacrata con i riti pi solenni. Fanno salire la vestale punita in una portantina, coperta all'esterno e stretta con cinghie, in modo che non se ne possa udire neppure la voce; quindi la portano attraverso il Foro. Tutti si scostano in silenzio e l'accompagnano muti con una terribile costernazione; e non c' spettacolo pi agghiacciante n giorno pi lugubre per la citt. Quando poi la lettiga arriva al luogo del supplizio, gli inservienti sciolgono le cinghie; e il pontefice massimo, dopo aver recitato delle preghiere misteriose e aver levato le mani agli dei prima del momento fatale, fa uscire la vestale velata dalla lettiga e la conduce sulla scala che porta gi nella stanza. Quindi egli si ritira insieme agli altri sacerdoti; appena la vestale  scesa, tolgono la scala, e nascondono la stanza gettandovi sopra dall'alto una gran quantit di terra, in modo che il luogo sia livellato al resto del terrapieno. Cos sono punite le vestali che violano la verginit sacra.

Plutarco, Vite parallele. Vita di Numa Pompilio. Descrizione della pena di morte inflitta a una vestale.

65

NATURALIS HISTORIA E IPPARCO

Roma
Ottobre del 102 d.C.

Plinio era nervoso. S, l'imperatore aveva ottenuto una grande vittoria contro i Daci, aveva espugnato la maggior parte delle fortezze e il re Decebalo era stato costretto a consegnare armi, disertori, oro e argento e, soprattutto, a riconoscere che Roma avesse ora il dominio su una buona parte del suo regno a nord del Danubio. Traiano aveva anche obbligato il re dacico ad accettare che una guarnigione romana si stabilisse nella sua capitale. Una grande vittoria, senza dubbio. Per questo significava che l'imperatore stava per tornare a Roma e, di conseguenza, l'ora del processo alla vestale Menenia si avvicinava.

Atello non sembrava aver trovato nessuna informazione importante e Plinio sentiva di non avere niente in mano con cui difendere Menenia, anche se non aveva avuto il coraggio di ammetterlo con l'amico Menenio durante le loro conversazioni private. Cosa ci guadagnava a far preoccupare ancora di pi il vecchio senatore, padre - almeno legalmente - della vestale?

Chi era Menenia? Plinio era ancora convinto che quella fosse la chiave di tutto, ma scroll la testa. Doveva concentrarsi su ci che sapeva. Era sicuro che Pompeo Collega avrebbe riunito un'ampia schiera di testimoni disposti a rendere falsa testimonianza contro la vestale. Per qualche motivo volevano distruggere quella giovane, ma se Atello non avesse scoperto presto qualcosa, Plinio non avrebbe potuto procedere nella sua difesa. Verificare l'autentica origine della nascita di Menenia, chi erano in realt i suoi genitori, avrebbe potuto gettar luce su quelle accuse. Il suo pensiero tornava sempre a quel punto, ma l'imperatore stesso gli aveva legato le mani: non poteva investigare in quella direzione.

Plinio, tuttavia, si rifiutava di rimanere inattivo e aspettare semplicemente di veder condannata quella giovane vestale senza nemmeno pianificare una difesa ben coordinata; come poteva farlo, solo con ci che possedeva? Qualsiasi altro avvocato, disperato, sarebbe uscito in strada alla ricerca di informazioni, ma per questo aveva gi Atello. Se non riusciva Atello a scoprire altro per le strade di Roma, o perfino fuori dalla citt, non ci sarebbe di certo riuscito lui. No, lui doveva lavorare in casa, con le parole, i papiri e i codici.

Plinio ebbe un'intuizione. Lo avevano appena informato della data del processo, sarebbe stato celebrato in dicembre, e l'imperatore avrebbe potuto approfittare della sua posizione di forza grazie alla sconfitta sui Daci per influenzare il tribunale del Collegio dei pontefici, investito della massima autorit che gli riconosceva una grande vittoria militare come quella, e dopo un vistoso corteo trionfale. Alla fine di dicembre, s, e gi era da tempo che...

E se le due date avessero coinciso?

Plinio si diresse al tablinum della sua domus, chiuse le tende e selezion alcuni rotoli dagli scaffali che popolavano la sua nutrita biblioteca privata. Apr il primo sopra il tavolo, con special zelo. Si trattava di alcuni testi redatti da suo zio.

Naturalis historia lesse a voce alta. Libro II.  questo aggiunse, e inizi a leggere con avidit, anche se sarebbe stato pi esatto dire a rileggere, poich Plinio conosceva molto bene le decine di libri che componevano quella grande opera, nella quale suo zio si era sforzato di raccogliere tutta la conoscenza sugli animali, le piante, la medicina, la geografia, fino all'astronomia. Ripass tutto il libro II con attenzione e volse lo sguardo verso l'angolo del tavolo su cui teneva un calendario. Tutto cominciava a quadrare, per mancava il calcolo delle date. Doveva essere molto preciso. E no, la Naturalis historia di suo zio non sarebbe bastata. Aveva bisogno di qualcosa di pi esatto. Doveva riesaminare l'Aratea, che conteneva i calcoli del greco Ipparco su pi di ottocentocinquanta stelle. E anche rivedere i testi aggiuntivi dell'astronomo. Plinio rimosse nervoso alcune delle ceste. Dov'erano gli appunti di quel greco sulla luna e sul sole? Ne aveva bisogno. Doveva trovarli, a ogni costo.

Finalmente, per Giove! esclam infine con soddisfazione. Ecco le tavole di Ipparco.

Le appoggi sul tavolo insieme al calendario romano dove aveva segnato il giorno scelto dall'imperatore, in qualit di Pontifex Maximus, per il processo alla vestale Menenia. Plinio corrugava la fronte mentre seguiva con le dita le tavole di calcolo astronomico.

Per Castore e Polluce! Esal un respiro contenuto. Le date coincidevano.

Senza rendersene conto si era alzato per esaminare da vicino quei dati; torn a sedersi lentamente. Le date coincidevano: questo dicevano le tavole di Ipparco. Pens allora a ci che aveva riletto nel libro II della Naturalis historia. Suo zio non sarebbe stato contento se avesse fatto uso di quella informazione nella maniera in cui stava pensando di utilizzarla.

Per non ho nient'altro, nient'altro. Parl ad alta voce, come se volesse discolparsi davanti a suo zio, morto anni prima durante l'eruzione del Vesuvio. Non ho nient'altro. E nemmeno questo potrebbe essere sufficiente. Ma almeno  qualcosa. E lo user.

Plinio non dava mai un processo per perso. Anche se tutto era contro di lui.

66

DUE AMICI

Accampamento romano sui monti Ora?tie
Ottobre del 102 d.C.

Decebalo ha deciso di accettare l'ultima proposta di pace che gli ho prospettato disse Traiano.

Longino lo ascoltava attentamente. L'imperatore lo aveva fatto chiamare e intuiva che gli avrebbe ordinato qualcosa. Tuttavia era abitudine del Cesare esitare quando gli costava fare una richiesta.

 una buona pace per Roma: Decebalo sta consegnando molte armi, catapulte e altre macchine; ci ha restituito gli stendardi delle legioni V e XXI e ha promesso di consegnarci anche tutti i traditori romani che sono passati dalla sua parte durante la guerra. Il trattato inoltre lo obbliga a non accogliere pi nessuno di questi traditori. Non dovremo pi pagare nessuna somma affinch non attacchino le frontiere della Mesia Superiore e Inferiore. Questo, oltre all'oro che ci deve ancora, ci permetter di pagare la cifra pattuita a Susago, re dei Rossolani, senza costi aggiuntivi per lo Stato. Decebalo, inoltre, deve demolire gran parte delle sue fortificazioni e gli  stato proibito di riarmarsi. Il centro della Dacia, da Tape fino al fiume, passer direttamente alla Mesia Superiore, dove lascer il comando a Tettio Giuliano. La legione IV Flavia Firma si stabilir in una nuova citt che ho voluto chiamare Ulpia Traiana Sarmizegetusa, mentre lascer a Berzobis la legione XIII Gemina. Cos ora abbiamo il controllo di parte della Dacia meridionale. Tutto ci, oltre alla supervisione delle nuove fortificazioni, ha ritardato il mio rientro a Roma, ma adesso  ora di andare a celebrare il trionfo che le truppe si sono guadagnate. Che tutti ci siamo guadagnati. Questa pace  un buon accordo.

Longino lo guardava con interesse. E uno strano silenzio. Per? chiese all'imperatore.

Traiano sorrise. Come sai che c' un per?

Longino guard verso una sella che stava vicino al tavolo del praetorium. Traiano annu e l'altro, pi rilassato, decise di continuare a parlare. Ci conosciamo da molto tempo e credo di aver imparato a interpretare gli sguardi e i silenzi dell'imperatore di Roma.

Traiano annu prima di rispondere. S, senza dubbio. E li interpreti bene. C' un problema, infatti: non mi fido di Decebalo. Questo  il motivo. Ha ingannato Douras, il re dacico precedente, e ha attaccato l'Impero senza il suo consenso: cos mi  stato confermato da vari ufficiali dacichi. Poi ha ingannato Domiziano e ora, sono sicuro, vuole ingannare anche me. Non credo nel pentimento di chi ha mentito in tante occasioni. Le persone possono cambiare, ma mai completamente. Decebalo sta architettando una vendetta, per non so esattamente in che modo n quando colpir. Intanto mi occuper di rafforzare tutte le posizioni di frontiera.

Il Cesare torn a tacere. Si serv un poco di vino e ne vers una seconda coppa a Longino.

Quest'ultimo si alz e prese la coppa, poi, quando fu di nuovo seduto, domand: Vuoi che verifichi cosa sta pianificando Decebalo, non  cos?

Traiano non arriv ad annuire, ma inclin la testa verso destra. Non esattamente. Per Giove, non credo sia qualcosa di cos facile, ma tra le condizioni di pace ho concordato che i Daci debbano accettare una guarnigione romana permanente a Sarmizegetusa. Chi  al commando di queste truppe star nel cuore della Dacia e sar la persona incaricata di vigilare sul rispetto di tutte le condizioni dell'accordo di pace da parte di Decebalo.

E vuoi che questa persona sia io? chiese Longino.

Traiano riflett un istante prima di rispondere. Mi piacerebbe, s, ma non voglio ordinartelo. Potrebbe essere pericoloso.

Se il Cesare mi vuole a Sarmizegetusa, a controllare Decebalo, questa e nessun'altra deve essere la mia missione. E nel vedere che l'imperatore sembrava inquieto, Longino decise di scherzarci sopra. Inoltre con questo braccio invalido non valgo molto in combattimento. Servir meglio il Cesare e Roma... come spia.

Traiano torn a sorridere. Longino non gli aveva mai mosso il minimo rimprovero per quel braccio invalido. Mai una lamentela, mai un gesto o uno sguardo malevoli. Questo era Longino.

Ma pu essere rischioso insistette l'imperatore. Dovrai essere vigile e informarmi di tutto. Meglio con messaggi cifrati.

Il cifrato militare?

Traiano medit un momento prima di rispondere. No. L'altro.

D'accordo conferm Longino. Star attento. Non ti deluder.

So che non lo farai. Non lo hai mai fatto. Traiano si alz e, come sua abitudine, mise la mano sulla spalla del braccio offeso di Longino. Sei un amico. So che mi vuoi bene come un vero amico, e va bene cos. In realt va molto bene. Ritir la mano e si serv un'altra coppa di vino; ne bevve un sorso, lasci la coppa sulla tavola e torn a sedersi di fronte al legatus. Longino, tu sei il mio unico amico.

Questo non  vero ribatt lui. Il Cesare ha molti amici: Lucio Quieto, Celso, Palma, Licinio, Sura, Plinio, Dione Cocceiano, Nigrino... La lista  interminabile.

Traiano annu ma non con totale convinzione; di nuovo inclin la testa verso destra.

Questi che hai menzionato, Longino, sono uomini leali, valorosi e leali, ma non sono amici. E la lista non  interminabile,  ben pi breve. Infatti, credo che tu abbia menzionato tutti quelli di cui mi fido a Roma. Forse c' qualcuno in pi, anche se non molti; ma come amico tu sei l'unico. Cal un silenzio quasi imbarazzante per entrambi, fino a che Traiano riprese la conversazione. Credo che Decebalo cercher di comprare chi si trova al comando della guarnigione di Sarmizegetusa.  sempre stato bravo a corrompere gli ufficiali romani, sono sicuro che ci prover anche con te.

Longino stava per dire qualcosa, ma Traiano alz la mano perch tacesse e lo ascoltasse fino alla fine.

Non c' bisogno che tu mi dica nulla. Gi ti ho detto che ti considero il mio unico amico. So che la tua lealt  inviolabile, che sei incorruttibile, per questo sei l'unico a cui posso affidare questa missione. Ci nonostante, c' un'altra cosa che mi preoccupa.

Il legatus lo guard fisso, ma l'imperatore, con un gesto poco abituale per lui, rifugg il suo sguardo e tacque.

Forse il Cesare crede che sia meglio non affrontare questo altro argomento che lo preoccupa? Forse pi avanti, in un altro momento...

No disse Traiano, secco, devo parlarne con qualcuno.

Allora ti ascolto.

Traiano annu. Era come se raccogliesse le forze.

Plotina giace con qualcun altro. E siccome intuiva che il suo interlocutore stava per prospettare un possibile dubbio al riguardo, l'imperatore si mostr categorico. Ne sono sicuro.

Dopo un breve silenzio, Longino fece la domanda pi logica. Sai con chi?

No.  certamente qualcuno del palazzo o del senato, per non so chi. E non mi preoccupa tanto che giaccia con qualcuno quanto che questo qualcuno sia adeguato; posso capire che voglia stare con un'altra persona, ma temo che possa avere una cattiva influenza su di lei... Plotina sta cambiando. Ma qui Traiano decise di non proseguire sull'argomento e continu con un'altra confessione. E Vibia Sabina soffre. Il matrimonio con Adriano non  stata una buona idea, di questo sono consapevole, ma ora  tardi: potrei annullarlo, ma sarebbe molto complicato e supporrebbe uno scontro tremendo con mio nipote. Non ho bisogno di aprire altri fronti. Ho ancora in sospeso la soluzione del processo alla vestale Menenia... Torn a tacere.

Longino guard l'imperatore con un po' di compassione. Vibia Sabina era la sua nipote preferita e Menenia una vestale per la quale il Cesare aveva sempre mostrato una speciale predilezione. La vita  complicata disse infine.

Traiano teneva gli occhi a terra. Da quando sono imperatore rispose senza alzare lo sguardo sono pi potente, vittorioso in guerra, ma infinitamente pi infelice.

Longino rest in silenzio finch non trov un argomento alternativo. Ricordi che organizzasti il mio matrimonio con Giulia Afrodisia? disse il legatus.

Certo.

Neanche quello ha funzionato molto bene.

Ti  stata infedele? indag Traiano. Puoi ripudiarla. Sai che puoi contare sul mio appoggio. Ti trover un'altra moglie che sia alla tua altezza... all'altezza del mio migliore amico.

No, no, no, non  niente del genere. La ragazza  molto giovane. Ed  anche una buona moglie, suppongo. Ma non pu evitare di vedermi come un vecchio... un vecchio invalido.

Se questo  tutto ci che vede,  indegna di te! esclam Traiano, adirato.

 giovane. Solo questo. Io sono molto pi anziano di lei e sono invalido. Non gliene faccio una colpa. Ma insieme non possiamo essere felici. Sicuramente stare separati, almeno per un po', mentre sono destinato a Sarmizegetusa, far bene a entrambi.

Traiano chin la testa. Come procacciatore di buone spose sono un disastro disse.

Un disastro conferm Longino.

Risero per un bel pezzo. Ai due fece bene condividere quella risata.

Il pretoriano Aulo entr nella tenda in quel momento. Si mise nel centro e attese che l'imperatore si rivolgesse a lui.

Marco Ulpio Traiano chiese con autorit: Che succede?

 tutto predisposto per la partenza verso sud, augusto.

Bene rispose il Cesare alzando lievemente la mano destra.

Aulo se ne and e lasci l'imperatore e Longino soli nel praetorium. Pass un attimo prima che uno dei due dicesse qualcosa.

Longino svuot la sua coppa di vino. Si alz e se ne serv un'altra. Torn a sedersi sulla sella. Quieto mi ha detto che hai ordinato di costruire un ponte sul Danubio, un ponte permanente.

 cos replic Traiano alzando lo sguardo, e la sua voce parve arrivare da molto lontano, dalla profondit dei suoi pensieri. Il ponte pi lungo del mondo. Mai  stato fatto niente di eguale.

Sar un'opera impressionante. Brindo a questo ponte.

Traiano lo imit e si serv nuovamente per bere insieme all'amico.

Si potr fare, vero? indag Longino.

L'architetto Apollodoro ne  convinto, anche se non fa che scrivermi lettere reclamando pi uomini e risorse. Suppongo che ne abbia bisogno. Ora che ho firmato la pace con Decebalo potr dargli altri uomini.

Stai cambiando il mondo disse allora Longino.

Tu credi? Per un ponte?

Non si tratta di un ponte in un luogo qualsiasi. Il Cesare ha ordinato di costruire un ponte tra due mondi, la Dacia e l'Impero romano. Qualcosa sta cambiando.

Traiano guard Longino con riconoscenza. Poche persone riuscivano a farlo sentire bene, ultimamente, e quel vecchio amico era uno di loro. Era saggio lasciarlo a Sarmizegetusa?

Promettimi che ti metterai in cammino con i tuoi uomini e lascerai Sarmizegetusa di corsa se ti renderai conto che Decebalo ci sta tradendo. Per Giove, promettimi che se intuirai una rivolta lo farai insistette Traiano prima di andarsene. Basta che arrivi al centro della Dacia. Sai che l hai due legioni a tua disposizione, se necessario.

Non dubitarne. Se Decebalo trama qualcosa sapr agire e anticipare i suoi piani rispose Longino.

I due uscirono insieme dalla tenda del praetorium. Traiano lo abbracci, in pubblico, davanti a tutti, e mont sul cavallo preparatogli dalla cavalleria dei singulares della guardia pretoriana.

Anche se dopo sarebbe avanzato a piedi, l'imperatore aveva deciso di attraversare la valle dei monti Ora?tie a cavallo per incutere rispetto, nel caso ci fossero stati dei Daci sconfitti.

Alle spalle del Cesare, rimanevano a Sarmizegetusa i quattrocentottanta uomini sotto il comando diretto di Longino. Il legatus sfil lentamente davanti ai legionari, esaminando la lorica segmentata di ognuno. Le corazze brillavano sotto il sole della Dacia, un regno sottomesso a Roma grazie alla forza e all'intelligenza di Traiano.

C'era solo una cosa che Longino non aveva confessato all'imperatore, ed era il vero motivo per il quale accettava di rimanere a Sarmizegetusa. Non solo perch il suo matrimonio con Giulia non era un'unione felice o perch a lui piaceva servire il Cesare, suo amico, ma perch in questo modo, rimanendo nella capitale della Dacia, avrebbe potuto essere pi vicino a... Dochia.

67

UN PONTE MAL COSTRUITO

Drobeta, Dacia superiore
Novembre del 102 d.C.

Tettio Giuliano esaminava la costruzione del nuovo pilastro da una delle piccole barche che usavano per trasportare i materiali. Dal suo arrivo i lavori stavano avanzando a un buon ritmo. I congegni idraulici dell'architetto per il rapido drenaggio dei cassoni delle fondamenta, nei quali poi avrebbero fissato i pilastri, avevano funzionato bene. Quelle gigantesche strutture egizie erano in grado di estrarre acqua fangosa da qualsiasi luogo. E non erano meno impressionanti le enormi machinae tractoriae costruite per sollevare le pesanti pietre squadrate che dalle cave, dove i metallarii continuavano a lavorare incessantemente insieme agli schiavi, si dovevano trasportare fino al letto del fiume. Inoltre, la recente resa dei Daci aveva fatto s che l'imperatore avesse potuto destinare pi uomini alla costruzione del ponte; erano quindi giunti cinquemila legionari in pi disposti a lavorare all'opera, tutta una legione, la VII Claudia, pronta a partecipare alla folle realizzazione di quell'opera immensa. E altri uomini sarebbero arrivati.

Nonostante ci, Tettio Giuliano non aveva fiducia nel progetto. L'imperatore in persona lo aveva convocato nel praetorium di Viminacium mentre tornava vittorioso dalla campagna nel Nord, durante una sosta nella capitale della Mesia Superiore.

Tettio, gli aveva detto ti sei dimostrato un uomo valoroso e di fiducia sul campo di battaglia. Riconosco il tuo valore in guerra e il tuo zelante intervento a Tape. Lo sai tu e lo sanno tutti. Ora ritorno a Roma. Ho lasciato Longino, uno dei miei uomini di maggior fiducia, nella guarnigione di Sarmizegetusa, affinch vigili su Decebalo; continuo a non fidarmi del re dacico, anche se si  arreso. Intuisco che non  disposto ad accettare questa sconfitta. Per questo  un altro argomento. Ti ho chiamato perch c' un'altra questione che desidero affidarti in qualit di responsabile a partire da questo momento.

Per me sar un onore servire il Cesare, l dove egli considera che i miei servigi possano essere pi utili, augusto.

Bene, da te non speravo nulla di meno aveva risposto Traiano soddisfatto. Aveva taciuto un istante, durante il quale aveva mantenuto gli occhi fissi nello sguardo del suo interlocutore. Si tratta del ponte che si sta costruendo a Drobeta. Non sono contento della lentezza con cui avanzano i lavori. So che l'architetto e il tuo uomo al comando l... Come si chiama?

Cincinnato  il suo nome, Cesare aveva detto Tettio Giuliano.

Quel tribuno, s. Non dubito di lui. Tu mi dicesti allora che era un uomo capace. Mi risulta che hanno avuto pochi legionari e schiavi a causa della guerra, per ora che posso cedere un'intera legione per questa impresa  il momento che un legatus si faccia carico dell'opera. Tettio Giuliano, voglio questo ponte sul Danubio, mi capisci? Non si tratta di un semplice ponte: voglio che i Daci capiscano che Roma  arrivata per restare. Questo ponte sarebbe un chiaro messaggio, ma dobbiamo poterlo erigere. Se non ci riuscissimo i Daci stessi riderebbero di noi. Prenderebbero coraggio. E ci non deve succedere. Voglio che i Daci vedano che Roma vince perfino contro il Danubio. Questo ponte farebbe s che la frontiera naturale che i Daci reclamano non esistesse pi. Capisci?

S, Cesare.

Questa era stata la conversazione.

Ora, una settimana dopo, Tettio Giuliano era l, a Drobeta, al comando della VII Claudia, con migliaia di legionari ma un lavoro impossibile. Avrebbe preferito che l'imperatore gli avesse ordinato di addentrarsi a nord, alla ricerca dei Sarmati, che non si erano mai arresi. Ma era impossibile discutere con l'imperatore. Ci che pi lo infastidiva era che, come Cincinnato, anche lui, Tettio, non sopportava quel maledetto architetto, presuntuoso e superbo, che a malapena si degnava di fornire spiegazioni su tutto ci che faceva. Cos Tettio Giuliano aveva dovuto informarsi personalmente su ogni cosa attraverso Cincinnato: gli ontani che servivano per il ponte, il problema dei siphones, la nuova macchina che avevano costruito, la cava di marmo scelta, su tutto quanto si era deciso di fare in relazione al ponte.

Per quell'architetto era pi importante parlare con i metallarii o con i carpentieri che con il legatus al comando.

Non lo sopporto disse Cincinnato una sera, a conclusione del suo rapporto a Tettio Giuliano.

Il superiore non lo critic per quella valutazione. Era la solita storia: l'architetto era un presuntuoso con un salvacondotto imperiale e una missione folle che metteva tutti nei guai.

Nonostante tutto, il tribuno si era mostrato speranzoso sul fatto che si potesse concludere l'opera entro il tempo previsto. Il Cesare aveva stabilito un periodo di non pi di tre anni. Tettio Giuliano sapeva che il suo tribuno aveva deciso illusoriamente di crederci per non perdere la possibilit, se si fossero rispettate le scadenze stabilite, di ottenere la desiderata promozione a praefectus castrorum. Ma Tettio, in realt, era preoccupato da giorni: stavano costruendo il terzo pilastro del ponte e l'architetto aveva ordinato di erigerlo a pi di cento piedi di distanza da quello precedente: la stessa distanza era stata lasciata tra il secondo e il primo pilastro, e uno spazio simile, forse poco meno, tra il primo pilastro e la riva. All'inizio, Tettio Giuliano aveva pensato che Apollodoro volesse costruire pi pilastri tra i primi che aveva eretto, per poi aveva cominciato a intuire che l'architetto non voleva erigerne altri.

Sono centoventicinque piedi1, tribuno disse uno dei legionari dalla barca, colui che aveva ricevuto gli ordini dal superiore di misurare la distanza esatta tra un pilastro e l'altro.

D'accordo rispose Tettio Giuliano.

Guard l'acqua del Danubio scuotendo la testa. Tutto ci non aveva senso, c'era troppo spazio. Stavano cominciando a costruire le volte di legno, le grandi impalcature che univano un pilastro all'altro, e sopra quelle avrebbero dovuto aggiungere enormi cunei di pietra per uniformare i giganteschi archi: era impossibile che quelle strutture in legno potessero sostenere il peso di tutta la pietra che stavano ricavando dalla cava, per sovrapporla alle volte. I pilastri erano troppo distanti l'uno dall'altro. Tutta la struttura sarebbe venuta gi, e tutto quel lavoro, tutti quei mesi di duri e faticosissimi sforzi, non sarebbero valsi a nulla. Tettio Giuliano era sicuro che l'architetto non sarebbe stato l'unico a subire l'ira dell'imperatore di Roma.

Torniamo a riva ordin il legatus. Fino ad allora, Tettio Giuliano non aveva interferito con i progetti che aveva disposto Apollodoro per i lavori: le enormi gru, le macchine per l'estrazione dell'acqua e quei giganteschi pilastri in pietra che emergevano dal centro del letto del fiume lo avevano impressionato; durante le ultime settimane, nonostante la sua sfiducia, aveva perfino cominciato a pensare che forse l'architetto sapesse il fatto suo. Ma quell'assurda distanza tra i pilastri non aveva senso. Non poteva essere. Lui non era come Cincinnato, che non sapeva nulla d'ingegneria; lui, Tettio Giuliano, sapeva che c'erano delle regole per la costruzione dei ponti, non si potevano semplicemente contestare.

Sbarc con un salto, ancor prima che la barca toccasse la riva. I suoi sandali affondarono nel fango della sponda del fiume, ma non si ferm n a pulirsi n ad asciugarsi, era troppa la sua preoccupazione. Si era contenuto per giorni e ora era come se tutta la sua rabbia stesse esplodendo. Forse poteva ancora fare qualcosa per fermare quella pazzia. Sarebbe bastato che quel maledetto architetto capisse che si dovevano fare pi pilastri. Questo, d'altra parte, avrebbe s allungato i lavori, ma era preferibile impiegarci pi tempo che rischiare che tutto crollasse. Il crollo di una struttura di quella portata sarebbe stato un disastro enorme. Tutto ci, inoltre, sarebbe costato uno sproposito di sesterzi, e l'ultima cosa che Tettio Giuliano voleva era scrivere un rapporto informando della caduta di qualche parte del ponte perch un inutile architetto aveva fatto dei calcoli illogici.

 dentro? chiese il legatus ai due legionari che facevano la guardia di fronte alla tenda di Apollodoro.

S, legatus.

Bene disse, ed entr senza indugio.

Apollodoro di Damasco si trovava in piedi e nemmeno sollev lo sguardo dai progetti e dai papiri che teneva dispiegati sul suo tavolo da lavoro.  successo qualcosa? domand con voce distante, assorto com'era nella lettura di un'annotazione sulle misure contenuta nel manuale di Vitruvio.

S rispose Tettio Giuliano in tono secco e autoritario.

Apollodoro colse aggressivit mal contenuta in quel monosillabo e interruppe la lettura per fissare negli occhi il legatus; per non disse nulla, si limit a guardarlo in silenzio.

I pilastri sono troppo distanti l'uno dall'altro disse quindi Tettio Giuliano. Sicuramente crolleranno non appena si aggiungeranno i cunei negli archi di pietra. Questo  ci che sta succedendo, architetto.

L'ultima parola fu pronunciata dal militare con un disprezzo marcato.

Apollodoro si sedette su un solium, e senza distogliere lo sguardo da Tettio Giuliano, rimasto in piedi di fronte a lui, gli rispose con tono prepotente. Certamente gli dispiaceva constatare che quel legatus, che si credeva tanto intelligente, si fosse reso conto dell'enorme distanza che separava un pilastro dall'altro solo quando aveva visto il terzo. Era davvero cos lento a fare i calcoli da tardare tanto a rendersene conto...

Non croller nulla... legatus. Da quello che so io, il Tettio Giuliano che sta parlando  un legatus militare e l'Apollodoro che gli sta rispondendo  un architetto. Suppongo che la mia opinione valga di pi, rispetto a ci che pu essere o meno costruito. Se non c' altro, vorrei continuare a lavorare.

Apollodoro si alz lentamente, torn al tavolo e riprese la lettura del papiro di Vitruvio, ma fu costretto a interrompersi nuovamente. Tettio Giuliano fece due passi avanti, si chin leggermente e mise la mano destra sopra al papiro che l'architetto stava cercando di leggere, impedendogli la visuale.

Io non ho mai visto costruire ponti disse il legatus senza ritirare la mano per li ho visti terminati e li ho osservati con attenzione. In nessun ponte di pietra si possono mettere pilastri a tanta distanza l'uno dall'altro. Non ho bisogno di essere un architetto per sapere che questo  impossibile, e se tu stai costruendo un'opera assurda che certamente croller, questo disastro, questo fallimento, macchier anche me.  gi abbastanza che per colpa tua, che per questo maledetto ponte, io non abbia potuto sfilare assieme all'imperatore nel grande trionfo che si star festeggiando ora, in questi stessi istanti, a Roma. Questo lo posso anche accettare, ma non permetter che tu mi trascini nella tua follia. Per Marte! L'imperatore vuole un ponte sopra il Danubio e me ne ha dato la responsabilit! Mi hai capito, architetto? Responsabile! Cerca di mettertelo in testa, architetto: io non sono Cincinnato, non un altro tribuno. Se devo scrivere questa sera stessa a Roma per informare l'imperatore che l'architetto che costruisce il suo ponte  completamente pazzo, non dubitare che lo far all'istante. E solo allora, finalmente, ritir la mano dal manuale di Vitruvio e fece un passo indietro.

Apollodoro di Damasco rimase immobile. Non era abituato al fatto che qualcun altro che non fosse l'imperatore dubitasse dei suoi progetti. Gli era costato molto elaborare quei calcoli. Sapeva di averli portati all'estremo, che la distanza tra un pilastro e l'altro, lo spazio che si doveva mantenere, era il massimo mai calcolato prima, ma si poteva fare. Quel legatus, semplicemente, non capiva nulla. Per aveva bisogno della sua collaborazione. Se si fossero persi in sciocche dispute tra loro i lavori non sarebbero mai avanzati a buon ritmo. Era meglio spiegargli il progetto nel dettaglio. Quel legatus lo aveva disprezzato fin dal principio, per non era uno stupido. Dal suo arrivo i lavori del ponte avevano subito una notevole accelerazione e Apollodoro sapeva che non dipendeva solo dal maggior numero di legionari, ma anche perch il legatus aveva un'autorit enorme su ognuno dei suoi uomini e questi si sforzavano in ogni modo di soddisfarlo.

Siediti e ti spiegher perch non cadr nulla disse.

Tettio Giuliano esit un istante, ma infine accett e si accomod su una delle sellae vicine al tavolo dell'architetto. Apollodoro si alz in piedi e inizi ad ammucchiare papiri e rotoli ai lati del tavolo, per lasciar scoperto il progetto del ponte. Quel legatus era la prima persona a cui Apollodoro mostrava i suoi progetti finali.

Diciannove pilastri, disse l'architetto questo  tutto ci di cui abbiamo bisogno. E non  poco. Dobbiamo percorrere una distanza di duemilacinquecento piedi sul fiume, che finiranno per diventare tremilacinquecento2 con l'intera struttura del ponte, per superare lo spazio infangato delle sponde. Con diciannove pilastri sul letto del fiume dovremmo farcela.  vero, li ho distanziati il pi possibile. Ti sei gi reso conto di quanto costi costruire uno di questi immensi giganti di pietra che devono sostenere il ponte: quanti meno saranno necessari, tanto prima termineremo l'opera, e l'imperatore vuole che questo ponte sia terminato presto. Poi posizioneremo dei pilastri aggiuntivi vicino a ogni sponda e una fortezza a ogni estremit per proteggere l'accesso al ponte, sia a sud sia a nord; ma sono sicuro che questi lavori prenderanno poco tempo appena i legionari vedranno che abbiamo attraversato il letto del fiume con i grandi pilastri che stiamo costruendo.  meglio iniziare un'opera di queste dimensioni dalla parte pi complicata.

Questo mi  chiaro, ma quando posizionerai le pietre sopra le volte di legno degli archi tutto croller insistette Giuliano. Poi pronunci ogni sillaba una a una, come chi parla a un bambino che sembra non capire ci che si dice. Per-ch-i-pi-la-stri-so-no-trop-po-lon-ta-ni-l'uno-dal-l'al-tro.

Guarda il progetto disse Apollodoro senza scomporsi, poi, facendo uno sforzo sovrumano per controllarsi, aggiunse: Per favore.

Non m'importa del progetto. Sono realistico rispose Tettio Giuliano, cocciuto.

Per Ercole! Guarda il progetto, ti dico! ordin l'architetto.

Tettio Giuliano cominci a considerare la possibilit di arrestare quel maledetto e informare l'imperatore del fatto che fosse completamente folle. Forse, in questo modo, quell'incubo sarebbe terminato. Ci nonostante, guard il progetto del ponte: vide una bella costruzione che attraversava il Danubio con solamente diciannove pilastri. Ma quello era solo un disegno, e il legatus conferm la propria opinione.

Questo non prova nulla.

Per tutti gli dei! Osserva bene, legatus!

Cosa? Cosa devo vedere? chiese con un grido Tettio Giuliano.

Apollodoro sospir esasperato. Quell'uomo era cieco.  curioso come gli uomini, certe volte, vedano solo ci che vogliono vedere e non ci che realmente  davanti a loro.

Non  un ponte di pietra, legatus. Non stiamo facendo un ponte di pietra. La struttura di legno che abbiamo cominciato a costruire per percorrere lo spazio tra il primo e il secondo pilastro non  una volta; non si tratta di un'impalcatura sopra la quale metteremo cunei di pietra che sostengano pesanti archi in pietra. Questa struttura di legno  il ponte stesso.

Tettio Giuliano lo guardava ora con gli occhi spalancati, spostando a piccoli intervalli lo sguardo sui progetti dell'opera sparsi sul tavolo.

Apollodoro continu a parlare. S, la base deve essere in pietra. La corrente del fiume  troppo forte e troppo potente per costruirlo su supporti di legno. Per questo stiamo erigendo questi enormi pilastri con blocchi di pietra; ma lo spazio tra i pilastri sar colmato da archi di legno, che  infinitamente pi leggero e consente di mantenere molta pi distanza tra un pilastro e l'altro. Se il ponte fosse stato tutto di pietra, cos come l'avevo disegnato in principio, avremmo dovuto costruire pi di quaranta pilastri, forse cinquanta o sessanta, non sono sicuro, ma comunque molti di pi; e anche quaranta o cinquanta o sessanta archi. Ci avremmo impiegato pi del doppio del tempo. Forse tre volte di pi, senza contare che nelle cave non esiste nemmeno abbastanza roccia, dovremmo portarla da occidente. Infatti  questo che mi preoccupa, che finisca la pietra, ma non la struttura del mio progetto. Io so fare il mio lavoro, legatus, e di questo ponte non cadr nulla, mai. N il fiume n i Daci lo faranno crollare. I miei pilastri resisteranno al passare dei secoli e n il vento n la pioggia, n la neve n le gelate n le tormente riusciranno ad averla vinta.

Tettio Giuliano annu leggermente, ma aveva la fronte ancora corrugata. Ma il legno non  cos solido come la pietra... disse.

Il legno di ontano che stiamo usando  molto resistente all'acqua e all'umidit in generale. Un ponte di legno su una base solida di pietra pu resistere centinaia di anni e, soprattutto, pu essere costruito in molto meno tempo. L'imperatore vuole l'opera terminata in meno di tre anni. Solo in questo modo sar possibile.

Ci fu un momento di silenzio. Tettio Giuliano stava digerendo tutte le informazioni ricevute.

L'imperatore sa che stai costruendo un ponte in legno e pietra... e non solo di pietra?

Apollodoro di Damasco si morse il labbro inferiore con gli incisivi mentre tornava a sedersi. No. Pass un lungo lasso di tempo prima che riprendesse a parlare. Anche il legatus taceva. Attendeva che l'architetto terminasse la sua risposta. L'imperatore ha chiesto un ponte permanente sul Danubio, e che lo si costruisca il pi rapidamente possibile: questo ho progettato e questo costruiremo. Se poi vorr il ponte completamente di pietra, si potranno costruire altri pilastri e pesanti archi in pietra pi avanti; eppure, qualcosa mi dice che quando vedr l'opera conclusa, rimarr tanto stupito quanto soddisfatto.

Tettio Giuliano allora si alz. Lo spero disse prima di uscire dalla tenda. Lo spero per il tuo bene.

Apollodoro rimase solo con i suoi progetti. Quell'ufficiale romano avrebbe fatto saltare i nervi a chiunque.

1. Approssimativamente 37 metri.

2. Rispettivamente circa 740 metri e 1.037 metri.

68

IL CONTROLLORE DI CLESSIDRE

Cortile della Regia, Roma
Dicembre del 102 d.C.

Una goccia d'acqua scivol sul suolo di pietra vulcanica della Regia.

Scauro si trascin sulla pietra in cerca di altra acqua. Lo chiamavano cos perch era zoppo; da qui il suo nome, Scauro. A lui non importava. E ancora meno quella mattina in cui avrebbe guadagnato molto denaro. Stava cercando il punto in cui la clessidra perdeva. In quel processo, lui avrebbe avuto l'incarico di misurare il tempo con quell'orologio ad acqua, pi preciso di quello a sabbia; per aveva scoperto varie gocce cadute a terra: poteva significare una perdita o che un po' d'acqua gli era caduta mentre riempiva lo strumento. La prima possibilit sarebbe stata grave, la seconda non tanto. Non doveva cadere nulla su quel suolo sacro, ma in fondo era solo acqua. La cosa pi importante era che il dispositivo meccanico funzionasse correttamente. Per poter girare la clessidra in un senso o nell'altro conveniva innanzi tutto che non avesse danni. In questo consisteva il suo lavoro: controllare le clessidre per misurare il tempo dei turni degli accusatori e degli avvocati difensori in un processo. Se Scauro avesse avuto la capacit di vedere a livello microscopico, avrebbe visualizzato l'immagine dell'imperatore del mondo riflessa sulla superficie convessa di quella goccia d'acqua che stava esaminando, ma non poteva farlo; tuttavia sent che era calato il silenzio intorno a lui, e intuendo la presenza imperiale si alz immediatamente.

Marco Ulpio Traiano, imperatore di Roma, che aveva appena guidato il grande corteo per la sua vittoria su Decebalo e ricevuto dal senato il titolo di Dacicus, attravers con lo sguardo l'intero cortile recintato della Regia. Erano tutti l. Quell'edificio era la sede del Collegio dei pontefici, ma essendo il pubblico radunato troppo numeroso, si era deciso che il processo avesse luogo nel cortile. E l stavano tutti: il senatore Pompeo Collega, il primo ad aver giudicato la vestale Menenia colpevole di crimen incesti; i senatori Salvio Liberale e Cazio Frontone, che avevano appoggiato quella terribile accusa; Plinio, l'avvocato difensore, accanto al senatore Menenio, padre dell'accusata, un uomo anziano e atterrito; e, dietro di loro, gli accusati: Celer, che si voltava da una parte all'altra - per Traiano era evidente che quell'auriga si sentiva accerchiato e fuori luogo, senza pi cavalli n quadrighe n le piste del Circo Massimo - e, a pochi passi, seduta con la postura di una statua di Venere e lo sguardo sereno, la stessa Menenia, la vestale accusata, l'origine di tutto quel processo.

Traiano avanz lentamente, come conveniva a un momento tanto solenne. Sul fondo, intravvedeva tutti i membri del sacro Collegio dei pontefici: dalla Vestale Massima insieme al resto delle vestali, fino a Salinator, il rex sacrorum. Questi era un vecchio patrizio nominato ai tempi di Domiziano e che Traiano aveva deciso di non destituire, essendo il suo, per consuetudine, un incarico a vita, fino a quando non fosse morta la moglie del rex, e solo in quel caso sarebbe stato costretto a lasciare il suo posto; ma la consorte di Salinator, come lo stesso rex sacrorum, godeva, a quanto pareva, di ottima salute, piena di piccoli acciacchi, ma mai nulla di grave. L'imperatore sapeva che il vecchio Salinator aveva appoggiato le esecuzioni delle vestali condannate all'epoca di Domiziano; e cos alcuni dei sedici pontefici che sottostavano al rex, la cui funzione era vegliare sul sacro compimento della religione romana. Infine, si erano riuniti l i quindici flamines, i sacerdoti delle quindici divinit pi importanti di Roma: i tre flamines maggiori, il flamen Dialis o sacerdote di Giove, il flamen Martialis o sacerdote di Marte e il flamen Quirinalis o sacerdote di Quirino; e certamente i dodici flamines minori, incaricati dell'adorazione degli dei leggendari dell'antica Roma, come Carmenta, Cerere, Falacer, Flora, Furrina, Palatua, Pomona, Portuno, Vulcano e Volturno, tra gli altri. Tutti indossavano l'apex, il copricapo bianco che indicava l'appartenenza a quei sacri sacerdozi. Infine, tra i pontefici e i flamines, c'erano i ventuno sacerdoti che, assieme alle vestali e al rex sacrorum, avrebbero deliberato sulla colpevolezza o l'innocenza di Menenia e Celer e, di conseguenza, avrebbero emesso la sentenza di vita o di morte.

L'imperatore sollev per un istante lo sguardo oltre il recinto del cortile della Regia e intravide l'enorme moltitudine che si era radunata nel Foro per seguire l'evento, un processo che aveva attratto senatori e plebei, uomini e donne, cittadini e schiavi, giunti da tutte le tumultuose e strette strade che confluivano nel cuore della citt.

Marco Ulpio Traiano si ferm nel centro del cortile e lo stesso fece la guardia pretoriana che lo scortava. L'imperatore si trattenne un momento a osservare il terreno di tufo vulcanico di cui era coperta la superficie del cortile della Regia. Apr un poco il pugno della mano destra, in cui teneva una moneta d'oro che riportava le parole DACIA VICTA [Dacia vinta]. Lo chiuse di nuovo. Aveva ottenuto una grande vittoria in Dacia, si sentiva forte, capace di sconfiggere chiunque, incluso quel maledetto rex sacrorum, l'ultima traccia vivente lasciata dal passaggio a Roma di Domiziano. Si sentiva forte, per lottare contro tutte le menzogne che erano state gettate sulla giovane vestale Menenia. S, come imperatore si sentiva potente, ma come Pontifex Maximus quello era il suo primo grande processo nel Collegio dei pontefici. Plinio doveva impegnarsi a fondo, poich la retorica, le parole di un imperatore ancora principiante, non sarebbero state sufficienti a persuadere il resto dei pontefici. Tutto era ancora da vedere. Aveva fatto una promessa a suo padre e non voleva fallire, anche se ancora non sapeva come avrebbe fatto.

Traiano non era superstizioso, per si aggrappava a quella moneta nascosta nella sua mano destra, come se si trattasse di un amuleto sacro. DACIA VICTA. Vinta. Vinta davvero? Si ricord di Longino. Il suo amico pi fedele vigilava a nord. Longino non avrebbe mai fallito. Ma ora lui, in qualit di Pontifex Maximus, doveva dimenticarsi del Nord e occupare il posto centrale in quell'importante processo.

Traiano inspir profondamente. Cal un silenzio cos denso che Tiberio Claudio Liviano, il capo della guardia pretoriana, pens che se avesse sguainato la sua spada avrebbe potuto tagliare l'aria con la sua lama.

L'imperatore gir leggermente la testa verso destra. L vide il controllore delle clessidre. Era un uomo anziano, raggrinzito da quello stesso tempo che lui misurava con tanta precisione. Precisione? L'imperatore fece un paio di passi verso il vecchio.

Ti ho visto lavorare nella Basilica Giulia. Pu essere? chiese in cerca di conferma.

In quel silenzio che aveva accompagnato l'entrata di Traiano tutti i presenti nel cortile della Regia potevano ascoltare quella conversazione.

L'uomo annu lentamente e rispose: S, Cesare,  cos. Controllo le clessidre che misurano il tempo degli accusatori e degli avvocati difensori nella Basilica Giulia.

L'imperatore si pass la punta della lingua sul labbro superiore. Sapeva che tutti lo stavano ascoltando. Sapeva anche che molti ancora dubitavano di lui, del suo governo, e quel processo era troppo complicato, troppo delicato, implicava troppi interessi. Nemmeno lui poteva essere sicuro di quante ramificazioni del potere fossero radunate l, quella mattina, ma almeno in parte poteva intuirlo.

Per Castore e Polluce,  un lavoro importante il tuo, controllore disse Traiano.

S, Cesare rispose l'uomo, orgoglioso che lo stesso imperatore riconoscesse l'importanza del suo lavoro, e stava per sorridergli quando il Cesare gli parl ancora, senza guardarlo e riprendendo la marcia, come se non fosse importante quello che gli stava dicendo.

Voglio che tu sappia, controllore, che il tempo qui, nel Collegio dei pontefici,  sacro, e come tale  uguale per tutti.

Non aggiunse altro. Il riparatore cancell immediatamente il sorriso abbozzato sulle sue labbra e deglut la saliva, che gli and di traverso. Fu sul punto di tossire, ma riusc a contenersi. Aveva ricevuto molti soldi per incrementare il tempo degli uni e degli altri, degli accusatori e del difensore. Gli accusatori avevano pagato molto di pi. Ma dopo il sottile avvertimento del Cesare, seppe che non gli restava altra alternativa che restituire tutto il denaro con cui lo avevano corrotto. Cattivo affare controllare clessidre nel processo alla vestale! Cattivo affare.

Menenio, che, come tutti, aveva ascoltato la conversazione tra l'imperatore e il controllore delle clessidre, si avvicin a Plinio da dietro. Ci che ha detto il Cesare  buono, non  vero?

Non ne sono sicuro disse Plinio a voce bassa. Pare che il Cesare voglia un processo giusto.

Menenio non stava in s dalla gioia. Sicuro com'era dell'innocenza di sua figlia, di quella che sentiva come sua figlia, nella sua mente esisteva solo la possibilit che la sua amata Menenia sarebbe stata assolta, se il processo si fosse svolto regolarmente.

Un processo giusto  ci di cui abbiamo bisogno insistette il vecchio senatore controllando la propria gioia per non attirare l'attenzione di coloro che lo circondavano; ma Plinio si volt verso di lui con il volto molto serio.

Non lo so torn a dire l'avvocato. In vent'anni di esercizio dell'avvocatura a Roma non c' mai stato un processo giusto. Ovviamente, la cosa normale sarebbe che si assolvesse l'innocente e si condannasse il colpevole, ma di solito valgono pi le arguzie di uno degli avvocati e non la giustizia. Plinio smise di guardare il confuso Menenio per volgere gli occhi all'imperatore, che si stava sedendo su una grande cathedra collocata al centro del cortile della Regia. Poi l'avvocato aggiunse una frase che agit ancor di pi il povero Menenio: Un processo giusto. Sarebbe la prima volta per me. La prima volta.

69

UN POEMA DACICO

Sarmizegetusa Regia
Dicembre del 102 d.C.

 arrivato qualcuno, legatus disse uno dei legionari della guarnigione romana di Sarmizegetusa Regia.

Longino, che stava passeggiando nell'atrio, adornato di piante per sua espressa richiesta, guard il soldato. Chi? Che tipo di uomo ?

Era strano che i Daci inviassero qualcuno. La relazione tra il legatus e Decebalo e i suoi pileati era piuttosto fredda, per usare un eufemismo.

Non  un uomo, legatus, si tratta di una donna.

Questo s che richiam l'attenzione di Longino. Una donna?

S, legatus. Dice di chiamarsi Dochia e di essere la sorella del re della Dacia.

Longino sgran gli occhi. Che passi. E il legionario usc in cerca della visitatrice.

L'ufficiale romano al comando delle truppe imperiali di Sarmizegetusa era indeciso su come ricevere l'ospite. Era meglio stare in piedi? O sedersi? Che cosa sarebbe stato pi opportuno per lui, che era il rappresentante dell'imperatore in quel regno? Come ingraziarsela? Doveva compiacerla o mantenersi freddo? Traiano non era stato preciso su come doveva comportarsi a Sarmizegetusa. Confidava in lui. Longino si sentiva nervoso, a disagio e debole al tempo stesso. Non aveva pi rivisto la bellissima principessa da quando l'aveva consegnata ai pretoriani, i quali, infine, l'avevano restituita a Decebalo non appena era stata concordata la pace tra la Dacia e Roma. E allora l'aveva osservata da lontano, senza che lei si accorgesse che lui la guardava mezzo nascosto, a distanza. E ora Dochia, che Longino aveva cos tanto desiderato rivedere, era venuta a fargli visita.

Aveva immaginato molte scuse per giustificare una visita al palazzo reale, ma quelle che trovava erano valide solo per vedere Decebalo, non sua sorella. Adesso, improvvisamente, non aveva pi bisogno di scuse: lei stessa era andata a cercarlo. Forse si ricordava ancora di lui, e forse gli era grata per il suo comportamento a Fetele Albe, quando aveva evitato che l'attaccassero e l'uccidessero nel santuario sacro ai Daci.

Dochia entr, seguita da un paio di legionari che, vedendo che la donna s'inchinava leggermente davanti al loro superiore, la salutarono militarmente, uscirono e lasciarono soli Longino e la principessa dacica.

No, Longino non l'aveva pi rivista da quando era stata liberata poco prima della resa di Decebalo, ma l'impressione che era rimasta di lei nella sua mente, che fosse la donna pi bella del mondo, fu confermata. Lo sguardo azzurro, intenso, indomito; le sue braccia bianche, scoperte dalla tunica senza maniche; mani dalle dita sottili, una libera, la destra, e l'altra con un papiro delicatamente imprigionato tra quelle dita che Longino avrebbe desiderato afferrare tra le proprie in quello stesso istante; sotto la cintura che cingeva il vestito s'intuiva una figura sottile; i capelli biondi cadevano lisci, brillanti, in una lunga chioma non raccolta, cos diversi dalle pettinature romane ma cos intriganti... No, non provava alcun disagio considerato che era ancora sposato con Giulia. Il suo matrimonio, come quello dell'imperatore, come molti altri, era stato di convenienza, un semplice accordo. Ne avevano discusso, lui e Traiano: Giulia era una brava moglie, per era distante; discreta, per non bella ed esuberante come Dochia. E, inoltre, Giulia era lontana, a Roma. Non aveva voluto spostarsi fino ai confini dell'Impero. Longino non le faceva una colpa per quella scelta... lui non aveva nemmeno insistito...

La principessa dacica si pronunci, interrompendo i pensieri del legatus.

Ti saluto, Gneo Pompeo Longino disse in latino.

Il legatus romano aveva dimenticato che la voce di Dochia fosse tanto dolce quanto persuasiva. Non era strano che molti dei suoi uomini pensassero che la sorella del re dacico fosse ci di pi simile a una maga che avessero mai visto.

E io saluto la principessa Dochia, sorella del re Decebalo della Dacia.

C'erano delle sedie in un angolo dell'atrio e Longino vi si diresse per invitare, con un gesto della mano, la bella visitatrice a occuparne una. Dochia annu e, lentamente, guardando con apprezzamento la gran quantit di piante presenti in quel patio, si accomod.

Non ricordavo che questo edificio avesse tante piante disse in un latino un poco forzato ma abbastanza buono da permettere ai due di comunicare perfettamente.

Longino aveva iniziato a studiare alcune parole daciche, per non se la sentiva ancora di parlare la lingua di lei. In principio aveva pensato di ricorrere a qualche schiavo, ma poi aveva concluso che, se era destinato a rimanere in quel luogo per parecchio tempo, sarebbe stato pi utile all'imperatore che imparasse a comprendere e a parlare la lingua di coloro sui quali doveva vigilare.

Ho apportato alcuni cambiamenti inizi a spiegare sedendosi di fronte alla sua ospite. Ho fatto fare qualche lavoro per installare un sistema di riscaldamento nelle stanze interne e ho ordinato che portassero delle piante. Mi piace essere circondato dalla vita.

Pensavo che i legionari romani e i loro ufficiali preferissero circondarsi di morte.

Longino la guard in silenzio. La giovane sostenne il suo sguardo. Lo stava forse sfidando, con quelle parole?

Anche i Romani apprezzano la vita e tutto ci che  bello.

Per questo distruggete tante cose belle durante le vostre conquiste?

Prima di distruggere, tentiamo di arrivare a un accordo.

Un accordo che implica sempre la sottomissione a Roma.

No, la corresse Longino ci basta un accordo che comporti pace e frontiere sicure.

In quel momento entrarono alcuni schiavi che avevano ricevuto l'ordine di servire il legatus quando questi aveva un incontro con qualcuno. Finora tali incontri erano avvenuti solo con ufficiali romani della guarnigione di Sarmizegetusa o con qualche emissario del re Decebalo. Non sapevano esattamente cosa servire a una principessa dacica.

Posso offrirti qualcosa da bere o da mangiare? chiese Longino.

Acqua rispose lei.

E vino per me aggiunse Longino agli schiavi, che scomparvero rapidamente in cerca del necessario per soddisfare il loro padrone.

Suppongo che le mie parole ti abbiano messo a disagio, Gneo Pompeo Longino, disse lei ma sono la sorella del re della Dacia e non sono abituata a reprimere le mie opinioni n le mie idee.

Non mi hai offeso. Mi hai sorpreso. Capisco che una principessa sia abituata a dire ci che pensa, ma non sapevo che una donna dacica potesse contare su una simile libert.

I Romani non sanno praticamente nulla di noi.

Sappiamo che i guerrieri dacichi sono bravi a combattere; questo, principessa, posso assicurarti che lo sappiamo fin troppo bene.

Tornarono gli schiavi con un tavolino e caraffe di acqua e vino. Servirono loro due coppe.

Longino bevve un bel sorso e poi chiese un po' d'acqua da aggiungere al vino. Dochia si limit ad appoggiare la coppa, con somma delicatezza, sul tavolino che avevano posto alla sua destra.

C' molto da apprendere sulla Dacia oltre al nostro valoroso modo di combattere disse la donna.

Sono sicuro di questo. Infatti ho cercato di imparare qualcosa della vostra lingua, ma confesso di essere solo un apprendista molto goffo; e ancor pi in confronto al dominio della lingua latina che dimostra la principessa Dochia.

Tutto si pu imparare, se lo si vuole. La questione  se davvero si possiede un tale desiderio.

Ci sto realmente provando. La Dacia  da molti anni un potente regno a nord del Danubio. Niente resiste al passo del tempo se non si ha una solida base di tradizioni e costumi che si tramandano da una generazione all'altra e sono rispettate dai pi giovani, che di nuovo le trasmetteranno. Sono convinto che la Dacia abbia posseduto tradizioni tanto forti che l'hanno mantenuta cos com' da tempo immemore.

Dochia lo guardava con una tale attenzione che Longino interpret la sua espressione come autentico interesse.

Se questo  ci che pensi, allora forse ho fatto bene a portarti questo disse la principessa. Cos dicendo tese il braccio sinistro per offrirgli il papiro che teneva in mano da quando era entrata.

Longino lo accett con cura, anche lui con la mano sinistra. Le punte delle dita di entrambi si sfiorarono per un istante. A lui quel breve contatto diede un piacere pi intenso di quanto avrebbe mai immaginato. Dochia finse di non accorgersene e strategicamente spost l'attenzione su altro.

Come gi era avvenuto in passato, not che il legatus romano muoveva il braccio destro goffamente e lo teneva piegato in maniera anomala lungo il fianco del corpo.

 una vecchia ferita disse Longino. E subito chiese del papiro per eludere l'argomento del proprio braccio. Cosa contiene questo rotolo?

Se il legatus lo apre forse potr capire qualcosa.

Longino lo srotol con la mano sinistra come pot, non con molta destrezza, ma aiutandosi stendendolo sul tavolino per riuscire a leggerlo. Era in lingua dacica. Per il modo in cui erano disposte le frasi, con ampi margini da un lato e dall'altro, sembrava che si trattasse di un poema.

Non sono sicuro di poter capire molto disse, ma Dochia non parl. Era evidente che voleva che si sforzasse. Lui si applic con impegno. Il titolo, Mos, credo che significhi anziano; poi c' il nome del poeta, perch immagino si tratti di un poema. Il legatus alz un istante lo sguardo cercando conferma e la principessa annu. Il poeta usa le parole copac e prunc, che secondo quanto ho appreso significano rispettivamente albero e bambino, ma mi  molto difficile capire qualcosa di pi... Allora, pururea, qui, verso la fine, mi pare significhi sempre, credo di ricordare questo, ma non ne sono sicuro. Mi dispiace, non sono capace di andare oltre.

Quando Longino torn a guardare la principessa pot godere della soddisfazione che ottiene un uomo quando si accorge che ha impressionato positivamente una bella donna: un piacere speciale, difficilmente uguagliabile a qualsiasi altra sensazione.

 molto di pi di ci che mi aspettavo ammise Dochia con un tono seducente e meno distante da quello usato fino a quel momento. Sono venuta fin qui per due motivi: per prima cosa, desideravo esprimere la mia gratitudine per l'aiuto che il legatus Longino mi ha offerto durante la guerra, evitando la mia morte - noi Daci non siamo degli ingrati -, e in secondo luogo perch volevo verificare chi avesse lasciato l'imperatore di Roma a Sarmizegetusa. Mi rallegra vedere che ci sono Romani diversi da come pensavo. Arross leggermente, come se all'improvviso si fosse vergognata di aver detto qualcosa di troppo, e volse i suoi occhi verso il papiro. Si tratta di un poema, s, il cui titolo  Al tramonto, ovvero amura; le altre parole che il legatus ha letto sono giuste, anche se noi usiamo copil per bambino; prunc in realt si riferisce a un bambino molto piccolo. Ma  un buon risultato per chi dice di non conoscere molto della nostra lingua.

Sono disposto a imparare di pi disse Longino pensando se fosse il caso di suggerire: Forse con l'insegnante giusto potrei migliorare.

Dochia sorrise. Ordiner che uno dei poeti di palazzo t'istruisca, se lo desideri.

Non era esattamente ci che Longino avrebbe voluto, ma migliorare la conoscenza del dacico sembrava essere una buona mossa per continuare a impressionare Dochia... e una buona idea per servire Roma. E si sorprese che le due idee fossero sorte in quell'ordine e non il contrario.

Ne sarei onorato, senza dubbio, se ci  possibile conferm.

Lo sar disse lei. Di nuovo torn a guardarlo con sfida, non in modo aggressivo, ma con gli occhi da amico, in questo caso da amica, un'amica che si diverte a fare indovinelli. E il legatus sa di chi  questo poema?

Longino riguard il testo. Non ne aveva la minima idea.

Non conosco nessun poeta dacico, mi dispiace ammetterlo, ma prometto che a partire da ora comincer a informarmi.

Non  dacico colui che ha scritto questo poema rispose lei con un largo sorriso di vittoria.

Longino non pat la sconfitta: se non essere capaci d'indovinare l'autore del poema la faceva sorridere in modo tanto incantevole, allora era un gioco in cui conveniva certamente perdere.

E chi  l'autore? chiese dunque.

 un poeta romano, che sono sicura il legatus conosca.

Longino corrug la fronte, confuso, sorpreso, curioso. Quella principessa non solo era bella, ma si poteva avere con lei una conversazione intelligente, acuta e interessante.

Non conosco nessun poeta romano che scriva in lingua dacica. So di alcuni che scrivono in greco, ma non mi risulta che alcun romano abbia scritto in dacico.

S, invece, e lo conosci insistette Dochia, divertita come non lo era da tempo, perch suppongo che Gneo Pompeo Longino conosca il poeta Ovidio, non  cos?

Ovidio? ripet il legatus ancora pi confuso di prima. Non era un gran lettore di poesia, ma tutto il mondo conosceva Ovidio, il grande poeta del divino Augusto, l'autore delle Metamorfosi o dei Tristia, e con il quale lo stesso Augusto aveva avuto un grosso screzio, la cui origine non era mai stata chiarita e che lo aveva condotto all'esilio. Il poeta Ovidio continu Longino, dando voce ai suoi pensieri, fu esiliato da Roma, certo, e credo di ricordare che l'esilio fu a Tomis, a nord della Mesia Inferiore, proprio al confine con... la Dacia.

 cos conferm Dochia. Ovidio, un poeta romano che ebbe la modestia di imparare la nostra lingua. In realt impar la variante geto-dacica, ma perfettamente comprensibile per noi di qui. E non solo apprese la lingua, ma vi scrisse anche dei poemi. Questo mi ha fatto pensare che non tutti i Romani ci disprezzano. Volevo sapere se il legatus era come Ovidio.

E che cosa ha concluso la giovane principessa della Dacia al riguardo?

Lei torn a sorridere. Ho concluso che Longino probabilmente non  un grande poeta, ma assomiglia un poco a Ovidio per il suo desiderio di conoscere la Dacia. E questo mi fa piacere.

 stato un incontro felice, allora concluse Longino.

Infatti, rispose lei ma molto lungo. Devo ritornare al palazzo reale, ma spero che il legatus acconsenta a farci visita se ci sar l'occasione.

Longino si alz e l'accompagn alla porta. Sar felice di farlo. Sono certo che presto trover una scusa.

Dochia non disse nulla. Si limit a sorridere e usc, lasciandolo solo tra le piante dell'atrio.

[...] nec tristis in ipsis Naso Tomis.

[...] triste sarebbe stato, pur nella stessa Tomis, Nasone.

Publio, Papilio Stazio, Silvae, I, 2, 254-255, riferimento all'esilio di Ovidio (nome completo Publio Ovidio Nasone) nella citt di Tomi, vicino alla Dacia.

Nec te mirari, si sint vitiosa, decebit

carmina, quae faciam paene pota Getes.

Ah pudet! et Getico scripsi sermone libellum,

structaque sunt nostris barbara verba modis:

et placui (gratare mihi) coepique potae

inter inhumanos nomen habere Getas.

Materiam quaeris? Laudes de Caesare dixi.

Ne dovrai stupirti che siano brutti i miei versi:

li ho scritti quasi come un poeta dei Geti.

Ah, che vergogna! Ho perfino composto un'opera in

getico, messo parole barbare nei nostri ritmi:

e sono piaciuto (complimentati) e ho cominciato

ad avere nome di poeta tra i Geti crudeli.

L'argomento? Ho scritto le lodi di Cesare.

Ovidio, Epistulae ex Ponto, IV, XIII, passo in cui il poeta riconosce d'essersi quasi convertito in un poeta di lingua geto-dacica. Tali poemi sono perduti.

70

I TESTIMONI DELL'ACCUSA

Edificio della Regia. Tribunale del Collegio dei pontefici, Roma
Dicembre del 102 d.C.

Traiano si rivolse a tutti dalla sua cathedra. Non avrebbe voluto dire ci che stava per dire, ma non aveva altra scelta, doveva pronunciare quelle parole. Era suo obbligo ineludibile, in qualit di Pontifex Maximus, leggere l'accusa che pesava sulla vestale, quali che fossero l'accusa e la vestale accusata.

Io, Marco Ulpio Traiano, in qualit di Pontifex Maximus, con potest su tutte le vestali di Roma, accuso la sacerdotessa Menenia di aver commesso il peggiore dei sacrilegi possibili, quello di crimen incesti, con l'auriga Celer.

Tacque, e un mormorio si estese per tutto il cortile del Collegio dei pontefici. Plinio abbass lo sguardo. Pronunciata dall'imperatore, l'accusa sembrava ancor pi grave, solenne, terribile e, cosa ben peggiore, inamovibile. Corrug la fronte. Traiano voleva che lui la difendesse, s. Guard verso il pubblico presente. Il Cesare non era contro quella vestale, piuttosto il contrario, ma le circostanze lo obbligavano a interpretare il ruolo dell'accusatore, era la legge, e Traiano si era dimostrato, almeno fino a quel momento, sempre molto scrupoloso nel compimento della legge. Plinio cominci a sudare, nonostante tutto il tempo passato a prepararsi per quel processo. A dispetto della sua esperienza, non era a suo agio a dover controbattere all'imperatore in persona; avrebbe dovuto contraddirlo e...

Traiano per riprese a parlare. E io, Marco Ulpio Traiano, ho deciso di delegare l'accusa formale e la sua esecuzione all'onorevole senatore Pompeo Collega, che per primo ha presentato le presunte accuse contro la vestale Menenia. Pompeo Collega, a partire da ora, prender la parola e proseguir con l'accusa.

L'imperatore tacque di nuovo.

Pompeo si alz allora dal suo posto con ovvia determinazione. Plinio intu che il Cesare aveva gi avvertito prima il senatore Pompeo Collega del fatto che sarebbe stato lui a passare dalla parte accusatoria in nome dell'imperatore. Plinio, da un lato, avrebbe preferito essere avvertito, ma dall'altro scontrarsi con Pompeo Collega era decisamente alla sua portata e, perch non ammetterlo, molto pi allettante che dover controbattere all'onnipotente imperatore di Roma. S, Traiano doveva essersi assicurato prima, in privato, che Pompeo accettasse di buon grado di esercitare l'accusa in pubblico. Il Cesare non avrebbe mai rischiato che Pompeo declinasse la sua proposta davanti a tutti, per poi dover essere lui a continuare l'accusa, convocando, uno a uno, i testimoni. L'imperatore era stato abile nella sua strategia. Plinio si era gi trovato contro Pompeo in senato, in pi di un processo, e in particolare in quello contro Mario Prisco, dal quale era uscito vincitore.

Poteva vincere di nuovo, poteva farcela. Ma Pompeo aveva gi cominciato a parlare.

Grazie, Pontifex Maximus cominci a dire energicamente. Senatori, pontefici, flamines e... vestali, mi rivolgo oggi a tutto il congiunto Collegio dei pontefici per un'accusa triste e grave. Desidero, prima di tutto, avvertire gli dei e i sacerdoti degli dei di Roma che tutto ci che dovr raccontare oggi arrecher dispiacere e dolore.

Fece una breve pausa come per sottolineare l'importanza delle sue parole e per essere sicuro di aver attirato l'attenzione di tutti. Prese tempo; guard verso il controllore di clessidre con serenit, ma questi neg lievemente con il capo, e Pompeo aggrott la fronte con visibile costernazione: quel codardo di Scauro si era spaventato a causa degli avvertimenti dell'imperatore. Pompeo Collega non s'innervos per quell'insignificante contrattempo, non avrebbe arrecato alcun danno; non aveva bisogno di pi tempo per distruggere gli accusati e possedeva dei testimoni di ferro. Menenia e Celer non sarebbero usciti vivi da quel processo; non lo preoccupavano di certo le arguzie da infido avvocato qual era Plinio: quel caso andava oltre le sue forze. Nemmeno l'imperatore avrebbe potuto salvarli.

Ma anche se con dolore e con tristezza, dobbiamo riferire ci che segue continu Pompeo Collega. La vestale Menenia, amica fin dall'infanzia dell'auriga Celer, ha giaciuto con lui nella domus di suo padre, Menenio. Il senatore  un uomo retto, senza dubbio, e non stiamo giudicando lui, oggi. Per a volte i figli... o le figlie non sono all'altezza dei genitori. Menenio  certamente un uomo onesto, e forse potremmo criticare solo la sua indulgenza verso la figlia e la cattiva scelta delle sue amicizie quando questa era piccola. Infelice, per Giove, fu la decisione di permettere a Menenia di stringere amicizia col futuro auriga. I conduttori di quadrighe, tutti noi lo sappiamo, sono per natura impetuosi e incontrollabili. Sono abituati a giocarsi la vita ogni giorno nel Circo Massimo, fino al punto che la vita per loro vale poco, come certamente vale poco quella degli altri, inclusa quella degli amici, perfino quelli d'infanzia. Cos, l'auriga Celer, approfittando dell'amicizia che lo univa da tempo alla vestale Menenia, ha sfruttato gli incontri con lei non solo per toccarla o accarezzarla (azioni che di per s sarebbero gi considerate terribili crimini, poich nessuno, assolutamente nessuno, pu toccare una vestale, e nemmeno tra loro esse possono toccarsi). Ma c' di pi: non solo dimostrer che ci furono contatti, ma anche che, come esporranno i testimoni che presenter, testimoni indiscutibili, l'auriga Celer super ogni limite strappando la vestale Menenia alla sacerdotessa di Vesta (e, di conseguenza, strappando tutti dalla pace e dalla tranquillit, dall'equilibrio di cui abbiamo tanto bisogno a Roma). Celer, vi dico, ci ha privato di tutto questo rubando a Menenia la sua... verginit. Interruppe cos il suo primo intervento.

I mormorii tornarono a udirsi nella sala. Plinio ascoltava attento. Pompeo aveva menzionato i testimoni, ma non aveva prove. Avrebbe dovuto lottare contro delle menzogne. Ora tutto dipendeva da quanto sarebbero apparsi persuasivi i bugiardi assunti da Pompeo Collega.

Il primo che riferir tutto ci che sa riguardo a questo terribile crimen incesti continu Pompeo  il senatore Salvio Liberale, console e passato governatore della Macedonia. Non  uno qualunque colui che vi parler ora. Sono certo che il tribunale... e qui si rivolse ai pontefici sporgendosi verso di loro ...sapr apprezzare e stimare questo testimone nella giusta misura.

Liberale si alz e si rec di fronte all'imperatore, ai pontefici, ai sacerdoti e alle vestali.

Pompeo, in piedi accanto alla propria sedia, inizi a interrogarlo: Il senatore Salvio Liberale si presenta qui senza pressione alcuna?.

Cos , per Marte, mi presento qui mosso solo dall'orrore di ci che so e che tutta Roma deve sapere.

E cos' che sa il senatore Salvio Liberale riguardo alla vestale Menenia, che tanta preoccupazione ha generato alla sua onorevole persona?

Salvio Liberale appariva affranto dal dover testimoniare. Plinio lo guardava a bocca aperta. Che attore! Lo conosceva gi dai suoi precedenti interventi in senato, ma le sue doti sembravano migliorare quanto pi grande era la scena da interpretare.

Pontifex Maximus, pontefici, sacerdoti, vestali e senatori... Una notte, ritornando dalla casa di un amico ben oltre la terza vigilia (ci eravamo attardati a causa della lunga comissatio che aveva seguito la cena), giunsi l, dove termina l'Argiletum, ma ci fu impossibile avanzare a causa di carri che trasportavano mercanzie per il grande Macellum; cos ordinai ai miei schiavi di dirigersi per una delle stradine che conducono al Foro. Ci trovavamo in una di quelle quando udimmo delle risate. La luce delle torce portate dagli schiavi mi permise di vedere con chiarezza una donna vestita con una palla bianca.

Iniziarono nuovamente i mormorii, ma l'imperatore alz la mano destra e tutti tacquero.

Salvio Liberale prosegu col suo racconto: Una donna con una palla bianca, il che mi sorprese, perch, a quell'ora della notte, una donna che rideva con un uomo poteva essere solo una prostituta; ma osservai che non portava i capelli tinti o sciolti bens raccolti e, inoltre, non solo la palla ma il resto dei suoi indumenti erano bianchi.

Nuovamente i mormorii s'impadronirono del cortile del Collegio dei pontefici. La maggior parte dei sacerdoti osservava Menenia, impeccabilmente vestita di bianco come le spettava in quanto vestale.

Salvio Liberale alz la voce per farsi udire nella confusione provocata dalle sue ultime parole; voleva che tutti lo sentissero. Come comprenderete, tutto ci mi allarm e allora guardai con pi attenzione. E li vidi, molto chiaramente: si trattava della vestale Menenia, insieme a un accompagnatore, un uomo che sembrava essere l'auriga Celer; stavano l, parlavano, ridevano nel mezzo della notte; potevo vederli talmente bene che distinsi perfino la spilla con la quale la vestale si aggiustava la palla sulla spalla. Salvio Liberale, durante quella sua ultima deposizione, port la mano sinistra alla spalla destra, indicando il punto esatto in cui la ragazza indossava la spilla quella notte.

I mormorii tornarono a serpeggiare per tutto il cortile e fino al Foro. Plinio era molto serio, con gli occhi fissi sulla spalla destra di Salvio Liberale. La spalla destra... Annu impercettibilmente tra s, eppure nessuno sembrava rendersi conto di quel dettaglio di tale importanza...

Poi Salvio torn ad alzare il tono della voce. E questa non  la cosa peggiore, non lo ...

Ottenne quindi, nuovamente, silenzio e attenzione: tutti erano ansiosi di saperne di pi.

Celer, che era seduto davanti a Plinio, si volt verso l'avvocato. Tutto questo  falso,  una menzogna; non ci siamo mai visti da soli e mai fuori dalla Casa delle vestali.  una menzogna... disse in un sussurro tremante, pieno di rabbia trattenuta.

Plinio annu e mise una mano sulla spalla dell'auriga perch si tranquillizzasse.

Mia figlia non si comporterebbe mai in quel modo sottoline dal canto suo Menenio.

Plinio allora, separandosi da Celer, prese per il braccio l'amico. Tranquillo. Stanno mentendo. Lo so. Va tutto bene. Poi sar il nostro turno. Rimanete entrambi tranquilli disse. Diranno cose perfino peggiori, ma non perdete la calma. Rimanete in silenzio.  molto importante che io senta bene ci che dicono e come lo dicono.

La previsione dell'avvocato sul fatto che sarebbero state dette cose ben peggiori si realizz presto.

Si toccavano continu Salvio Liberale. Si volt verso Celer e lo indic con il dito. Vidi con i miei occhi come il miserabile auriga osava toccare una vestale, lo vidi, so che  cos; e non  tutto: la baciava, e lei non faceva nulla per scostarsi. Questo  ci che vidi grazie alla luce delle torce. E, per Giove, giurai a me stesso che una tale colpa non sarebbe rimasta impunita. Ci che non potevo immaginare  che sarebbero arrivati ben oltre. Roma  in pericolo, sacerdoti e pontefici, Roma  in pericolo se gli dei non ci vedranno castigare tali sacrilegi!

Di nuovo si sollev il mormorio tra i flamines, i sacerdoti e molti dei presenti, che arrivarono a pronunciarsi a voce alta su ci che si doveva fare, e la parola morte fu udita in ognuno di quei dibattiti improvvisati. Salvio Liberale, con aria soddisfatta, ritorn al suo posto.

Pompeo Collega si prese del tempo prima di intervenire di nuovo. Tutto andava come previsto, quindi non c'era bisogno di accelerare il ritmo con cui i suoi testimoni dovevano deporre. La clessidra, silenziosa ma costante, continuava a misurare il tempo. L'imperatore aveva detto che tanto l'accusa come la difesa disponevano di sole sei clessidre, e Pompeo Collega aveva compreso che era una tattica del Cesare per non concedere il tempo per presentare una lunga serie di testimoni contro la vestale Menenia. Per questo era stato minuzioso nella sua selezione. I testimoni sarebbero stati pochi ma distruttivi, incontestabili.

La seconda clessidra era sul punto di prosciugarsi1. Pompeo guard con disprezzo Scauro. Dopo il sottile avvertimento del Cesare, quel miserabile zoppo era diventato assai meticoloso con l'acqua.

Ora, Pontifex Maximus, flamines, sacerdoti, vestali e senatori, disse Pompeo Collega dopo una lunga pausa animata da conversazioni, mormorii e sentenze mortali chiamo a deporre il senatore Cazio Frontone affinch presenti la sua testimonianza davanti a questo sacro tribunale.

Cazio, come aveva fatto Salvio Liberale, si alz con decisione e si situ di fronte al tribunale dei sacerdoti.

Cosa accadde, senatore, quando Salvio Liberale condivise con alcuni senatori ci che aveva scoperto? chiese Pompeo Collega senza troppi giri di parole.

Salvio voleva denunciare Menenia inizi Cazio guardando fisso la giovane che, stordita dai testimoni che la stavano accusando con crudelt di fatti e avvenimenti che lei non aveva commesso n mai avrebbe immaginato di commettere, guardava a terra, apparendo ancora pi colpevole.

Plinio osserv il comportamento della vestale e intu quale idea i sacerdoti si stessero facendo della giovane, ma sapeva che era meglio apparire colpevole davanti ai sacerdoti che sostenere uno sguardo di sfida. L'apparente vergogna di Menenia non era ci che preoccupava Plinio, bens il fatto che Pompeo si fosse sforzato di raccogliere tanti senatori in qualit di testimoni in quel processo; lui, al contrario, non disponeva di alcun pater conscriptus che fornisse una testimonianza contraria a quelle appena presentate; lui, Plinio, era senatore di rango consolare, ma non era sufficiente, no...

Cazio riprese a parlare. S, Salvio voleva denunciare la vestale Menenia, ma fui io a fermarlo. Ora me ne pento, perch forse una denuncia a suo tempo avrebbe impedito che il peggiore dei crimini, il crimen incesti, si compisse; ma in quel momento i baci e i contatti di cui parlava Salvio mi parvero un'accusa terribile a cui mi costava credere, pur riconoscendo ora l'onest della sua testimonianza, dimostrata dai suoi onorevoli servigi allo Stato e dalle sue capacit eccelse. Nonostante ci, in quel momento lo convinsi del fatto che il comportamento della vestale Menenia non potesse essere, realmente, tanto corrotto, vile e sacrilego. Ecco come sono andate le cose.

Tutti ascoltavano attentamente, compreso l'imperatore, che non cessava di corrugare la fronte.

E in che modo si cerc di verificare se ci che il senatore Salvio Liberale aveva visto quella notte fosse vero? indag Pompeo Collega.

Tutti si stavano ponendo quella domanda. Plinio sapeva riconoscere quando un avvocato, anche se della controparte, faceva bene il suo lavoro. Al momento aveva individuato un solo errore. E aveva bisogno di qualcosa di pi.

Cazio Frontone si schiar la gola. Ehm... alla fine... decisi di ordinare a qualcuno dei liberti che lavorano per me di vigilare l'Atrium Vestae a tutte le ore, del giorno e, soprattutto, della notte. Volevo avere conferma se qualcosa di strano stesse accadendo e, infatti, dopo due giorni i miei uomini mi riferirono che la vestale Menenia era uscita una notte, sola, senza lictores n pretoriani, n accompagnata da altre vestali.

E dove si era recata la vestale Menenia da sola, nel cuore della notte? domand Pompeo.

Tutti tacevano.

Cazio Frontone assent ma esit a rispondere. Plinio sorrise. Avevano recitato proprio bene: Salvio, Cazio e Pompeo avrebbero potuto recitare in teatro e senza nemmeno aver bisogno di una maschera.

La vestale si era recata a un incontro con l'auriga Celer, nelle scuderie di Roma disse Cazio.

Fu come un fulmine a ciel sereno. Se immaginare una vestale commettere un crimen incesti era gi di per s terribile, saperla sdraiata in una stalla, come una cavalla in calore, come un animale, mentre si dava a un uomo senza scrupoli e di infima condizione, era qualcosa che andava ben al di l di ogni fantasia.

Non ho altre domande, senatore disse Pompeo Collega.

Cazio Frontone ritorn al suo posto mentre i mormorii diventavano tumulto. L'acqua della clessidra continuava a scendere goccia dopo goccia, incessantemente, indifferente alle parole degli uomini.

Pompeo Collega si prese il suo tempo per chiamare altri testimoni; voleva che le deposizioni a favore della condanna a morte degli accusati s'imprimessero bene nella mente dei presenti. In questo modo, sarebbe stato pi difficile far loro cambiare opinione. Infine convoc altre persone e al tribunale della Regia vennero presentate le testimonianze di alcuni liberti al servizio di Cazio Frontone, i quali confermarono parola per parola il racconto del padrone.

Plinio rimaneva serio, con il volto impassibile. Aveva in mano qualcosa per confutare la testimonianza di Salvio Liberale. L'avversario era stato eccessivamente orgoglioso, troppo sicuro di s, e questo era il suo punto debole, ma per ribaltare le deposizioni offerte da Cazio e da quella sfilata di testimoni, liberti e schiavi al suo servizio, Plinio sapeva di dover usare qualcosa di pi che semplici trucchi da avvocato. Si sporse per vedere dall'alto chi aveva intorno, ma non trov chi cercava.

Aspetti qualcuno? gli chiese il senatore Menenio in mezzo al baccano generatosi dopo l'ultima testimonianza dell'accusa.

S disse Plinio. Ho convocato qui Atello.  un... collaboratore che lavora per me.

Gi disse Menenio a bassa voce. Le cose stanno andando male, non  vero? Non mentirmi.

Plinio guard il suo vecchio amico e gli mise la mano sulla spalla. Vanno male, ma vanno sempre male quando  il turno dell'accusa. Ormai hanno esaurito il tempo aggiunse guardando Scauro. Il controllore stava riempiendo l'ultima clessidra. Pompeo Collega ha dedicato molto tempo alla deposizione di Cazio Frontone. Non credo che gliene rimanga abbastanza per un altro testimone. Ormai non pu fare altro danno. Poi sar il nostro turno.

Menenio apprezz con un lievissimo sorriso le parole e l'affetto di Plinio, ma non era sicuro che il suo amico fosse stato pienamente sincero, nonostante lui lo avesse pregato di esserlo. Giusto in quel momento, Pompeo Collega intervenne chiamando un ultimo testimone.

E infine,  desiderio di questo senatore, allo scopo di far s che la verit risplenda, anche se egli non ha fatto che oscurare il cielo di Roma, che l'auriga Acleo deponga davanti a questo tribunale.

Plinio deglut; chiunque avrebbe pensato che stesse tremando all'idea di ci che l'auriga degli Azzurri avrebbe potuto rivelare, invece la sua preoccupazione nasceva dall'espressione che Collega aveva usato: Oscurare il cielo di Roma. Per un istante ebbe paura che Collega avesse davvero fatto troppo bene il proprio lavoro, ma poi si tranquillizz, poich quel riferimento non produsse conseguenze, e l'accusatore si lanci nell'interrogatorio all'auriga con varie domande brevi e dirette, dimenticandosi cos dei cieli di Roma. Forse la mancanza di tempo, il fatto di essere gi all'ultima clessidra, cominciava a scalfire la bravura di Pompeo. L'accusatore era cos certo della vittoria che non aveva tenuto in conto la cosa pi elementare in un processo come quello, dimenticando quanto fossero superstiziosi i Romani. Plinio pens che forse questo gli avrebbe fornito un'altra possibilit, ma... dov'era finito quel maledetto di Atello?

Il tuo nome  Acleo? chiese Pompeo all'auriga che si era presentato per deporre.

S... senatore. Acleo non aveva ben chiaro come dovesse rivolgersi a colui che lo stava interrogando, ma al vedere che Pompeo annuiva si tranquillizz un poco.

Questi si accorse del sudore sulla fronte dell'auriga. Doveva farlo parlare il meno possibile o quell'imbecille sarebbe stato capace di farsi scappare qualche stupidaggine.

Tu sei un auriga, e quindi ti  permesso entrare nelle scuderie di Roma con libert, non  vero? chiese.

S...

Pompeo per lo interruppe prima che potesse aggiungere di nuovo la parola senatore alla fine della sua timida risposta. Bene. E che cosa raccontava l'auriga Celer in relazione alla vestale Menenia?

Acleo tardava a rispondere. Anche Plinio osserv la fronte corrugata dell'auriga. Gli parve curioso che un uomo abituato a giocarsi la vita tutti i giorni nel Circo Massimo sudasse tanto copiosamente nel dover mentire. Infatti non faceva affatto caldo in quel finale di dicembre, nel cortile della Regia. I senatori avevano dimostrato molta pi discrezione nel pronunciare le loro menzogne. L'esperienza risultava fondamentale in questi casi.

Celer... l'auriga Celer... cominci a balbettare Acleo. Celer... si vantava di essere stato con la vestale Menenia in molte occasioni.

Stato  impreciso puntualizz Pompeo.

Di aver giaciuto con lei, volevo dire...

Quindi la vestale Menenia non era vergine? concluse Pompeo con tono interrogativo.

Plinio ammir come nessuno dei tre senatori, n l'accusatore n i due che avevano testimoniato, avesse osato pronunciare quelle parole. Pompeo interrogava e forzava Acleo a mentire proprio sul fatto pi grave.

No, la vestale non pu pi essere vergine concluse Acleo.

Ancora una volta i flamines, i sacerdoti e tutti coloro che si erano radunati nel cortile della Regia cominciarono a discutere ad alta voce. E i commenti si estesero ben oltre quel perimetro, di bocca in bocca, avanzando verso il Foro di Roma.

Ma forse, sugger Pompeo riuscendo a farsi udire in mezzo a quel baccano forse Celer si vantava di qualcosa che non aveva fatto. Forse Celer... mentiva.

No, senatore rispose Acleo.

E come mai ne sei cos sicuro? insistette Pompeo Collega.

Perch una notte li vidi insieme e indic gli accusati. Nelle scuderie dei Rossi; li vidi insieme, nudi.

 una menzogna, una menzogna! Per Castore e Polluce e tutti gli dei! Ti uccider, Acleo, ti uccider! Non so n quando n come, ma ti uccider! grid Celer, incapace di contenersi.

Due pretoriani obbligarono Celer a sedersi e a tacere, a rischio di essere trascinato via a calci. Plinio abbass lo sguardo e sospir. Non poteva contare su Celer come testimone. Era un grande auriga, ma incapace di controllarsi davanti a un tribunale. Menenia si mostrava pi contenuta, ma guardandola vide che piangeva in silenzio. Buone lacrime, ma non sarebbero state sufficienti a commuovere i flamines e i sacerdoti. Le lacrime erano pi efficaci davanti al tribunale di una basilica e talvolta anche nel senato, ma non l, non davanti al Collegio dei pontefici. Plinio cap che stava perdendo testimoni con cui confutare tutta quella sfilza di menzogne. Buone menzogne e ben ordite. E Atello? Sperava davvero che quel maledetto avesse scoperto qualcosa, perch lui si sentiva sempre pi impotente.

Ancora non capiva perch i senatori si ostinassero tanto a voler condannare a morte una vestale innocente. Che cosa ci guadagnavano? Cosa ci guadagnavano se il Cesare si fosse trovato costretto a concedere un'esecuzione? Se l'imperatore lo avesse lasciato investigare sull'origine di Menenia... ma tutto ci era fuori dalla sua portata. Doveva lottare con quel poco che aveva. E con le parole.

Il cortile della Regia stava riacquistando un contegno. Il tribunale tornava tranquillo. L'unica cosa buona della confusione che aveva creato Celer con le sue grida era che il tempo aveva continuato a scorrere. L'ultima clessidra dell'accusa stava per finire.

Pontifex Maximus disse Pompeo guardando prima Scauro, poi l'imperatore. Si  consumata parte dell'ultima clessidra per via delle grida di uno degli accusati. Chiedo una clessidra in pi per riassumere ci che  stato presentato dall'accusa.

Traiano lo guard con il volto serio, quasi impenetrabile. Plinio era sicuro che l'imperatore non si sentisse a suo agio dopo tutto ci che era stato detto sulla vestale Menenia, poich se quelle accuse fossero state fondate, avrebbe dovuto condannarla a morte. Cosa stava pensando in quel momento? Plinio avrebbe dato la sua fortuna per saperlo.

L'accusa disponeva di sei clessidre rispose Traiano con voce grave, poi si rilass e continu. E sei clessidre rimangono. Quando il Cesare entra in guerra non appaiono legioni aggiuntive appena lo desidera. Gli dei non sono abituati a farci dei regali. Se entro in guerra con sei legioni, con sei legioni devo combattere fino alla fine. Nemmeno i giorni si allungano a nostro piacimento quando nella battaglia ci manca il tempo per annientare il nemico. Quanto avrei dato per disporre di pi ore di sole e senza tormenta l'anno passato, durante la battaglia di Tape. Ma non ho potuto avere del tempo in pi. Sei clessidre avevi, Pompeo Collega, e ne hai consumate cinque. Ti resta la fine dell'ultima. Sfruttala, senatore.

Il commento dell'imperatore provoc qualche risatina. Molti ritenevano Pompeo Collega e Salvio Liberale, e cos pure Cazio Frontone, dei senatori petulanti. Anche se tutti erano convinti che il processo fosse ormai vinto da Pompeo e i suoi testimoni, quella risposta dell'imperatore non era altro che la richiesta di adattarsi alle norme stabilite. Molti credevano che Pompeo stesse solo cercando di ottenere pi tempo per godersi la vittoria su Plinio, il quale poteva ormai fare ben poco, dopo tutto quello che si era ascoltato quella mattina. Pompeo gli stava restituendo l'umiliazione subita tempo addietro in senato, quando Plinio lo aveva sconfitto nel processo per corruzione contro Prisco.

Certo, Cesare disse Pompeo alla fine. Si chin leggermente davanti all'imperatore e si rivolse allora ai flamines, ai sacedoti e alle vestali. Dunque parler rapidamente, visto che non dispongo di altro tempo: ho presentato testimoni, uomini onorevoli, senza macchia nel loro servizio allo Stato, patres conscripti di Roma che hanno esposto con chiarezza come la vestale Menenia... E la indic aggressivo con il dito indice della mano destra. Lei, con le guance bagnate dalle lacrime, si limit a negare con la testa, come Plinio le aveva consigliato di fare. S, questa vestale, che ora tenta di ammorbidirci col suo pianto colpevole, si  data carnalmente a un uomo. Una vestale di Roma ha commesso crimen incesti! Tutti lo hanno provato e c' chi ha rivelato di aver assistito al crimine con i propri occhi. Si volt verso l'auriga Acleo, che assentiva piano continuando a sudare profusamente in quel freddo dicembre. Un crimine terribile, flamines, sacerdoti, vestali, rex sacrorum e Pontifex Maximus, che richiede l'unica pena che pu soddisfare gli dei davanti a un'offesa del genere. Guard allora la clessidra e con le ultime gocce di acqua, Pompeo Collega pronunci la sua sentenza: Pena di morte. La vestale Menenia dovr essere condotta in una fossa aperta, scendervi, e la fossa dovr essere coperta con una pesante pietra quadrata; sopra la pietra getteremo terra, la terra di Roma. L, sepolta viva, questa sacrilega morir per espiare un cos terribile ed esecrabile crimine, liberandoci tutti, Roma intera, dalla collera brutale degli dei. Morte! Morte per la sacrilega!

1. Una clessidra, mai piena fino all'orlo, equivaleva a una ventina di minuti nei tribunali di Roma del secolo I d.C., secondo quanto si deduce da ci che scrive Plinio nelle Epistole, II, 11, 14. Sei clessidre, perci, concedevano all'accusatore due ore per presentare i testimoni e le relative deposizioni.

71

TRA I MORTI

Roma, 91 d.C., undici anni prima del processo, durante l'impero di Domiziano
Nel cuore della notte, secunda vigilia

Un ragazzino di dieci anni correva per le oscure strade di Roma. Si ferm ansimante di fronte alla porta della domus del senatore Menenio e buss con forza.

Aprite, per Ercole, aprite! gridava il bambino che gi si comportava come un uomo adulto.

La porta si apr verso l'interno e gli schiavi scostarono del tutto uno dei battenti affinch il ragazzo potesse entrare. Poi, immediatamente, la richiusero. E mentre gli schiavi chiudevano la porta da dentro perch non potesse essere aperta dall'esterno, il bambino si pose al centro dell'atrio, di fronte al senatore di quella casa.

 vero, senatore,  vero disse una e un'altra volta.

Ne sei proprio sicuro? chiese Menenio, padrone della domus.

Li ho visti uscire dal Foro... un sacco di pretoriani... Il bambino parlava compulsivamente, non aveva ancora recuperato il fiato dopo la lunga corsa dal centro della citt fino alla casa del senatore. Li ho visti fermarsi nella domus di altri patres conscripti e stanno portando via le bambine, mio signore... si portano via le bambine. E anche se il ragazzo era capace di eroismi da uomo, scoppi a piangere come il bambino che ancora era. Verranno per Menenia, signore... Verranno per sua figlia e se la porteranno via...

Il senatore Menenio inspir a fondo l'aria della notte romana. Doveva riflettere. Non poteva scontrarsi con l'imperatore Domiziano. Nessuno poteva. Tutti coloro che ci provavano morivano, compresi coloro che anche solo lo pensavano.

Vediamo, vediamo, per Castore e Polluce disse il senatore. Mi hai servito bene, Celer, ragazzo, ho bisogno che tu sia forte questa notte, mi senti?

Il bambino contenne il pianto e si ricompose dimostrando il proprio coraggio.

Bene, cos  meglio disse di nuovo il senatore. Dimmi ora: quanti sono e da chi sono guidati?

Pi di quaranta, mio signore, li guida Casperio, il capo dei pretoriani.

L'imperatore Domiziano ha inviato il suo cane da caccia comment dalle spalle del senatore Cecilia, sua moglie e madre di Menenia. Non puoi affrontare quell'uomo, quell'... animale.

Lo so, lo so... ammise il senatore nervoso, alzando le braccia, impotente. Guard a terra un istante, e poi al ragazzo. Celer, mi fido di te. Vai con nostra figlia e proteggila da tutto e da tutti, e non la consegnare a nessuno a meno che non te lo ordini io, mi hai capito?

S, signore.

Bene, prendi questo, allora. Il senatore gli porse un pugnale estraendolo da sotto la tunica.

Celer afferr l'arma per l'impugnatura, poich il senatore glielo porgeva come qualcosa di pericoloso e affilato. Poi il ragazzo si diresse velocissimo verso il corridoio che dava accesso ai cubicula della famiglia ed entr nella camera della bambina.

Intanto, nell'atrio, Cecilia parl al marito. Se prendono le bambine  perch Domiziano ha deciso di rimpiazzare le vestali che lui stesso ha fatto giustiziare qualche mese fa.

S, sicuramente si tratta di questo.

E se prendono Menenia e la scelgono, rester sotto il potere di quel lunatico di Domiziano.

S rispose Menenio.

 la nostra unica figlia, Menenio, la nostra unica figlia continu Cecilia cominciando a piangere senza riuscire a controllarsi. Devi fare qualcosa, devi fare qualcosa... ci  costato tanto... e ora... ora che l'abbiamo, ce la porteranno via...

In una diversa circostanza, il fatto che una figlia fosse scelta come vestale era un grande onore, ma sotto il governo di Domiziano le vestali vivevano in pericolo, soggette ai cambi di umore di un imperatore folle, tanto che essere scelta come sacerdotessa di Vesta appariva pi come una sentenza che come un onore. Il senatore Menenio era consapevole di non poter fermare i pretoriani che venivano per la bambina, tanto meno se a comandarli era il crudele Casperio Eliano. Un giorno qualcuno avrebbe eliminato per sempre quel cane da combattimento che era ora il prefetto del pretorio, forse avrebbero ucciso anche Domiziano, ma non sarebbe stato quella notte, n lui aveva il potere per scontrarsi con simili nemici. Ci erano voluti anni per avere una figlia, come diceva Cecilia, e ora che l'avevano avuta, ora che era cresciuta fino a diventare una bellissima bambina, obbediente e rispettosa, una splendida patrizia romana, la volevano portare via; e se alla fine l'avessero eletta vestale, non avrebbero nemmeno pi potuto toccarla. Mai pi. Ma la cosa peggiore era che la bambina sarebbe stata alla merc della pazzia assurda e imprevedibile dell'imperatore Domiziano, che aveva gi fatto giustiziare, senza un motivo reale e con false accuse, ben tre vestali.

Portatemi la mia toga ordin Menenio deciso. Se arriva il prefetto del pretorio che almeno gli sia chiaro che si trova di fronte a un senatore di Roma.

Credi che Domiziano sospetti qualcosa su Menenia, su come arriv a casa nostra? chiese Cecilia mentre aiutava suo marito ad aggiustarsi bene la toga senatoriale che uno schiavo aveva appena portato con gran rapidit, avendo previsto in anticipo quella richiesta.

Non lo so rispose Menenio. Ma i suoi pensieri volgevano pi e pi volte a quei liberti e alla schiava che gli avevano portato la bambina, e che erano stati trovati morti qualche giorno dopo. Un fatto che non aveva mai raccontato a sua moglie per non preoccuparla. Forse  solo una semplice casualit:  normale che l'imperatore cerchi tra le figlie dei patrizi delle bambine per sostituire le vestali condannate e giustiziate l'anno passato continu, cercando argomenti con cui tranquillizzare Cecilia, con cui tranquillizzare se stesso.

Con Domiziano nulla  mai casuale sentenzi la donna.

All'interno della domus, Celer entr nella camera da letto della piccola Menenia.

Vengono per me, non  vero? chiese la bimba di nove anni.

Si era vociferato per settimane sull'idea che l'imperatore volesse rimpiazzare le vestali giustiziate e questa stessa idea era stata oggetto di conversazioni durante pi di una cena in casa dei suoi genitori.

Credo di s disse Celer. Ma tuo padre mi ha ordinato di difenderti se vengono... a meno che tuo padre... non accetti che ti portino via...

Celer si sedette vicino a Menenia sul bordo del letto. I due guardavano a terra. Al bambino parve poca cosa quel pugnale che teneva nella mano destra. Menenia gli prese l'altra mano tra le sue dita delicate. Celer la strinse con forza, e allo stesso tempo con un affetto cos profondo come l'amicizia che li univa da sempre, da quando potevano ricordare. Erano sempre stati uniti.

Verr a vedere dove ti porteranno, ti penser sempre e mai potranno separarci, non importa se ti sceglieranno come vestale. Noi rimarremo sempre uniti.

Menenia non disse nulla. Le lacrime correvano silenziose sulle sue guance rosate.

Aprite, per Ercole! Aprite, in nome dell'imperatore Domiziano!

La voce del prefetto del pretorio risuon all'esterno della casa come il ruggito di un leone del circo.

Menenio fece un segnale ai suoi schiavi e questi ritirarono la sbarra che chiudeva la grande porta d'entrata. Furono gli stessi pretoriani a spingere i pesanti battenti in legno, a spintoni e pedate.

In un istante, il prefetto del pretorio Casperio Eliano si trov nell'atrio della domus. Vengo a... inizi.

Menenio, fermo nel centro del patio, lo interruppe senza esitare. Questa  casa mia, ti ho aperto la porta, quindi so perch vieni! Che io sappia, non vieni n per un traditore n per una canaglia, ma per la figlia vergine di una delle pi antiche famiglie patrizie di Roma. Quindi, per tutti gli dei, mostra il rispetto che si conviene davanti al padre di una possibile vestale!

Casperio Eliano non era uomo da intimorirsi per un'alzata di voce, e ancora meno se colui che parlava era solo e disarmato.

Non mi dire come fare il mio lavoro... senatore.

E non lo far, ma sto per consegnarti una bambina vergine, patrizia, con entrambi i genitori vivi, senza problemi di dizione e senza alcun segno nel corpo, com' stabilito nella legge Papia e secondo le pi antiche tradizioni di Roma. Non ci sono molte bambine in citt che rispondano a tali requisiti. Stai per portarti via un bene prezioso necessario all'imperatore per servire Vesta. Commetterai un grande errore se causerai il minimo danno a questa bambina; qualsiasi colpo, qualsiasi graffio pu invalidarla come sacerdotessa. E io andr a parlare personalmente con l'imperatore Domiziano e gli spiegher qual  stata la causa di qualsiasi graffio nel corpo di mia figlia. Sarai tu, allora, Casperio Eliano, a dover affrontare l'ira del Cesare, non io.

Il prefetto del pretorio si contenne. Era vero che aveva avuto l'ordine di reclutare una decina di bambine vergini patrizie dell'et giusta, e che non era stato facile selezionare un gruppo che avesse le necessarie caratteristiche. L'altezzosit di quel senatore gli stava generando disgusto e rabbia, ma si trattenne. La cosa importante era adempiere al suo incarico scrupolosamente. E non far arrabbiare il Cesare.

Devo intendere da ci che dici che mi consegnerai la bambina senza problemi?

S, se mi confermi che sar trattata come corrisponde alla sua condizione di possibile futura vestale di Roma disse Menenio.

Casperio dovette ingoiare il rospo. Questa e nessun'altra  la mia missione.

Allora cal un silenzio che a Cecilia parve eterno, finch suo marito pronunci l'unica risposta possibile, che a lei risuon come una sentenza di morte.

Allora ti consegner mia figlia. Mi aspetto che tu vegli su di lei. Poi, senza smettere di guardare il prefetto del pretorio, Menenio grid: Celer, porta qui Menenia!.

Mio padre chiama disse la bambina.

Celer, nonostante questo, non sembrava disposto a muoversi; fu lei che si alz per prima.

Dobbiamo andare aggiunse mentre si asciugava le lacrime con il dorso delle mani.

Anche Celer si alz e l'abbracci con forza, ma facendo ben attenzione a non ferirla con il pugnale che teneva nella mano destra.

Io non ti lascer mai, non ti dimenticher mai e sar sempre con te, sempre sussurr il ragazzo all'orecchio della bambina.

Potr sempre contare su di te? Accada quel che accada? chiese lei tra i singhiozzi soffocati.

Anche se ti faranno vestale, anche se non potr pi vederti o toccarti o stare con te, quando avrai bisogno di me io ci sar, sempre conferm il bambino.

Celer! Porta qui Menenia, ragazzo! La voce del senatore risuonava potente.

I fanciulli si separarono e Menenia si diresse verso l'atrio. Celer l'accompagn fino alla soglia. L si ferm e guard il senatore, per primo, e poi sua moglie abbracciare la bambina, benedirla e dirle addio.

Quando i pretoriani uscirono dalla porta, il senatore si volt verso di lui. Corrigli dietro, Celer, e assicurati che la conducano sana e salva all'Atrium Vestae gli ordin.

Il ragazzo non esit e usc a tutta velocit dietro a Menenia e ai pretoriani.

Nell'atrio di quella casa desolata, Cecilia cerc di riprendersi dall'unico dolore dal quale una donna non pu riprendersi: la perdita di una figlia.

Se la scelgono, Cornelia si prender cura di lei. La Vestale Massima e io eravamo amiche d'infanzia.  una brava donna. Si prender cura di lei, si prender cura di lei...

Suo marito l'abbracci.

Cornelia si prender cura di lei... ripeteva Cecilia, ancora e ancora.

Nell'Atrium Vestae

Le svestirono tutte. Le dieci bambine che i pretoriani avevano portato stavano in piedi, paralizzate dal puro terrore che provavano, sperando... non sapevano bene cosa. Allora una voce di donna adulta ma serena le tranquillizz.

Sono Cornelia, la Vestale Massima, e siete nude per confermare di non avere alcun segno sul corpo. Questo  tutto. Nessuno vi far del male nell'Atrium Vestae, non finch io sar qui. Inizi a camminare davanti alle piccole bambine, tutte entro i sei e i dieci anni, esaminandole con attenzione. Non incrociate le braccia. Lasciatele distese lungo il corpo. Nessuno pi vi guarda, solo io. Nessuno vi molester. Termin la prima ispezione. Si ferm. Giratevi. Tutte le bambine le diedero le spalle. La Vestale Massima ripet il suo passaggio e l'attento esame su ognuna. Si ferm improvvisamente alla vista di una lunga macchia sulla spalla di una delle bambine. Cornelia si avvicin e parl alla piccola a voce bassa: Come ti chiami?.

Livia... Vestale Massima rispose la bambina usando l'appellativo adeguato per rivolgersi a Cornelia, cos come le avevano insegnato i suoi genitori.

Ti ha picchiato qualcuno? chiese Cornelia.

No... caddi tempo fa e mi rest la cicatrice, Vestale Massima.

Molto bene. Non ti preoccupare. Raccogli la tua roba, vestiti e mettiti alla parete. Un'altra vestale verr a prenderti e i pretoriani ti riporteranno a casa. Sono sicura che sarai una gran patrizia, per non puoi essere una vestale.

La bambina si vest e si separ dalle altre; una vestale entr nella sala e, obbedendo a Cornelia, se la port via. Poi la Vestale Massima disse alle altre di rivestirsi, perch stessero pi tranquille, e che ognuna di esse recitasse un poema o una frase di qualche scrittore famoso se la conoscevano, o che cantasse una canzone. Tutte lo fecero. Menenia recit un epigramma di Publilio Siro che sua madre le aveva insegnato: In malis sperare bene nisi inocens nemo solet [Nella disgrazia solo l'innocente spera il bene].

La Vestale Massima guard la bambina. Tua madre  Cecilia, vero? La moglie del senatore Menenio.

S.

Essere una vestale non  una disgrazia, anche se lo si pu pensare, all'inizio. In ogni caso, il poeta ha ragione: l'innocenza  sempre accompagnata dalla speranza.

In verit, Cornelia era preoccupata per quelle bambine e il loro futuro. L'orrore di Domiziano aveva gi intaccato il sacro ordine di vergini e lei non poteva controllare un tale potere. Qualcuno di molto forte avrebbe dovuto succedere a Domiziano per spazzare via tutto il male che l'autoproclamato Dominus et Deus stava facendo. Per non poteva condividere quei pensieri con le bambine. Sbatt le palpebre un paio di volte e inspir.

Bene, disse allora Cornelia ora verr l'imperatore Domiziano. Pronunci il suo nome a voce molto bassa, come se avesse preferito non doverlo fare; le era impossibile dimenticare la morte delle tre vestali, condannate ingiustamente qualche anno prima, ma doveva continuare a stare l, per vegliare la fiamma di Vesta, per le sacerdotesse sopravvissute alla follia dell'imperatore e per le nuove bambine che sarebbero state scelte quella notte. Chiss se l, tra loro, ce n'era qualcuna che possedeva una sorte speciale, un destino che poteva cambiare il corso della storia e mantenere Roma forte e potente negli anni a venire. S, l'imperatore in persona ripet davanti agli occhi sorpresi e timorosi delle bambine. Lui, in quanto Pontifex Maximus, sceglier tre di voi affinch siano istruite e preparate come future vestali. Rispondete a ogni sua domanda. Tacete se non  lui a rivolgersi a voi. E rivolgetevi all'imperatore sempre come Dominus et Deus. Quest'ultima cosa  molto, molto importante. Non ve lo dimenticate: Dominus et Deus.

I passi dei pretoriani tornarono a rimbombare quella notte, all'interno dell'Atrium Vestae. Altri imperatori precedenti non avevano osato turbare la pace della casa sacra in cui vivevano le sacerdotesse di Vesta con la propria guardia personale, ma Domiziano, sempre sospettoso di qualche congiura, si faceva accompagnare dai pretoriani ovunque andasse.

All'improvviso, l'ombra allungata del Dominus et Deus si proiett sul suolo della sala dove si trovavano le bambine. Queste, senza rendersene conto, si erano avvicinate istintivamente l'una all'altra, fin quasi a toccarsi, cercando nella loro unione la forza sufficiente per superare l'udienza con l'essere pi terribile che si potesse immaginare. Nelle case di tutte loro, figlie di senatori che avevano gi sofferto la spietatezza dell'imperatore, ci si riferiva solo con odio e rabbia e timore a quel Cesare che ora entrava l e che, circondato dalle sue gigantesche guardie pretoriane, si avvicinava a loro chino, per osservarle meglio.

Tu e tu disse con rapidit, segnalando la seconda e la terza delle bambine.

Menenia era all'ultimo posto della fila rispetto a dove era entrato il Cesare. L'imperatore continu a camminare. Osserv la quarta bambina, la quinta, la sesta, ma senza pronunciarsi. Menenia era sempre pi spaventata. La settima. L'ottava. L'imperatore si ferm infine davanti a lei.

Tu sei Menenia, vero?

S... E rimase in silenzio, ma la bambina scorse alle spalle dell'imperatore la Vestale Massima che muoveva le labbra per indicare le parole che aveva dimenticato di dire; quindi Menenia si affrett a correggere il suo errore: S, Dominus et Deus.

Dominus et Deus, s, questo  ci che sono disse l'imperatore. Ti avrei riconosciuta tra un migliaio di bambine, Menenia: hai gli stessi occhi di tua madre.

Ci confuse enormemente la bambina, dato che le avevano sempre detto che il colore dei suoi occhi era uguale a quello di suo padre, scuri e non chiari, come quelli di sua madre Cecilia, ma l'imperatore insistette.

S, gli stessi occhi scuri e provocanti. Domiziano si alz. Gli faceva male la spalla quando stava chinato tanto tempo. Ricordi tua madre, piccola?

La domanda suon strana alla bambina. Le aveva detto addio solo un'ora prima. S, Dominus et Deus, ricordo mia madre Cecilia, moglie del senatore Menenio.

L'imperatore sorrise.  cos commovente l'ingenuit infantile. Domiziano si chin nuovamente per parlare con la bambina alla stessa altezza, guardandola direttamente in quegli occhi terrorizzati, che tanto lo divertivano. Questo mondo, piccola,  molto pi complicato di quello che immagini. Ti dico tua madre e pensi a quella bigotta che il vecchio Menenio si  sposato. Va bene cos, per il momento. Non importa ci che pensi o ci che ti hanno raccontato. Io ti sveler tutto quando sar il momento opportuno. Si avvicin ancora di pi, fino a che il suo alito rancido e maleodorante penetr nelle narici della bambina, che cerc faticosamente di trattenere un'espressione di disgusto. Vedo che la mia presenza ti provoca una reazione simile a quella che provoc a tua madre, se tua madre  davvero chi mi hanno detto. Ma la somiglianza  qui, in questi occhi soprattutto, in questo sguardo, per non mi vedo riflesso nei tuoi lineamenti... sono confuso al riguardo... Sar davvero tua madre colei che mi hanno riferito? Sar io, Domiziano, Imperator Caesar Augustus Domini et Deus, tuo padre? O forse  qualcuno dei miei traditori, legati delle frontiere dell'Impero? Non lo so, Menenia. Si alz di nuovo per riposare la spalla, ma continuando a guardare intensamente la bambina. Sei un piccolo grande mistero. Ma puoi star certa che risolver questo mistero con accuratezza e con pazienza. Ora ho altri divertimenti che mi aspettano, piccola. C' la bella Flavia Giulia, cos tenera, dalla pelle cos dolce... Per tu, Menenia, crescerai e mi divertir anche con te, figlia di chiunque tu sia, qualcosa che, naturalmente, verificher a tempo debito.

Con rispetto e umilt, Dominus et Deus, disse Cornelia alle spalle dell'imperatore le bambine scelte devono essere servitrici di Vesta, niente di pi...

Certo la interruppe Domiziano voltandosi verso di lei e avvicinadosi con passi decisi, che fecero indietreggiare la Vestale Massima fino a toccare con le spalle la parete del muro dell'Atrium Vestae. Servitrici di Vesta, questo saranno, ma come Pontifex Maximus posso parlare con le vestali e giocare con loro; questo non fa male a nessuno, mi pare. La conversazione con le vestali mi diverte. Sono colte, belle e disciplinate. C' qualche problema in questo?

No... no, il Pontifex Maximus, il Dominus et Deus, pu parlare sempre di ci che desidera con le vestali...

Con le mie figlie, specific il Cesare poich queste tre bambine, tecnicamente, diventeranno mie figlie, e io sar il loro pater familias dopo il rituale.

Cos  concesse la Vestale Massima.

Bene, bene, bene disse Domiziano, mentre si annotava mentalmente d'inserire Cornelia nella lista dei prossimi condannati a morte, per via dell'audacia con la quale aveva osato rivolgersi a lui.

Poi, si volse di nuovo verso Menenia e parl alla bambina una volta ancora, a voce molto bassa. Figlia mia. Gi lo sai, piccola. Alcuni me lo confermano, altri lo negano. Cosa ci sar di vero in questo enigma? Non lo so, ma a me non piacciono gli enigmi. E io non voglio figli, no... Sai cosa successe a mio figlio? Menenia non disse nulla, sapeva solo che il figlio dell'imperatore era morto da bambino, ma il Cesare continu a parlare. E ora... una figlia? Non lo so, vedremo. Qui, per il momento, crescerai ben sorvegliata e vigilata. Ho molti nemici di cui occuparmi per il momento, ma torner da te. Si chin nuovamente per parlare, una volta ancora, gettando il suo alito fetido sulla piccola Menenia, parlandole all'orecchio in un sussurro non udibile agli altri ma incancellabile per lei: Ritorner da te, piccola, e se sei figlia di chi mi dicono, puoi stare sicura che presto o tardi, anche quando penserai che sar impossibile, ritorner da te, dovessi farlo dal regno dei morti.

E si allontan ridendo.

72

LA DIFESA

Edificio della Regia. Tribunale del Collegio dei pontefici, Roma
Dicembre del 202 d.C. 11 anni dopo che Menenia fu scelta come vestale

A morte! Morte alla vile sacrilega! ripet Pompeo Collega indicando con l'indice destro la giovane Menenia, la quale, incapace di contenersi ancora, scoppi a piangere sconsolatamente e nascose il volto tra le mani mentre si raggomitolava sulla propria sedia come una piccola fiera atterrita.

A quel punto, la sacerdotessa s'immerse in ricordi che aveva seppellito nella sua memoria per molto tempo, ma che ora sembravano resuscitare; le parole che l'imperatore Domiziano le aveva sussurrato all'orecchio, in quel passato ormai dimenticato, tornarono a risuonare potenti nella sua testa: Ritorner da te, piccola, e se sei figlia di chi mi dicono, puoi stare sicura che presto o tardi, anche quando penserai che sar impossibile, ritorner da te, dovessi farlo dal regno dei morti. Domiziano l'aveva strappata da coloro che amava e rispettava, i suoi genitori, Cecilia e Menenio. Poi, alla fine, era stato assassinato, e Menenia aveva creduto, durante tutti quegli anni dalla morte del tiranno, di essere ormai libera dalla sua minaccia, e aveva seppellito anche le sue parole su chi potessero essere i suoi veri genitori. Ma ora... il suo incubo peggiore era risorto, circondato dagli echi della risata di Domiziano, e la sentenza di morte veniva pronunciata dalla bocca di tutti. Celer, che aveva promesso di aiutarla a ogni costo, era stato trascinato insieme a lei in quel gorgo fatale.

Poi una voce, che risuon come una speranza minima ma facendosi sentire come il ruggito di un leone, irruppe nella sua giovane mente schiacciata dalla paura.

Il tempo dell'accusa  terminato disse l'imperatore Marco Ulpio Traiano impedendo cos che i mormorii evolvessero in dibattiti sulla necessit di placare l'ira degli dei il prima possibile. Il Cesare guard allora Plinio. La difesa della vestale Menenia ha la parola. Dispone di sei clessidre, lo stesso tempo dell'accusa.

Lo stesso Plinio si sorprese di un cos rapido intervento dell'imperatore, ma cap che doveva approfittarne. Quanto prima si fossero cancellate dalla mente di tutti i presenti le ultime parole di Pompeo Collega, meglio sarebbe stato per la causa di Menenia. Cos tutto prosegu assai rapidamente: Plinio si alz situandosi di fronte ai membri del tribunale, perfino prima che Pompeo Collega riuscisse a tornare al suo posto; mentre Scauro, sorpreso dalla rapidit, abituato com'era a disporre di tempo tra l'accusa e la difesa, per ricaricare con tranquillit le clessidre, si affann a riempire bene d'acqua la prima delle sei, per iniziare a misurare il tempo concesso al nuovo avvocato.

Vediamo, Pontifex Maximus, flamines, sacerdoti, vestali e senatori. L'accusa ha presentato tre testimoni fondamentali contro la vestale Menenia. Prove, nessuna. Solo parole inizi Plinio, deciso.

I mormorii non tardarono a ricomparire; immaginava gi che il suo non sarebbe stato un intervento senza interruzioni n diverbi, ma non c'era alternativa.

Solo parole per chiedere la morte, n pi n meno, di una sacra vestale. Ma il nostro caro e onorevole Pompeo Collega non ha avuto il tempo sufficiente per riassumere come avrebbe voluto le testimonianze che, secondo l'accusa, attestano il supposto crimen incesti (come vedr il tribunale non rifuggo il termine in nessun momento, data la gravit dell'accusa). Ma sto divagando... Plinio s'incespic nel suo discorso, ma fu perch aveva visto Atello farsi strada a spintoni tra i patrizi e i plebei che avevano ottenuto uno spazio nel gremito cortile della Regia. Interruppe il discorso. Guard Atello, guard l'imperatore e prese una decisione. Cesare, c' un uomo. E indic Atello che non riusciva a raggiungere Menenio e il posto libero di Plinio perch la guardia pretoriana glielo impediva. Costui ha delle informazioni importanti per la difesa in questo processo. Se potessi andare da lui e parlargli un momento...

L'imperatore alz le sopracciglia. Plinio sembrava non avere tutto sotto controllo, ma Traiano nascose la propria preoccupazione con abilit e cel il timore con una risposta distante che per diede libert di azione all'avvocato di Menenia.

 il tempo della difesa e l'avvocato pu disporne come vuole, ma il tempo corre, senatore.

Grazie, Cesare ribatt Plinio.

Rapidamente, mentre tutti cominciavano a bisbigliare e Pompeo Collega sorrideva nel vedere come l'avvocato avversario non si fosse preparato del tutto, Plinio si avvicin al suo posto per parlare con Atello, il quale, alla fine, grazie al gesto della mano destra dell'imperatore che ordinava alla guardia pretoriana di lasciarlo passare, era riuscito ad arrivare.

Ho delle informazioni, senatore disse a voce bassa. Mi dispiace per il ritardo.

Lascia stare le scuse rispose Plinio in un sussurro. I mormorii, ormai gi convertitisi in conversazioni a voce alta, facevano s che la loro conversazione non raggiungesse le orecchie altrui; neanche il senatore Menenio riusciva a sentirli. Non abbiamo tempo per le scuse; dimmi tutto ci che sai e dimmelo velocemente.

Atello annu e parl rapidamente di incontri notturni, denaro e aurighi. Nel suo racconto non c'era nulla sulle vestali. Nulla. Fu in quel momento che a Plinio fu tutto chiaro. La rapidit dell'accusa al momento iniziale. Celerit. Celer. Lo aveva pensato, sul momento, ma poi si era distratto e aveva finito per cadere, come tutti, nella trappola. Ma ora tutti i pezzi dello strano mosaico che era quel processo s'incastravano alla perfezione. Tutti eccetto il fatto che l'imperatore era interessato a proteggere le origini della vestale; ma questo, per la sua linea di difesa, come lo stesso Traiano aveva detto, non era rilevante. Non pi. L'informazione di Atello non chiariva chi fosse in realt la giovane, nulla sulla sua misteriosa nascita, ma non c'era tempo per questo, e poich Atello gli aveva fatto capire che tutto poteva essere guardato sotto un altro punto di vista, ora, per il momento, la verit su Menenia poteva aspettare; si trattava di un altro mistero destinato a essere svelato forse da altri, non da lui. Non c'era tempo per questo, no, solo per la nuova visione degli avvenimenti, e questo doveva far capire al tribunale, s... Dovevano seguirlo... Ma come? Con le parole, con la superstizione e un nuovo sguardo sugli accadimenti in questione. Poteva farcela. Doveva farcela.

Bene... mi hai servito bene, Atello disse Plinio.

Subito dopo ritorn al centro del cortile e, una volta ancora davanti ai membri del tribunale, si schiar forte la gola, inspir con profondit e riprese il discorso interrotto.

Come dicevo poc'anzi, Pontifex Maximus, membri di questo sacro tribunale e senatori qui presenti, riassumer le testimonianze dell'accusa per compensare la mancanza di tempo di Pompeo Collega.

Guard l'avvocato dell'accusa, che lo osservava sorpreso avendo avvertito un cambiamento nel tono di voce di Plinio: se prima era apparso confuso e insicuro, ora in lui Pompeo sembrava percepire sicurezza e lungimiranza; il senatore dell'accusa aggrott la fronte. Cosa aveva riferito quell'uomo che aveva appena fatto irruzione? Plinio intanto continuava a parlare.

L'accusa sostiene, per prima cosa, che la vestale Menenia usc la notte da sola per unirsi col suo... amante, e su ci si basa la testimonianza del senatore Cazio Frontone e dei suoi liberti; in secondo luogo, l'accusa afferma che un altro senatore, in questo caso l'ex console Salvio Liberale, vide personalmente la vestale Menenia di notte in compagnia dell'auriga Celer in mezzo a una strada, mentre i due parlavano e ridevano insieme al riparo dell'oscurit, toccandosi e baciandosi; in terzo luogo, l'auriga degli Azzurri, Acleo, afferma che Celer si vant di aver giaciuto con la vestale e pure che li vide insieme nelle scuderie di Roma. Questi sono, se ricordo bene, gli argomenti dell'accusa. Ho riassunto adeguatamente? chiese Plinio guardando Pompeo Collega.

Questi si alz un istante. La difesa ha riassunto bene le accuse rispose. Immagino che in mancanza di una qualsiasi difesa l'avvocato Plinio abbia deciso di occupare il tempo che gli  concesso per ripetere le colpe che pesano sulla sua cliente.

Torn a sedersi tra le risate che la sua breve replica aveva generato tra coloro che lo circondavano, e che non erano altri che Salvio Liberale, Cazio Frontone e gli altri senatori e patrizi, amici e sempre devoti alle sue opinioni.

Come se le risate non fossero giunte al suo udito, Plinio sorrise un istante. Bene disse, e continu senza smettere di sorridere. Chiamo a deporre la Vestale Massima Tullia.

Bisbigli in sala. A Roma una donna non poteva fare dichiarazioni in un processo, eccetto, ovviamente, una vestale. In ogni caso era qualcosa di assai raro, e ancora di pi se si teneva in conto che la stessa Tullia, appartenendo al Collegio dei pontefici, faceva parte del tribunale.

La Vestale Massima si alz e, dubbiosa, guard verso il Pontifex Maximus. Traiano annu. Tullia discese la gradinata su cui erano seduti i membri del tribunale e si posizion accanto a Plinio. L'avvocato aspett che tutti tacessero. Con la coda dell'occhio guard Scauro che metteva in funzione la seconda clessidra. Il tempo volava. Tra le interruzioni, Atello, le risate...

Tullia, Vestale Massima. Cos Plinio inizi l'interrogatorio a quella donna serissima, che lo guardava tra il sorpreso e il curioso. In quanto vestale che guida il resto delle sacerdotesse di Vesta, tra le tue funzioni c' quella di vigilare affinch nessuna delle altre vestali esca da sola, senza protezione e sorveglianza, dall'Atrium Vestae, non  vero?

 cos, senza dubbio, senatore.

Bene. Per favore, pu la Vestale Massima indicare ai qui presenti se ha rispettato adeguatamente i suoi compiti nei confronti della vestale Menenia?

S, certamente. La vestale Menenia non  mai uscita da sola dall'Atrium Vestae.

Mai? insistette Plinio.

Mai, senatore.  semplicemente impossibile.

Perch?

Vigilo affinch questo non accada. La sera le porte dell'Atrium Vestae vengono chiuse. Le sue pesanti ante fanno un forte rumore quando vengono aperte e sveglierebbero chiunque se ci avvenisse nel cuore della notte. Inoltre, mi accerto io stessa che tutte le sacerdotesse stiano riposando nelle loro stanze, pi volte durante la notte, e la vestale Menenia  sempre rimasta nell'Atrium Vestae. Di giorno, se esce,  adeguatamente scortata dai lictores e, se necessario, anche dai pretoriani.

Allora, ci che riferisce l'onorevole senatore Cazio Frontone, ci che i suoi liberti videro mentre sorvegliavano l'Atrium Vestae, non pu essere vero.

No, per Vesta, non pu essere vero concluse la Vestale Massima.

Per tutti gli dei! irruppe Pompeo Collega alzandosi. L'avvocato della difesa osa opporre la testimonianza di una donna a quella di un senatore di Roma! Questo  inammissibile!

Traiano stava per intervenire, ma Plinio lo precedette. Sembrava quasi che avesse sperato nelle parole di Pompeo.

No, amico mio replic con rapidit. La difesa oppone la testimonianza della Vestale Massima a quella dei liberti. Il senatore Cazio Frontone non ha visto nulla. Il senatore Cazio Frontone ordin a dei liberti che sorvegliassero di notte l'Atrium Vestae e sono i liberti ad assicurare di aver visto la vestale sotto accusa uscire da sola.  contro la testimonianza dei liberti che la difesa oppone la testimonianza sacra della Vestale Massima di Roma.

A Pompeo Collega tremavano le labbra. Non sapeva bene cosa dire. Ma il senatore Salvio Liberale... tent di spiegare lui s che afferma di aver visto da sola la vestale Menenia in compagnia dell'auriga Celer. E Salvio Liberale  un senatore, ex console e governatore.

Certo. Ed  un uomo onorevole, tanto onorevole quanto l'avvocato dell'accusa e coloro che lo circondano concesse Plinio con un sorriso enigmatico. Quella di Salvio Liberale  un'altra testimonianza che sar confutata a suo tempo, ma faccio constatare che contro le accuse di un gruppo di liberti la difesa ha presentato la deposizione della Vestale Massima di Roma.

A Pompeo tremavano ancora le labbra, ma si sedette in attesa di vedere come Plinio avrebbe fatto cadere la testimonianza di Salvio Liberale.

La Vestale Massima Tullia pu tornare al suo posto disse Plinio chinandosi verso la donna che, dritta, ferma e serena, riprendeva posto tra i membri del tribunale del Collegio dei pontefici. Era soddisfatto. I flamines e i sacerdoti tacevano e questo era una buona cosa. Tullia, in fin dei conti, era una di loro, in quel tribunale, ed era evidente che per quei sacerdoti le parole della Vestale Massima avevano un peso maggiore rispetto a quelle di alcuni liberti. Ma rimaneva la testimonianza di Salvio Liberale, che aveva affermato di aver visto Menenia nitidamente. Ora avrei bisogno che venisse qui qualcuno degli schiavi che  solito accompagnare il senatore Salvio Liberale quando si sposta per Roma di giorno o di notte. Sempre che il senatore Salvio Liberale, ex governatore della Macedonia e console sotto il governo di Domiziano Plinio si ricord di pronunciare a quel punto il nome dell'imperatore maledetto, su cui pesava una terribile damnatio memoriae non abbia qualcosa in contrario. L'avvocato, che si era spostato al centro del cortile per avvicinarsi a Pompeo e ai suoi testimoni, si mise proprio di fronte al senatore Salvio.

Liberale guard Pompeo e questi annu. Plinio contava su questo. Con quello scambio di sguardi, agli occhi del tribunale sarebbe sembrato che Salvio avesse qualcosa da nascondere.

Non ho nulla in contrario disse il vecchio console, e si gir verso alcuni dei suoi schiavi.

Immediatamente, uno dei servitori di Salvio Liberale si spost al centro del cortile, e Plinio inizi a camminargli intorno.

Qual  il tuo nome, schiavo? chiese l'avvocato.

Asellio, senatore.

Bene, Asellio, dimmi, e dillo a tutto il tribunale: sei solito accompagnare il tuo padrone quando si muove per Roma?

S, senatore.

Bene. E dicci, Asellio, quando il senatore Salvio Liberale si sposta di notte immagino che trasporterete molte torce per illuminare bene il cammino del vostro padrone, non  cos?

Plinio sapeva da Atello che in realt Salvio Liberale si muoveva con una sola torcia, poich l'ex console era un taccagno nato e preferiva andare a tentoni per Roma piuttosto che spendere denaro in torce, le quali, effettivamente, erano care. Lo schiavo guard il suo padrone, ma il senatore Salvio Liberale si limit ad aggrottare la fronte. Asellio non sapeva cosa dire. Spaventato com'era in quella situazione, trovatosi a deporre in modo inaspettato davanti al tribunale del Collegio dei pontefici di Roma, opt per l'unica cosa che sembrava sensata: dire la verit. Plinio contava su quella sua confusione e paura.

No, non  cos. Il padrone insiste sempre che usiamo solo una torcia per non sprecarle. Sono molto care, senatore.

Sono care, in effetti ammise Plinio sorridendo, mentre Menenio e alcuni dei suoi familiari facevano lo stesso.

Forse l'avvocato della difesa intervenne allora Pompeo Collega desidera opporre la testimonianza di uno schiavo a quella del senatore Salvio Liberale, quando prima ha dato a intendere che le deposizioni dei liberti non valgono niente davanti a una vestale? Immagino che, seguendo lo stesso ragionamento della difesa, la dichiarazione di uno schiavo non debba valere molto in confronto a quella di un senatore.

Scese il silenzio. Salvio Liberale diede una pacca di apprezzamento alla spalla di Pompeo, quando questi torn a sedersi.

Plinio li guardava attento. Era interessante notare come Pompeo non insistesse pi tanto sul fatto che Salvio Liberale fosse stato console dopo che lui aveva precisato che lo era stato sotto Domiziano. All'accusa non piaceva essere associata al tiranno. Ma la domanda di Pompeo era rimasta senza risposta.

Vorrei specificare che io ho opposto la testimonianza della Vestale Massima, non di una vestale qualsiasi, a quella di alcuni liberti. E s,  vero che forse opporre la dichiarazione di uno schiavo alle parole di un vecchio console di Domiziano non sia giusto.

Per tutti gli dei! Una volta ancora, Pompeo Collega si alz esaltato. Pesa una damnatio memoriae su Domiziano! Non mi pare una buona idea menzionare il suo nome in ogni momento sul suolo sacro della Regia!

Mentre la gente mormorava, Plinio osservava i vari flamines e i sacerdoti che annuivano, in particolare il rex sacrorum nominato da Domiziano. L'avvocato decise di lasciar perdere il precedente imperatore, per il momento.

E sia, lasciamoci il passato alle spalle e ritorniamo alla notte in cui il senatore Salvio Liberale sostiene di aver visto la vestale Menenia e l'auriga Celer insieme, in una strada di Roma vicina al Foro. Ma per poter proseguire con la mia difesa, vorrei che fosse proprio Salvio Liberale a tornare come testimone in questo tribunale.

Il menzionato guard immediatamente Pompeo, e questi si volse allora verso l'imperatore. Traiano non sembrava volersi opporre e Pompeo non riusc a trovare basi su cui rifiutare la richiesta della difesa. Era diritto dell'avvocato fare domande, se lo desiderava, a qualsiasi testimone dell'accusa. D'altra parte, che Salvio ripetesse nuovamente la sua dichiarazione, anche se interrogato da Plinio, non poteva far danno. Semmai il contrario. Crollate le testimonianze dei liberti a causa di quella della Vestale Massima, era importante che Salvio tornasse a mettere le cose al loro posto. Pompeo guard di nuovo Salvio e gli fece un gesto affermativo con la testa. Salvio si alz allora con lentezza e con la stessa lentezza raggiunse il centro del cortile mettendosi di fronte ai membri del tribunale, nello stesso punto in cui aveva fatto la sua dichiarazione solo un paio d'ore prima.

Grazie, senatore cominci l'avvocato con tono conciliante. Il vecchio console... Ma qui Plinio si trattenne osservando con la coda dell'occhio che Pompeo era pronto a saltare se avesse menzionato ancora Domiziano ed evit di aggiungere altro per proseguire col suo discorso. Il vecchio console e governatore sostiene che quella notte vide con nitidezza la vestale Menenia parlare da sola con un uomo, l'auriga Celer.  corretto?

No, non  corretto intervenne sdegnato Salvio Liberale.

Ah no? chiese Plinio fingendo sorpresa. Allora, senatore, cos' corretto?

Ci che  corretto  ci che io ho dichiarato precedentemente: che vidi la vestale Menenia con un uomo che mi parve l'auriga Celer.  vero che avevamo una sola torcia, non mi piace sprecare denaro, ma la luce era sufficiente a illuminare la vestale Menenia. Ammetto, tuttavia, che non sono sicuro di chi fosse il suo accompagnatore in quel momento, anche se immagino, per tutto ci che  stato riferito nelle altre dichiarazioni, che si trattasse dell'auriga Celer concluse Salvio Liberale con un'espressione pienamente soddisfatta per aver corretto il maledetto Plinio davanti a tutto il tribunale del Collegio dei pontefici.

Plinio per non parve nervoso.  vero,  questo ci che ha detto il senatore Salvio Liberale in precedenza. Inoltre ricordo che era cos sicuro di aver riconosciuto la vestale perch, secondo il racconto, aveva perfino potuto vedere chiaramente il fermaglio con cui la donna si chiudeva la palla. E accompagn le sue parole facendo lo stesso gesto che Salvio Liberale aveva fatto nella sua prima dichiarazione: si port la mano sinistra alla spalla destra per indicare il punto in cui le donne di Roma stringono il fermaglio quando portano la palla per coprirsi Era qui, sulla spalla destra?

Pompeo Collega si rese conto in quell'istante della trappola che gli stava tendendo Plinio, ma ormai era troppo tardi. Prima non si era accorto di quell'errore banale, ma adesso era tardi, troppo tardi...

Salvio Liberale rispose senza rendersi conto del suo errore. Infatti, vidi il fermaglio.

Qui, sulla spalla destra, la spalla dove tutte le donne di Roma chiudono la palla insistette Plinio mantenendo la mano sinistra sulla spalla in questione.

S, questo ho detto replic Liberale, nervoso per quell'insistenza. E corrug la fronte; come Pompeo, stava cominciando a comprendere il suo errore...

Plinio per si era gi girato, dandogli le spalle, e si era posizionato di fronte ai membri del tribunale.  curioso riprese guardando i flamines e i sacerdoti, curioso davvero, che il nostro onorevole senatore Salvio Liberale abbia visto un fermaglio sulla spalla destra di una vestale, quando tutti sappiamo che le vestali sono le uniche donne che mettono il fermaglio della palla sulla spalla sinistra.

Si mosse molto lentamente, come per sottolineare l'enorme spazio che separa una spalla dall'altra, fino a portare la mano alla sinistra; al contempo, con l'altra mano indic la vestale Menenia, che indossava la sua immacolata palla bianca chiusa con un fermaglio sulla spalla sinistra.

Ben di rado Plinio aveva visto dei visi pi seri di quelli dei flamines e dei sacerdoti: a nessuno piace che li si inganni, e men che meno a coloro che fanno parte di un tribunale sacro.

Forse ho sbagliato spalla, ma questo non prova nulla... intervenne Salvio Liberale con una certa disperazione, per aver commesso un errore tanto grave quanto stupido. Nessuno se ne era accorto prima, ma ora, smascherato l'errore dal maledetto Plinio, pareva che di tutta la sua testimonianza non rimanesse pi nulla.

S, l'onorevole Salvio Liberale forse si  sbagliato sulla spalla ammise Plinio con un tono accondiscendente che irrit ancora di pi il suddetto senatore, o forse si  sbagliato sulla donna. Tacque un istante, per assaporare la vittoria, poi, prima di lasciare andare il testimone, aggiunse le ultime parole: Alla precedente testimonianza di Salvio Liberale contro la vestale Menenia oppongo questa nuova testimonianza dello stesso Salvio Liberale, che afferma che quella notte vide una donna chiudersi la palla con un fermaglio sulla spalla su cui non lo chiudono le vestali; e cio, sulla base di questa nuova dichiarazione, risulta che egli non vide nessuna vestale quella notte. Contro un liberto, la Vestale Massima; contro un console, lo stesso console. Un console che si contraddice. E Plinio si ritir dal centro del cortile lasciando l'ex console, confuso se rimanere o ritirarsi. Scauro, dal canto suo, stava caricando la terza clessidra.

Plinio chiese un po' d'acqua a uno dei suoi schiavi. Avvert lo sguardo grato di Menenio mentre beveva l'intera coppa avidamente. Gli veniva sempre una gran sete durante i processi. Menenio era soddisfatto, ma non era ancora finita. Rimaneva la testimonianza di Acleo da confutare, e Pompeo Collega non tard a ricordarlo a tutti quando alla fine Salvio Liberale torn al suo posto.

E che succede con la testimonianza dell'auriga Acleo che ha assicurato di aver visto la vestale nuda, senza fermagli sbagliati su alcuna spalla, giacere con l'auriga Celer? La voce di Pompeo risuon chiara e forte.

Plinio restitu la coppa allo schiavo, si gir con rapidit e guard in volto Pompeo Collega come se si fosse trasformato in un legionario sul punto di entrare in combattimento. Succede che mente disse mentre avanzava con passo deciso verso l'accusatore. Succede che tutto questo processo  una grande menzogna.

I due avvocati rimasero faccia a faccia per alcuni istanti; nessuno disse nulla. Plinio si gir di nuovo e si rivolse allora al tribunale dei flamines e dei sacerdoti che lo ascoltavano pi attenti che mai.

Succede, gran tribunale del Collegio dei pontefici, che oggi non stiamo giudicando la vestale Menenia. No, non stiamo facendo questo. Questo  ci che l'accusa e i testimoni dell'accusa vogliono far sembrare. Tutti loro, e li indic con il dito, ma senza smettere di guardare verso i membri del tribunale tutti questi uomini onorevoli vogliono che ci concentriamo solo sulla vestale Menenia e sul suo possibile, assolutamente non provato, crimen incesti. Tutti loro sono ricorsi a una delle pi terribili accuse che si possano muovere a Roma contro qualcuno, con un unico fine, che non  quello di giudicare una vestale, no, in assoluto. S, stavano quasi per ingannare anche me, questi uomini onorevoli; lo ammetto, sono riusciti a imbrogliarmi per settimane, mesi. Si volt verso Collega e il resto degli accusatori. Sono stati molto bravi: formulando un'accusa tanto grave come questa, quella di crimen incesti, l'enormit del processo avrebbe rimpicciolito tutto attorno a esso. Cos, tutti avremmo avuto in mente solo la vestale Menenia e questo possibile, orribile crimine e il suo tremendo castigo. Tutto il resto, inclusi gli altri implicati, sarebbero passati inosservati. Perfino io sono caduto in questa trappola, rimanendo concentrato sul dato sbagliato; ma c' stato chi mi ha aiutato a cambiare il punto di vista sui fatti. Plinio guard per un istante quasi impercettibile l'imperatore, con molta discrezione, come se semplicemente passasse il suo sguardo sui membri del tribunale nel suo insieme, tanto che solamente Traiano se ne accorse. S, ci fu chi mi obblig a considerare altre opzioni, e questo mi fece comprendere che esistono altri motivi dietro questo processo, che vanno ben oltre la vestale. La conclusione  che tutto questo processo sia una grande e magnifica trappola; riconosco il merito nel comporre un simile artificio, ma disprezzo i suoi fini e, sopra ogni altra cosa, disprezzo il fatto che per conseguire tali fini si sia stati disposti a disonorare ci che Roma ha di pi sacro: l'onore di una vestale. Perch, e torno al principio, tutti pensano, tutti pensiamo, che siamo qui per giudicare Menenia, ma no, cittadini di Roma, qui ci che si sta giudicando  un'altra cosa. Tutto questo processo  stato architettato per condannare un'altra persona. Si ferm un istante; voleva udire, nel silenzio di quel grande cortile, il respiro nervoso di Pompeo, Salvio e Cazio alle sue spalle. Tutto il processo ha avuto luogo perch l'accusa  interessata non tanto a una sentenza di morte per la vestale Menenia, ma alla sentenza di morte che, se si provassse il crimen incesti, ricadrebbe inevitabilmente anche sull'auriga Celer, l'auriga dei Rossi, il vittorioso auriga dei Rossi che, una gara dopo l'altra, negli ultimi mesi, non ha fatto che sconfiggere sistematicamente e implacabilmente tutti gli aurighi degli Azzurri. Ho appreso che i senatori, gli onorevoli senatori Pompeo Collega, Salvio Liberale e Cazio Frontone, si sono proclamati principali patroni della corporazione degli Azzurri. Alla fine, l'informazione che aveva ottenuto Atello nei peggiori tuguri della Suburra era risultata assai utile. E i tre senatori non hanno fatto che perdere denaro nelle scommesse sulle gare, vinte sempre dai Rossi capitanati dall'auriga Celer, che oggi sperano di vedere condannato a morte. Se per ottenere questo si dovr uccidere una vestale innocente, a loro non importa! Se gli dei poi ci puniranno, pazienza! A questo mondo c' chi non si preoccupa dei danni o dei sacrilegi che si commettono per salvare il proprio denaro! E chiamano se stessi onorevoli! S, nella Regia, oggi, ci sono degli uomini sacrileghi, ma essi non sono seduti tra gli accusati di questo processo, bens tra quelli che si fanno chiamare... onorevoli! Plinio non pronunci, bens sput quell'ultima parola, come se mai pi avrebbe voluto pronunciarla nella sua vita.

Per Giove! scoppi Pompeo Collega. Siamo in un processo contro una vestale e l'avvocato dell'accusata si ritorce contro dei senatori di Roma! Questo  intollerabile! Una barbarie...!

Il senatore Pompeo Collega taccia, si sieda al suo posto e ascolti senza interruzioni! intervenne l'imperatore Marco Ulpio Traiano in piedi dalla sua grande cathedra. Pompeo tacque e si sedette. Il Cesare aggiunse: L'avvocato della difesa  rimasto in silenzio durante il lungo intervento dell'accusa; e invece tutti abbiamo visto come, al contrario, l'avvocato della vestale Menenia sia stato interrotto in numerose occasioni, ma la pazienza del Cesare  arrivata al limite. Il senatore Plinio ha ora il suo tempo, le sue clessidre, e pu parlare e dire ci che ritiene rilevante per difendere la vestale. Il tribunale del Collegio dei pontefici deliberer a posteriori e risolver, con la chiaroveggenza data dalla sua esperienza, chi dice la verit e chi mente. Il silenzio fu totale; l'imperatore sospir alla fine del suo discorso. L'avvocato pu continuare. Non ci saranno pi interruzioni. La quarta clessidra ha iniziato a scorrere.

Plinio annu. Il Cesare sperava nella miglior difesa per la vestale Menenia. L'avvocato aggrott la fronte: prima che Atello gli passasse l'informazione che aveva appena usato, non aveva ancora capito perch quei senatori fossero interessati a promuovere quel processo, e ora continuava a non capire perch il Cesare difendesse con un tale impegno la vestale Menenia. La somiglianza fisica non era evidente, ma nemmeno poteva scartare una relazione familiare tra l'imperatore e la vestale. Questo era il dubbio che lo consumava, ma ora non doveva pensarci. Traiano lo guardava. Aspettava che continuasse la difesa.

Ho tardato a rendermene conto riprese alla fine Plinio, ma ora ho capito perch i tre senatori avevano tanto interesse in questo processo. In principio, come molti dei presenti immagino, pensavo che Salvio Liberale avesse visto qualcosa, una donna che assomigliava alla vestale Menenia in imbarazzante compagnia, nel cuore della notte, e che fosse ci a motivare l'accusa; ma ora che so che Pompeo Collega, Salvio Liberale e Cazio Frontone perdono denaro da mesi nelle corse delle quadrighe del Circo Massimo per colpa dell'auriga Celer ho capito perfettamente che ci che questi patroni della corporazione degli Azzurri sono stati incapaci di vincere nella pista del Circo hanno provato a vincerlo al di fuori, sebbene mediante uno dei pi terribili sotterfugi, come se non importasse ottenere il malvagio fine togliendo la vita a una vestale innocente ed esemplare come la vestale Menenia, figlia dell'intoccabile senatore Menenio. La Vestale Massima ci ha confermato che Menenia non  mai uscita da sola dall'Atrium Vestae; a confutare l'affermazione di qualcuno che  membro del sacro Collegio dei pontefici abbiamo solo alcuni liberti che si inventano cose mai accadute e un testimone, un senatore, che, a ripensarci meglio, ammette di confondere ci che ha visto quella notte; abbiamo anche la testimonianza di un altro senatore, Cazio Frontone, che si limita a confermare ci che hanno detto i liberti ma che non ha visto nulla, come non ha visto nulla lo stesso senatore Pompeo Collega, il quale si limita a esibire testimoni confusi, quando non falsi, contro una vestale innocente. C' solo un uomo che ha assicurato di aver visto di persona l'auriga Celer che giaceva con la vestale Menenia, e quest'uomo non  altri che l'auriga degli Azzurri, Acleo, che  stato sconfitto varie volte nel Circo Massimo, durante le magnifiche corse nelle quali Celer ha superato difficolt inimmaginabili. Io stesso ho assistito a una di queste corse, come certamente la maggioranza di voi. E vi chiedo: che validit, che credibilit pu avere la testimonianza del maggior nemico personale di uno degli accusati in questo processo? L'auriga Acleo  sincero o si  lasciato influenzare dai pettegolezzi sulla vestale Menenia e l'auriga Celer? Acleo ha visto nel processo l'opportunit di vendicarsi per le corse perdute, che avranno implicato un'enorme perdita di denaro anche per lui e per tutti i patroni della corporazione degli Azzurri? Plinio fece una breve pausa; era al centro del cortile della Regia e mise le mani sui fianchi. S, abbiamo tutti creduto di trovarci in un processo contro una vestale, ed  cos, ma questo  anche un miserabile processo promosso a causa di dispute non risolte tra gli aurighi del Circo Massimo. Fece un'altra pausa e sospir. Dove siamo arrivati? Fino a che punto siamo arrivati se le corse delle quadrighe sono pi importanti dell'innocenza di una vestale? Dove ci vogliono portare degli insensati con tali false accuse?

Torn a sospirare. I sacerdoti lo guardavano seri. Plinio sentiva d'essere riuscito a dare una svolta decisiva all'opinione di molti riguardo alla colpevolezza di Menenia, ma non era del tutto sicuro; in particolare, il rex sacrorum aveva fatto qualche gesto di disapprovazione durante il suo discorso. Non poteva rischiare. Doveva utilizzare tutto, assolutamente tutto ci che aveva.

L'ultima volta che si sono condannate a morte delle vergini vestali, e dico vergini perch mai  stato provato che avessero smesso di esserlo,  stato sotto il governo del maledetto Domiziano;  questo l'esempio che vogliamo seguire? Io credevo che Roma si stesse dirigendo verso un altro destino, io credevo che Roma stesse migliorando dopo la fine del tiranno, e che il suo ricordo fosse ormai sepolto sotto un'umiliante damnatio memoriae. E tuttavia, sembra esserci, qui, tra noi, chi vuole resuscitare quei tempi; sembra esserci, qui, tra noi, chi vuole che i tempi del terrore, delle false accuse e delle esecuzioni ingiuste tornino a rivivere a Roma. Plinio vide che Pompeo stava per intervenire, ma lo sguardo quasi assassino dell'imperatore Traiano fisso su di lui glielo imped. Per tutti gli dei! Roma cammina di nuovo verso la distruzione! Come devono sentirsi gli dei nel vedere che si perseguita in un modo infame una delle pi sacre sacerdotesse della citt? L'ultima volta che si giustiziarono delle vestali perdemmo due legioni, annientate completamente, a nord del Danubio. Quante altre legioni ancora permetteremo al nemico di distruggere, un nemico, non lo dimentichiamo, che continua a stare in agguato presso le nostre frontiere, a nord, in Germania, in Dacia, in Oriente, se torneremo a ripetere lo stesso sacrilegio e giustizieremo una vestale innocente? Solo la forte mano dell'imperatore e la sua abilit strategica sul campo di battaglia hanno mantenuto i barbari lontani da Roma con una recente magnifica vittoria sui nostri nemici, ma se torneremo a essere dei sacrileghi gli dei abbandoneranno il nostro Cesare. E allora? Io dico... E alz la mano destra stendendo tutto il braccio, indicando col dito indice il cielo. Io vi dico che questa notte gli dei ci invieranno un segnale che far s che tutti noi riflettiamo sull'atrocit che stiamo per commettere se condanniamo a morte una sacerdotessa di Vesta, completamente innocente di ci di cui la si accusa e il cui unico delitto  stata l'amicizia d'infanzia con qualcuno che  diventato un grande auriga nel nostro tempo. Un'amicizia tra bambini non  un delitto contro gli dei, ed essi ce lo dimostreranno questa notte, sono sicuro di questo, con una luna insanguinata sulle nostre teste. Sar un avviso. Poi, se persisteremo nel perseguitare una vestale innocente, si dester la loro ira.

Plinio mantenne il braccio in alto con l'indice puntato al cielo per alcuni istanti, infine lo abbass molto lentamente. Il suo discorso era terminato. Non aveva nemmeno utilizzato tutte le sei clessidre. Si ritir, camminando, passo dopo passo, fino ad arrivare vicino al senatore Menenio, e si sedette.

Il processo  terminato disse Traiano.  tardi. Si volt verso i flamines, i sacerdoti e le vestali. Il tribunale riposer per il resto della giornata e tra quindici giorni, nelle calendae di gennaio, si riunir sotto la mia presidenza per deliberare.

Pompeo Collega non ebbe possibilit di replica. Marco Ulpio Traiano allora si alz e, attorniato dalla guardia pretoriana, inizi ad attraversare il cortile della Regia. Si ferm un istante vicino al controllore di clessidre.

Hai fatto bene il tuo lavoro disse.

Scauro s'inchin davanti all'imperatore mentre questi, senza riguardo per le sue riverenze, che intuiva fossero frutto della paura e non della lealt, riprese la marcia per uscire dalla Regia.

Plinio si alz al passaggio dell'imperatore, ma osserv che Traiano andava di fretta. Il Cesare forse aveva altre preoccupazioni quel giorno, oltre al processo.

E cos era. Traiano aveva ricevuto una lettera da Sarmizegetusa nella quale l'amico Longino lo avvertiva di alcune cose che lo avevano inquietato: Decebalo stava ricostruendo le mura di diverse fortezze a Ora?tie. L'imperatore voleva quindi tornare al palazzo, leggere di nuovo la lettera e inviare una rapida risposta con istruzioni.

Infinite grazie, non ho parole. Il senatore Menenio si rivolse a Plinio.

Questi si volt. Ho solo esposto la verit rispose con serenit.

No, non hai fatto solo questo. Hai fatto in modo che la verit brillasse sopra tutte le menzogne di questi miserabili... Ma tacque vedendo che Plinio guardava oltre le sue spalle con il viso molto serio.

Menenio si volt e vide Pompeo Collega avvicinarsi circondato da vari suoi sostenitori. Si fece da parte.

Il trucco dell'eclisse non salver gli accusati grid Pompeo a Plinio con il pi assoluto disprezzo.

Non ne sarei cos sicuro fu la replica.

Sappiamo tutti che le eclisse, e soprattutto quelle di luna, possono essere predette insistette Pompeo. O credi di essere l'unico ad aver letto la Naturalis historia di tuo zio o gli scritti di Ipparco?

No, certo che no, ma la maggior parte della plebe non sa n leggere n scrivere, e quando questa notte la luna diventer rossa, ricorderanno le mie parole al processo; avranno paura, come sempre quando la luna  nascosta o cambia colore, e lo attribuiranno alle vostre menzogne. I sacerdoti e i flamines non potranno prendere la loro decisione senza tener conto che la plebe teme le vostre menzogne. Plinio si avvicin allora a Pompeo e gli parl dritto in faccia, a voce bassa, a meno di un palmo di distanza. Amico mio, perfino il peggiore degli avvocati sa che non si deve andare in giudizio senza sapere se  prevista un'eclisse, ma tu eri cos sicuro che le vostre menzogne fossero sufficienti a sconfiggermi che nemmeno hai fatto bene il tuo lavoro.

Non disse altro. Guard Menenio, questi annu, ed entrambi, l'avvocato difensore e il padre dell'accusata, se ne andarono lasciando dietro di loro i tre senatori rabbiosi.

Che facciamo ora? chiese Salvio Liberale.

Non possiamo che sperare rispose Pompeo Collega, abbattuto. Plinio lo aveva distrutto in pubblico, davanti allo stesso imperatore, una volta ancora. Lo aveva fatto nel processo contro Mario Prisco e lo aveva fatto nuovamente oggi.

Ci rimane la delibera del Collegio dei pontefici disse allora Cazio Frontone, asciutto. Ci rimane Salinator, il rex sacrorum. Non datelo per perso. Plinio si sbaglia se crede di aver vinto. Il rex sacrorum  al suo posto da anni ed  molto rispettato da tutti i sacerdoti.

Pi che rispettato, temuto, direi precis Salvio Liberale.

Ancora meglio concluse Pompeo Collega.  vero, il rex sacrorum  l da anni e tutti lo temono. La questione  se anche Traiano lo teme.

Sicuro che teme Salinator, come tutti aggiunse Cazio Frontone. Il rex sacrorum conosce i segreti di tutti, e conoscer anche qualcosa che intimidisce il Cesare, altrimenti perch Traiano non lo ha rimpiazzato in tutto questo tempo?

L'imperatore ha cercato di scendere a patti con tutti spieg Pompeo Collega. Con il senato giunse a un accordo secondo il quale nulla doveva accadere a Nerva e che il sacerdozio del rex sacrorum fosse a vita. Traiano avrebbe dovuto cambiare la vecchia legge per rimpiazzarlo, cos ha preferito aspettare che fosse il tempo a finire il rex sacrorum. L'ultima cosa che immaginava il Cesare era che il rex sacrorum potesse rappresentare un problema nel processo per crimen incesti, ma  accaduto l'imprevedibile. Traiano cerca di ingraziarsi tutti, creando equilibri tra un potere e l'altro. Ma ora questi equilibri non valgono pi nulla.

Con i vecchi prefetti del pretorio, Casperio e Norbano, non fu molto diplomatico intervenne Salvio Liberale.

Gi, li giustizi senza pensarci troppo, ma con loro non aveva alternative. Quella fu la sua unica azione violenta. Da allora Traiano si  dimostrato accomodante con tutti. No, non oser uccidere il rex sacrorum n deporlo in questo momento. Sarebbe un sacrilegio terribile tanto quanto il crimen incesti. L'imperatore  in trappola: deve affrontare la delibera nel Collegio dei pontefici con Salinator contro e, come diceva Cazio, chiss che il vecchio rex non sappia qualcosa su Traiano o su questa vestale con cui poter intimidire lo stesso Cesare. Non  detto che presto non torniamo a vincere denaro nel Circo Massimo.

Inventa iam pridem ratio est praenuntians hora, non modo dies ac nocte, solis lunaeque defectuum.

Gi  buon tempo che si  trovato il modo di conoscere l'ore, non pure i giorni e le notti, e l'eclisse del sole e della luna.

Plinio il Vecchio, Naturalis historia, XXV, 10

73

LA CONFESSIONE DI LONGINO

Sarmizegetusa Regia
Dicembre del 102 d.C.

Longino riusc finalmente a ottenere una buona ragione per recarsi al palazzo reale di Sarmizegetusa. Decebalo aveva ordinato la ricostruzione delle mura della citt, e non solo: il capo della guarnigione romana nella capitale della Dacia aveva ricevuto un rapporto dai suoi ufficiali che affermavano che numerosi traditori delle legioni continuavano a rimanere al servizio dei Daci. Entrambe le questioni contravvenivano in pieno al trattato di pace firmato tra l'imperatore e il re. E questo non accadeva solo nella capitale del regno, ma lavori simili di ricostruzione erano cominciati anche a Blidaru, Costesti e Piatra Rosie, tutti luoghi fortemente danneggiati durante l'ultima guerra. Longino iniziava a intuire che non sarebbe stato facile, ma ancora albergava in lui la speranza di far ragionare Decebalo parlandogli di persona. Gli costava ammettere che il fratello della bella e intelligente Dochia non fosse un uomo nobile e fedele alla parola data.

Il legatus camminava per la strada principale della citt seguito da vicino da una ventina di suoi uomini armati. Gli sguardi che ricevevano erano, per la maggior parte, di disprezzo. I restanti di rabbia. Longino fingeva di non vedere n gli uni n gli altri. S, quella era decisamente una circostanza incomoda.

Appena entrato nel palazzo reale, vari guerrieri dacichi si assicurarono che il romano fosse disarmato. Poi lo condussero in una grande sala dove, poco tempo prima, erano stati esposti, a mo' d'insulto, gli stendardi delle legioni V e XXI distrutte dalle forze di Decebalo durante le guerre all'epoca di Domiziano. Traiano aveva reclamato gli stendardi e li aveva riportati a Roma per esibirli durante il suo grande trionfo, in modo che tutti i Romani potessero vedere che l'imperatore aveva recuperato le insegne di quelle legioni perdute. Al loro posto, Decebalo non aveva messo nulla, lasciando lo spazio vuoto in quell'angolo della sala del trono, come se gli stendardi non se ne fossero andati per sempre, come se il re sperasse, in futuro, di disporre nuovamente di trofei simili per esibirli davanti al suo popolo.

Longino inspir profondamente. Sapeva che a Decebalo piaceva provocare. Doveva cercare di contenersi nelle sue visite a palazzo. Era l per evitare una nuova guerra, non per cadere in provocazioni, insultare e fornire al nemico delle scuse per ricominciare ad aggredire l'Impero. Espir l'aria piano e, proprio in quell'istante, avvert un gelo inquietante. Si gir e vide un uomo incappucciato attraversare la sala. Ebbe la sensazione che quello sconosciuto lo guardasse, ma poich il volto era nascosto sotto il mantello che gli copriva la faccia gli risult impossibile verificarlo. L'estraneo svan dietro la porta.

Il legatus romano allora non gli diede pi importanza, anche perch in quello stesso momento Dochia era apparsa nella sala delle udienze reali. Mi  stato riferito che il legatus  venuto a farci visita, anche se dal volto serio che Gneo Pompeo Longino mostra ho la sensazione che sia venuto per vedere mio fratello, il re.

Longino abbozz un sorriso. Sperava, naturalmente, di rivedere Dochia durante quella visita, ma quella apparizione subitanea, prima ancora dello stesso Decebalo, lo aveva colto di sorpresa. Era evidente che la principessa dacica si muoveva in piena libert per quel palazzo, per tutta Sarmizegetusa e forse per tutta la Dacia.

 vero, sono qui per questioni... ufficiali inizi ma  anche vero che  mi sempre gradito poter vedere e parlare con la principessa Dochia.

Anche lei sorrise, si avvicin e lo invit a passeggiare con lei.  meglio che Gneo Pompeo Longino venga con me disse con una voce tanto dolce da ubriacare il suo interlocutore. Mio fratello  uscito a caccia. Torner tra poco, ma non trovo corretto che il rappresentante dell'imperatore di Roma debba rimanere qui, da solo e in piedi, mentre aspetta.

Longino si lasci condurre dalla principessa. Poco dopo aver percorso un lungo corridoio, si ritrovarono in una specie di atrio costruito in legno, zeppo di piante e alberi che crescevano da tutte le parti mescolandosi con l'architettura rustica dell'ambiente.

La Dacia  come un giardino, piena di boschi e piante; ci piace circondarcene disse Dochia. Per questo mi ha fatto piacere vedere tante piante nell'atrio della residenza di un legatus.

Longino spieg che anche a lui piaceva la vegetazione e che non tutti i Romani la evitavano.

Non sono sicura di questo. Mai prima d'ora sono stati tagliati tanti alberi in Dacia, come dopo l'arrivo dei Romani.

Le vostre costruzioni sono in legno rispose lui.

Una cosa  tagliare alberi per costruire, altra  tagliarli e bruciarli solamente perch non piacciono ai Romani lo contraddisse la principessa.

Longino sapeva che Dochia si riferiva alle valli in cui i legionari, per facilitare l'avanzata delle truppe ed evitare imboscate, avevano eliminato grandi estensioni di vegetazione per sentirsi pi sicuri ed evitare le temute trappole di Daci, Sarmati, Rossolani e altri nemici in quella regione. Pens di cambiare argomento. Sapeva, poich tutti ne parlavano a Sarmizegetusa, e vari traditori lo avevano confermato, che la principessa Dochia si sarebbe dovuta sposare a breve con uno dei pileati di fiducia del re dacico, anche se la giovane non sembrava troppo contenta che tale unione avesse luogo.

In alcune cose Daci e Romani si differenziano, ma in altre si assomigliano molto. Io, per esempio, presi moglie attraverso un patto stipulato con una famiglia di Roma. Ho sentito che questo tipo di patti  frequente anche qui nella Dacia.

Come si aspettava, quelle parole misero a tacere la principessa, che subito abbass lo sguardo arrossendo. Le chiacchiere sul mio futuro matrimonio sono giunte fino al legatus. Questo  senza dubbio un argomento del quale mio fratello, il re, ama molto parlare.

Il disagio della giovane era evidente e Longino ebbe paura che Dochia decidesse di lasciarlo l da solo.

 stato un commento inadeguato da parte mia. Se la mia esperienza pu contare qualcosa, il mio matrimonio con Giulia, anche se non fondato sui sentimenti, non  stato... spiacevole.

Per questo lei sta a Roma e il legatus, suo marito, si trova qui, a varie migliaia di miglia di distanza.

Non ho voluto imporre a Giulia una permanenza tanto lunga lontano dalla sua famiglia rispose Longino senza troppa convinzione.

Dochia sospir. Credevo che, anche se siamo diversi, ci rispettassimo sufficientemente da non mentirci disse con tono deluso.

Sto solo tentando di esprimermi con le parole adeguate. Ci provo, per lo meno, spieg Longino anche se tutto ci che dico risulta inopportuno. Non ho nascosto la verit, per  vero che non l'ho nemmeno rivelata del tutto.

Ora s che riconosco il legatus di Roma comment lei pi interessata.

 vero che non ho voluto allontanare mia moglie dalla sua famiglia; una famiglia, quella Giulia, molto importante a Roma, e per questo l'imperatore ha voluto che mi sposassi con lei, ma  vero che tra noi non esiste un legame di amicizia o di amore tanto intenso da rendere questa separazione dolorosa, in special modo per lei. Io sono molto pi vecchio, molto pi brutto e... Mosse un poco il braccio destro invalido.

Anni, rughe e un braccio inabile  ci che la moglie del legatus vede in suo marito? chiese Dochia.

Longino annu.

Si guardarono in silenzio per un po'. La brezza era fresca, arricchita dagli aromi del bosco che circondava la citt.

Io non voglio che mi succeda disse la principessa alla fine. Non voglio sposarmi e che mio marito si senta pi a suo agio lontano da me. Credo che in questo siamo diversi.  vero che nel combinare matrimoni Roma e la Dacia si assomigliano, ma nell'accettarli o meno il legatus imperiale e io siamo differenti.

 possibile. Non pensavo di sposarmi, ma era stata una richiesta diretta dell'imperatore.

E non potevi rifiutarti? chiese lei.

Non volli farlo.

L'imperatore dev'essere un grande amico di Longino.

Lo .

Dochia ebbe un'intuizione. Poteva essere il motivo per cui Longino, nel risponderle un attimo prima, si era portato la mano sinistra al braccio invalido, come se ricordasse il passato.

Forse quella ferita al braccio, che tutti dicono dovuta a un incidente di caccia, ha a che fare con l'imperatore di Roma.

Longino la osserv perplesso. Si accorse che si stava accarezzando il braccio ferito e comprese come la giovane fosse riuscita a giungere a tale conclusione. D'altro canto, era una brava osservatrice e molto intuitiva. Curiosamente, il legatus non volle negarlo. Aveva la sensazione che se anche lo avesse fatto lei non gli avrebbe creduto. Cos, con tre parole, brevemente, senza rendersene conto, confess a Dochia ci che aveva custodito segretamente per anni. Forse era la magia di quegli occhi azzurri sconfinati che lo guardavano con la dolcezza di una sirena.

Cos fu, s.

In quel momento si ud un gran tumulto provenire dall'interno del palazzo.

Credo che il re sia gi qui disse Dochia. Sar meglio che io non trattenga oltre il rappresentante dell'imperatore di Roma.

E la giovane, nel momento in cui vari guerrieri di suo fratello si approssimavano a loro, si volt e se ne and. Longino si gir un istante per vedere chi si avvicinava e quando torn a guardare verso Dochia, lei era gi una sagoma sottile che scompariva tra gli alberi del giardino.

I guerrieri dacichi fecero cenno a Longino affinch li seguisse. Dopo poco era di fronte a Decebalo, che lo guardava, ancora sudato per la caccia, dal trono reale.

Longino, legatus disse il re in segno di saluto, ma poi si volt verso l'uomo che stava al suo fianco e gli parl nella sua lingua.

L'uomo, schiavo o servitore, tradusse in latino per l'ufficiale romano. Il re vuole sapere a cosa deve questa visita.

Longino credette di riconoscere un accento trace. Meglio cos. Non gli avrebbe fatto piacere trovare un perfetto latino, che avrebbe rivelato, di nuovo, l'ennesimo traditore al servizio di Decebalo.

Riferisci al re che ho notato molti lavori di ricostruzione nelle fortificazioni di tutta la valle di Ora?tie e che queste opere contravvengono... L'interprete non sembr capire bene quella parola. Queste opere di ricostruzione vanno contro l'accordo di pace con Roma.

Lo schiavo tradusse. Decebalo, impassibile, rispose brevemente.

Il re non crede che proteggere le sue citt dai lupi e dai banditi vada contro l'accordo con Roma tradusse il servitore trace.

Di' al tuo re che la differenza tra un muro contro i lupi e un muro contro le torri d'assedio  notevole. Digli che ho gi inviato un rapporto all'imperatore su queste mura, ma che sono ancora in tempo per inviare un'altra lettera in cui spiego che queste rispettano misure accettabili per Roma.

L'interprete tradusse, ma il re alz la mano e lui stesso si rivolse direttamente a Longino, in latino; un latino molto pi grezzo di quello di Dochia, ma sorprendentemente fluido. E qual  la differenza tra un muro contro i lupi e un muro contro Roma?

Longino tard un poco a rispondere. Da un lato, stava digerendo il fatto che Decebalo conoscesse la sua lingua, dall'altro rifletteva sulla risposta pi appropriata. Il re torn di nuovo a parlare, questa volta sorridendo.

Mi piace conoscere il nemico disse, come per giustificare la sua conoscenza del latino.

Io credevo che Roma e la Dacia non fossero nemiche rispose Longino mentre continuava a pensare all'altezza delle mura.

Sicuro si corresse il re.  cosa buona conoscere i vicini, gli amici, questo volevo dire. Il suo tono ironico era evidente.

Cal il silenzio.

Sei piedi1  un'altezza sufficiente per un muro il cui obbiettivo  tenere i lupi fuori dai confini della citt disse allora Longino.

Sei piedi ripet il re.

Di nuovo silenzio.

C' qualcos'altro, legatus?

Nient'altro, no.

Allora sicuramente il legatus desiderer tornare alla sua residenza e riposare disse Decebalo. In quel momento entr Dochia. Al re non sfugg l'occhiata che Longino lanci alla bella sorella. Ma il legatus deve sapere che  sempre il benvenuto nel palazzo reale di Sarmizegetusa aggiunse tentando un sorriso conciliatore.

Longino non disse nulla. Si limit a salutare militarmente con il pugno chiuso sul petto, inchinandosi poi lievemente a Dochia, che gli restitu un cenno, e si diresse verso l'uscita del palazzo.

Di nuovo, camminando per quei corridoi, ebbe la sensazione di vedere l'uomo incappucciato, ma, una volta ancora, troppe idee gli frullavano per la testa perch potesse dedicare tempo a quel dettaglio. Usc dal palazzo.

Intanto, all'interno, dalle ombre, emerse la figura di un uomo nascosto da un cappuccio di lana, che camminava in maniera circospetta. Il re lo aveva convocato di nuovo. Era una buona cosa. Era stato detenuto ma ora si trovava nel circolo di fiducia del re. Tuttavia non doveva distrarsi. Il legatus romano poteva averlo riconosciuto e, per il momento, era meglio per lui che a Roma tutti pensassero che fosse morto, un pasto per i lupi o gli avvoltoi di Adamclisi.

Una volta assicuratosi che Longino fosse uscito, si scopr la testa, e il volto sciupato dagli anni, dall'odio e dalla rabbia di Mario Prisco si deline con nitidezza alla luce di una torcia. Prisco non entr nella sala delle udienze, poich il re stava ancora conversando con la sorella.

Nel frattempo, nella sala del trono reale del gran palazzo di Sarmizegetusa Regia, Decebalo si rivolgeva a Dochia, che si era seduta alla sua destra.

Hai scoperto qualcosa questa volta? le chiese. Qualcosa di rilevante sul nostro legatus? Hai gi avuto vari incontri con lui. E ho visto come ti guarda. Un uomo che guarda cos una donna  predisposto a interessanti confessioni.

Dochia, in silenzio, guardava a terra.

Ti ho fatto una domanda insistette Decebalo.

Ti ho sentito.

E quindi? ripet il re. Hai scoperto qualcosa?

Dochia continuava a tacere. Era chiaro che suo fratello si era reso conto che il legatus iniziava a nutrire dei sentimenti per lei. Decebalo si era accorto anche che quei sentimenti erano reciproci?

S, ho scoperto qualcosa, fratello disse infine. Doveva raccontare qualcosa di rilevante o Decebalo avrebbe iniziato a sospettare. Ho scoperto l'origine della ferita al braccio destro del legatus Longino.

1. Un paio di metri.

74

IL BANCHETTO

Camera dell'imperatore, Domus Flavia, Roma
Dicembre del 102 d.C.

Traiano si trovava nella propria camera personale all'interno della Domus Flavia quando Aulo gli annunci la visita, che, anche se inaspettata, non gli risult fastidiosa.

Che passi disse l'imperatore.

Le porte si aprirono e Salinator, il vecchio rex sacrorum di Roma, entr e avanz di tre passi fino a fermarsi di fronte al Cesare.

Mi dispiace disturbare l'imperatore con questa intromissione nel palazzo, ma la questione che mi porta qui  di vitale importanza per Roma, augusto.

Sei venuto a dirmi che ti schiererai contro la vestale Menenia quando delibereremo nel Collegio dei pontefici alle prossime calendae di gennaio disse Traiano con disinvoltura, andando dritto al punto, convinto che la migliore strategia per confrontarsi con chi viene per un ricatto sia mostrare che si conoscono perfettamente le sue intenzioni.

Curiosamente il rex sacrorum non s'innervos affatto. Non apparve minimamente intimidito dalla sicurezza dell'imperatore. Addirittura, reag in modo assai strano agli occhi di Traiano: Salinator sorrise.

No, augusto. Col dovuto rispetto, vengo a informare l'imperatore che sar proprio il Cesare a schierarsi contro la vestale davanti ai pontefici di Roma.

Traiano mantenne il silenzio per qualche istante. E questo perch? chiese alla fine.

Ora fu il rex sacrorum a prendersi qualche istante prima di spiegarsi. Perch io conosco il grande segreto della vestale e sono sicuro che il Cesare preferisce che questo segreto non si sappia.

E qual  questo terribile segreto che dovrei temere diventasse pubblico? chiese Traiano mantenendo la calma, mentre valutava se poteva permettersi di ordinare l'esecuzione di quel petulante impertinente.

So che la vestale Menenia  figlia di... Domiziano rispose il rex sacrorum. Torn a tacere un momento, per tentare, infruttuosamente, di esaminare il viso di pietra del Cesare, ma Traiano appariva cos tranquillo, respirava lentamente, non batteva ciglio. Quella immobilit poteva essere il suo modo di dimostrare sorpresa, pens il rex sacrorum, che si sent sicuro di se stesso e continu a parlare con una voce tanto soave nella forma quanto minacciosa nel contenuto. E l'imperatore non vorr che i nemici che ha a Roma, quelli che rimpiangono Domiziano, quelli che ancora ci sono, uomini come l'esiliato Prisco e altri della sua risma che tanto si arricchirono a quell'epoca, molti dei quali sono nascosti in senato, sappiano che esiste una sua discendente viva e che  vestale. Per questo, per evitare che io sveli l'origine segreta di Menenia davanti al Collegio dei pontefici nelle calendae di gennaio, il Cesare la condanner a morte. Davanti a tutti. In modo inappellabile. Senza ammettere discussione alcuna.

Lei e Celer, immagino, visto che l'una  inscindibile dall'altro replic Traiano con una rapidit che colse di sorpresa il suo interlocutore.

Lei e Celer, tutti e due,  ovvio conferm il vecchio sacerdote. Non m'importa nulla di Celer, ma, come ha ben detto prima l'imperatore, le due questioni sono inscindibili.

Ma la morte di Celer s che  importante per altri, cos come  risultato tanto evidente al processo; altri che, senza dubbio, hanno gi parlato con te disse il Cesare.

Quando i fini coincidono, augusto, a volte uno stringe amicizie indesiderabili. Ho sempre disprezzato le corse delle quadrighe e gli altri intrattenimenti della plebe, ma questa volta gli interessi della corporazione degli Azzurri coincidono con il meglio per Roma, che non  altro che eliminare qualsiasi discendente di Domiziano.

Traiano annu. Tutto ci aveva senso. Davanti a lui c'era un uomo che ragionava, perverso nella sua strategia e negli obiettivi, ma intelligente. Sempre meglio un nemico intelligente che un pazzo, che risulta imprevedibile. Decebalo, a nord, stava probabilmente divenendo disperato e folle; questo sacerdote, al contrario, appariva freddo e calcolatore. Il rex sacrorum voleva Menenia morta e gli accusatori della vestale volevano Celer morto; di conseguenza, avevano unito le forze. S, era spregevole, ma aveva un senso. In tutto questo, la verit sembrava la cosa meno importante. Ma che cosa muoveva Salinator contro la vestale Menenia?

Perch odi questa ragazza? chiese allora Traiano.

Il sacerdote annu, grato che qualcuno finalmente formulasse la domanda giusta e di poter dare la risposta, niente meno che all'imperatore.

Perch  figlia di un maledetto. Anche se Domiziano mi nomin rex sacrorum, io patii, nella mia famiglia, il terrore di quel miserabile, come tanti altri. Ordin la morte di mio figlio, accusandolo di partecipare a una congiura contro di lui. Ora desidero che muoia sua figlia, e l'otterr, o tutta Roma sapr che il miserabile ha una discendenza. Ma non mi muove solo la rabbia, bens il sapere che una vestale  la discendente di Domiziano. Ci  un enorme sacrilegio: ella possiede il velenoso sangue di quel lunatico, e se non ha ancora commesso crimen incesti lo commetter prima o poi.  una maledetta, come tutto ci che deriva da quella bestia.

Traiano riconsider il suo precedente apprezzamento sul carattere di Salinator: forse si trovava davanti a un fanatico, e con i fanatici non si pu negoziare... Inoltre la morte di un figlio lascia un'inesorabile ansia di vendetta. Ma doveva provarci: la vita della giovane era ancora in gioco.

 anche figlia di Domizia Longina, che  rimasta fuori dalla damnatio memoriae argoment l'imperatore, che aveva concluso mentalmente che giustiziare Salinator gli avrebbe inimicato parte del senato. E pur potendoselo permettere, sarebbe stato come dare ragione a chi ancora lo vedeva come un ispanico seduto sul trono imperiale, un errore inaccettabile per parecchie famiglie patrizie romane.

L'antica imperatrice di Roma non ha il sangue di Domiziano che scorre nelle vene. Questa vestale s, e nemmeno il sangue di Augusto passato da Domizia Longina a sua figlia pu essere sufficiente a lavare il sangue corrotto di Domiziano. Questa vestale deve morire.

Vedo che credi di conoscere tutti i segreti.

Li conosco, Pontifex Maximus.

Solo in parte lo corresse il Cesare. In quell'istante, Traiano pens di rivelare all'esaltato rex sacrorum che il padre di Menenia forse non era... Per no, neanche lui lo sapeva con certezza. L'unica persona a saperlo aveva deciso di mantenere il silenzio. No, quella non era la strada giusta per far cambiare idea a Salinator. Ne tent un'altra. Insisto con l'affermare che ci che credi di sapere potrebbe non essere certo. Forse non conosci tutta la verit sulla vestale.

Conosco ci che  sufficiente per i miei obiettivi. Sono venuto ad avvisare il Cesare affinch capisca che non sono contro di lui e che  in tempo per risolvere tutto ci senza danni per la sua persona e per il governo.

Anche se questo comporta un'ingiustizia.

Questa giovane  maledetta... Pontifex Maximus.

Ti sbagli, sacerdote replic l'imperatore. A me non piace governare sulle ingiustizie, n accrescere il mio potere sulle menzogne, ma... Nel leggere negli occhi iniettati d'odio del suo interlocutore l'impossibilit assoluta di farlo ragionare, aggiunse: In tutti i casi, ci vedremo al Collegio dei pontefici tra qualche giorno; fino ad allora lasciami pensare.

Fino ad allora, augusto. Sono sicuro che il Pontifex Maximus, grazie alla sua saggezza, sapr decidere ci che  giusto.

Il rex sacrorum usc allora dalla camera imperiale. Traiano pens che il nome di quel sacerdote era appropriato: Salinator, colui che produce sale. E sale, in effetti, era ci che il rex sacrorum aveva appena finito di gettare nella ferita aperta di quel processo. L'imperatore lasci passare un po' di tempo per prudenza, poi si alz e usc dalle sue stanze per dirigersi, protetto come al solito dal tribuno Aulo e da un nutrito gruppo di pretoriani, alla grande sala da pranzo del palazzo. Aveva deciso di enfatizzare sia pubblicamente che privatamente la grande vittoria che aveva ottenuto su Decebalo, e cos aveva ordinato che si tenessero numerose corse di quadrighe nel Circo Massimo, quelle che tanto disprezzava Salinator, e una lunga serie di combattimenti di gladiatori e altri spettacoli con belve nell'Anfiteatro Flavio. Con questi eventi appagava il riconoscimento pubblico al suo trionfo; inoltre, in privato, aveva organizzato una serie di banchetti nel palazzo imperiale, in cui, sebbene con un certo contenimento nella spesa, l'imperatore cercava di dimostrare a tutti che aveva motivi da vendere per una lunga serie di celebrazioni dopo la sconfitta dei Daci, cosa che non pensava affatto di interrompere a causa del processo, quali che fossero le sempre pi numerose conseguenze politiche.

Sala dei banchetti della Domus Flavia

Traiano raggiunse la grande stanza destinata a sala da pranzo principale del palazzo e si ferm proprio sulla soglia. Voleva prendersi un po' di tempo prima di entrare e vedere chi c'era. Subito intravvide Plotina, adagiata sul triclinium alla destra del suo, ancora vuoto. Accanto a lei c'era Vibia Sabina e, a lato della sua giovane pronipote, il marito, Adriano, che mangiava uva e beveva vino da una coppa di bronzo. Vide anche Rupilia Faustina e Matidia minore, le sue altre due pronipoti alle quali avrebbe dovuto cercare presto un marito, una decisione che, alla luce dei suoi recenti fallimenti nella scelta dei compagni per Vibia e per Longino, l'imperatore aveva deciso di rimandare. Marciana, sua sorella, e Matidia, sua nipote, erano sedute alla sua sinistra. Nei triclinia laterali riconobbe gran parte dei suoi uomini di maggior fiducia, senatori e legati delle sue legioni, o entrambe le cose. L si trovavano Lucio Licinio Sura, Celso, Palma, Nigrino e l'amico preferito dopo Longino: Lusio Quieto, capo della cavalleria romana. Infine, in un angolo, che osservava con grande interesse una giovane schiava, c'era il vecchio Dione Cocceiano. A Traiano fece piacere notare che il vecchio filosofo poteva divenire un uomo di carne e ossa davanti alla pelle liscia e soave, gli occhi verdastri e i seni abbronzati che s'indovinavano sotto la tunica di quella ragazza. La schiava non risvegliava gli appetiti di Traiano, ma il Cesare riconosceva che la scelta di Dione Cocceiano denotava buongusto. Questi stava lavorando a un interessante volume che raccoglieva i costumi dei popoli a nord del Danubio, basato sulle sue osservazioni durante la recente campagna militare. Forse regalare al filosofo quella schiava sarebbe stato un modo per motivarlo a finire presto il volume. Era un testo che gli interessava leggere.

Traiano, alla fine, entr e tutti lo salutarono con parole allegre e di lode.

Ecco il Cesare che ha riportato le vittorie a Roma! esclam Sura, alzandosi e proponendo un brindisi per lui. Levo la mia coppa a un imperatore vittorioso, un Cesare come il divino Augusto! Un Cesare benedetto dallo stesso Giove!

E tutti, senza eccezione, uomini e donne, levarono le coppe di bronzo e d'argento e bevvero vino in abbondanza. Traiano sorrise compiaciuto. Tutti erano soddisfatti. L'imperatore salut uno a uno i senatori di fiducia. E loro si alzarono e ringraziarono il Cesare per l'invito personale a quella festa.

Entrarono i musici e le danzatrici, che si situarono al centro della sala, proprio mentre l'imperatore raggiungeva il suo triclinium e si sedeva a lato della moglie.

Plotina lo salut inclinando lievemente la testa con un sorriso. Accorgendosi che la musica era sufficientemente forte e che quindi le sue parole non sarebbero state udite oltre il triclinium del Cesare, l'imperatrice si avvicin e gli parl con il suo solito tono sereno e sicuro.

Hai dimostrato di essere un imperatore forte alle frontiere dell'impero; ora manca solo che lo dimostri qui, a Roma, dove i tuoi nemici ancora ti ritengono un debole.

A cosa ti riferisci? chiese Traiano che, pur intuendo dove voleva andare a parare sua moglie, desiderava vedere in che maniera lo avrebbe espresso.

Alla vestale e a questo interminabile processo che hai tenuto in sospeso per mesi.

C'era una guerra da affrontare.

Questo  certo. Ci che non comprendo insistette Plotina,  perch hai ritardato la delibera del Collegio dei pontefici fino al giorno delle calendae di gennaio, da qui a due settimane. Come se ancora non volessi deciderti su che cosa fare con questa vestale. Questo  ci che pensano i tuoi nemici.

E chi sono i miei nemici?

Quelli che rimpiangono Domiziano, quelli che si sono arricchiti sotto il suo potere e quelli che temono tu voglia intraprendere nuove campagne militari e ampliare eccessivamente le frontiere dell'Impero.

Un impero non  mai abbastanza grande replic Traiano. Succede invece che a volte siano gli imperatori a risultare troppo piccoli.

Di' quello che vuoi, ma coloro che pensano che tu sia un debole davanti a delle vestali ti ritengono un male per Roma.

Traiano sospir. Lasci la frutta che aveva appena preso in mano: gli era passato l'appetito. Ultimamente Plotina aveva quel dono.

Se vuoi dire qualcosa,  meglio che tu lo dica velocemente, dato che la musica sta per finire.

Plotina guard un momento le danzatrici, le quali, infatti, stavano raggiungendo il culmine della loro danza. Torn a guardare l'imperatore.

Dovresti condannare a morte la vestale. Questo ti rafforzerebbe agli occhi di tutti, poich dimostrerebbe che sei tanto forte alle frontiere dell'Impero quanto implacabile con coloro che qui a Roma non compiono i loro doveri; proprio come hai fatto tempo fa con i senatori corrotti.

Non sono sicuro che la vestale Menenia sia colpevole, alla luce di ci che ho visto e sentito durante il processo; piuttosto il contrario rispose Traiano.

Davanti al dubbio  meglio essere implacabile sentenzi Plotina.

Giusto in quell'istante la musica fin e l'imperatrice, come la maggioranza dei presenti, applaud e sorrise come il pi felice dei commensali al banchetto.

Traiano prese di nuovo un po' di frutta, non perch gli fosse tornato l'appetito ma piuttosto per tenere le mani occupate. Era incredibile come crescesse il numero delle persone che volevano vedere morta la vestale Menenia. Risultava sempre pi allettante lasciarsi trasportare dalla corrente e ordinare quella esecuzione; tuttavia, dentro di s, avvertiva le viscere ribellarsi, si sentiva completamente incapace di commettere deliberatamente un'ingiustizia come quella, e anche di rompere il giuramento che lo legava a Menenia.

Mentre Traiano rifletteva, la cena sfilava davanti a tutti i commensali, portata su magnifici vassoi contenenti agnello, cervo, capra, colombi, cinghiale e pollo accompagnati da succulente salse; a questi seguirono piatti di fichi, datteri, olive, mandorle, tartufi e pasticcio di fegato. C'erano anche zuppa di pesce e altri vassoi con capesante, astici, granchi, polipi, vongole, tonno e seppie, il tutto condito con garum. Poi, finalmente, iniziarono i piatti pi selezionati: cervello di struzzo, pappagallo bollito, polpette di delfino, zampe di cammello, proboscide di elefante in umido e una squisita purea di larve di diversi insetti. Il dolce, dopo un tale banchetto, fu piuttosto semplice, solo della frutta e biscotti imbevuti di vino.

Entr allora Pilade, grande pantomimo di Roma a quei tempi, che pose il suo incantevole corpo in mezzo a tutti i partecipanti al banchetto. L'esuberanza dei suoi muscoli fu notata dallo stesso Traiano. Effettivamente, si diceva che l'imperatore aveva voluto permettere di nuovo le rappresentazioni di mimi, pantomimi e danzatrici per poter cos godere della visione spettacolare delle danze e delle rappresentazioni di Pilade. Nessuno quindi si sorprese. Gi in passato altri imperatori avevano goduto dei piaceri intimi con altri mimi famosi.

Pilade si pose al centro dello spazio quadrato formato dai triclinia di tutti i commensali. La sua esecuzione inizi con movimenti lenti, avanzando ricurvo, come se gli pesassero le gambe. Perch risultasse chiaro chi stava rappresentando, un assistente gli port una lunga falce che lui prese con la mano destra e che us come un bastone durante il suo lento avanzare nell'improvvisata scena. Tutti compresero che si trattava di Saturno, dio del tempo, il padre di Giove, che governava il mondo prima della grande ribellione di suo figlio. L'assistente torn ad avvicinarsi e gli porse un velo scuro con cui Pilade si copr rapidamente il viso. Il velo rappresentava l'indeterminatezza del tempo, l'incertezza su quanto possano durare le cose che amiamo o detestiamo. Pilade continu con piccoli e parsimoniosi passi, perch tutti i commensali avessero la possibilit di concentrarsi sulla sua rappresentazione e ricordare che Saturno governava il mondo come dio supremo e che divor a uno a uno i propri figli perch non gli portassero via il potere. Improvvisamente, Pilade si tolse il velo con la mano sinistra e finse convulsioni, gettando la falce verso l'imperatore con un impeto calcolato, in modo che questa cadesse ai piedi del triclinium imperiale con un sonoro colpo metallico. Ci allert e mise in guardia Aulo e gli altri pretoriani che si trovavano vicino al Cesare, ma Traiano alz la mano destra perch nessuno interrompesse l'esecuzione di Pilade.

Il pantomimo continu la sua convulsa danza, aprendo le braccia come se stesse cogliendo degli enormi sacchi, portandoli alla bocca e divorandoli: uno, due, tre... Cerere, Giunone e Vesta finivano ingoiati dalle fauci di Saturno, ma in quel momento apparve un'altra pantomima che si avvicin alla spalla di Pilade. La giovane si mise accovacciata fingendo di dare alla luce nuovi esseri. Si trattava di Opi, la sposa di Saturno, che partoriva Giove, Nettuno e Plutone. La ragazza si alz come se sostenesse tra le braccia i bambini e si allontan dalla scena con loro. Nel momento in cui Saturno si gir, Opi era scomparsa. Pilade raccolse di nuovo la falce piegandosi davanti all'imperatore, si ricopr col velo e abbandon anche lui la scena in pochi istanti.

I partecipanti ne approfittarono per commentare la rappresentazione, il suo significato e le abilit del danzatore e della danzatrice. Traiano concord con un commento di sua moglie sulla scena a cui avevano appena assistito. L'imperatore sapeva che Plotina cercava altri temi di conversazione per ingraziarselo, nell'intento di stemperare la sua insistenza sulla necessit di condannare la vestale.

Pilade ritorn in scena. Questa volta camminava maestosamente con uno scettro in una mano e un globo della vittoria nell'altra. Rappresentava Giove, figlio di Saturno. Un secondo pantomimo, molto meno esuberante e attraente di Pilade, apparve dietro di lui con gli attributi di Saturno, la falce e il velo scuro, e si gett al suolo, fingendo di dormire. Pilade-Giove, uno dei figli salvati da Opi dalle fauci di Saturno, lasci una ciotola vicino al danzatore che rappresentava suo padre addormentato, e fece come se versasse una sostanza aggiuntiva nel recipiente. Poi fu eseguita una danza soave quanto vigorosa in un angolo della scena. Il pantomimo che interpretava Saturno si svegli, vide la ciotola e bevve da essa. All'inizio non successe nulla, ma presto il danzatore si contorse dal dolore. Aveva appena ingerito il vomito magico che Metis aveva preparato affinch Giove lo desse a suo padre e il terribile liquido stava facendo il suo effetto. Il mimo finse conati incontrollabili e Pilade, che aveva abbandonato gli indumenti di Giove nell'angolo dal quale aveva seguito la scena, prese un diadema e una piccola scultura raffigurante un pavone fornitagli dall'assistente dei danzatori, si abbass nel passare vicino al mimo che interpretava Saturno ed emerse glorioso, esibendo un diadema sulla testa e la figura del pavone nella mano destra. Giunone era stata vomitata da Saturno e salvata. La recita si ripet. Pilade lasci gli indumenti di Giunone ai piedi del Cesare e ritorn dietro il pantomimo-Saturno, preso dalle convulsioni per il vomito; questo torn a fingere un enorme conato e rigurgit Pilade, che emerse da dietro di lui con fiori in una mano e uva nell'altra; fiori e frutta, simboli della dea Cerere. Altra dea salvata dalla brutalit di Saturno. Pilade lasci di nuovo i simboli della nuova dea liberata dallo stomaco di suo padre davanti all'imperatore e torn al suo posto dietro il supposto Saturno. Questi ebbe convulsioni una volta ancora e dalla sue viscere emerse, per la terza volta, l'avvenente corpo di Pilade, che, come nelle precedenti occasioni, fu capace di muoversi simulando i delicati movimenti di una donna, di una dea.

Tutti erano sorpresi dalla grandiosa capacit di Pilade di mostrarsi tremendamente virile e, un istante dopo, incredibilmente femmineo. Camminava ora verso l'imperatore rappresentando l'ultima dea salvata dalle viscere di Saturno da Giove. Si era vestito velocemente con una tunica bianca, mentre tutti guardavano le convulsioni del presunto Saturno, e si era anche ricoperto con un velo bianco. Pilade, alla fine, aveva preso una piccola lucerna accesa e danzava lentamente e delicatamente con gli occhi concentrati sulla fiamma, che non doveva spegnersi nonostante i movimenti della sua danza.

Tutti riconobbero immediatamente la rappresentazione della dea Vesta. Pilade, come la gran dea delle vestali, termin la sua ultima danza in ginocchio, accovacciato davanti all'imperatore di Roma. Giove aveva salvato Vesta.

Scese un gran silenzio. Plotina guard sdegnata quella scena finale. Suo marito Traiano aveva identificato il suo governo con il dio Giove e all'imperatrice non piacque la sfacciataggine con cui Pilade, che intuiva esserne l'amante, aveva dato il suo parere sul miglior modo di risolvere il processo alla vestale. Traiano sorrise. Lui, al contrario, aveva ammirato la costante capacit di Pilade di saper comunicare cos tanto senza pronunciare una parola. Sorrise per infastidire un poco sua moglie; tuttavia, nel suo intimo, si sentiva a disagio per quella messa in scena. Non era il momento per pantomime sulla dea Vesta.

Pilade si alz lentamente tra gli applausi fragorosi di tutti, tranne che di Traiano e di sua moglie. Segu quindi un breve silenzio che, all'improvviso, fu interrotto da un sonoro e strano clamore proveniente dall'esterno del palazzo imperiale. Era come se tutta la citt si fosse tramutata in una gigantesca baraonda di rumori causati da colpi metallici, trombe e ogni tipo di strumento che suonavano all'unisono.

Dev'essere cominciata l'eclisse disse l'imperatore.

Si alz per uscire nell'atrio contiguo, che si trovava al centro della Domus Flavia, vicino all'ippodromo, e poter guardare il cielo e confermare se l'avvenimento annunciato da Plinio nel suo intervento finale al processo stesse avendo luogo realmente. Tutti seguirono Traiano, abbandonando i comodi triclinia, alcuni lasciando tutto sulla tavola, altri portando con s coppe di vino o biscotti o entrambe le cose, e uscirono insieme al Cesare nell'atrio, per guardare il cielo stellato che si estendeva sulla notte di Roma.

Ecco qua, infatti disse Dione Cocceiano mentre indicava una luna color rosso sangue.

E davvero merita tutto questo rumore, con padelle e trombette, da parte della plebe? chiese Vibia Sabina coprendosi le orecchie con le mani. Lo trovo orribile.

 la tradizione comment Traiano. Poi, senza aggiungere altro, guard il filosofo greco che, essendo la persona pi istruita tra tutti i presenti, avrebbe saputo dare le migliori spiegazioni riguardo a ci che stava accadendo quella notte.

Dione Cocceiano interpret prontamente lo sguardo dell'imperatore e parl a voce alta, perch tutti potessero sentirlo: dalle pronipoti del Cesare, che parevano le pi interessate, ai senatori e ai legati militari.

Da secoli esiste la credenza, qui a Roma e in molte altre parti del mondo, che quando la luna diventa rossa  perch maghi e fattucchiere stanno facendo incantesimi segreti e preparano pozioni di erbe misteriose per cercare di farla cadere e appropriarsi di lei. Lo stesso Plinio il Vecchio, zio del senatore e avvocato Plinio che abbiamo tutti visto durante il processo alla vestale Menenia, indica nella sua Naturalis historia: durat tamen tradita persuasio in magna parte vulgi, venefeciis et herbis id cogi, eamque num feminarum scientiam prevalere [e non di meno dura tuttavia una persuasione in gran parte del vulgo che questo si faccia con male ed erbe; e che la scienza di alcune donne in ci prevalga]. E cita le antiche Medea e Circe quali donne capaci di realizzare questi incantesimi della luna. E da tempi immemorabili il popolo crede che facendo un gran baccano con ogni tipo di rumore, colpendo metalli di tutte le forme (come casseruole, padelle e coperchi) e suonando trombe e altri strumenti, questi incantesimi perdano la propria forza, in modo che la luna rimanga al suo posto senza cadere nelle mani di maghi e fattucchiere. Cos narra Stazio...

Dione Cocceiano esit prima di citare i versi del poeta di corte dello scomparso e maledetto Domiziano, ma Traiano assent senza smettere di guardare la luna, sapendo che quel breve silenzio era una richiesta di permesso per poter citare qualcuno che forse poteva risultare inopportuno; davanti all'approvazione dell'imperatore, Dione Cocceiano continu. S, come dicevo, lo stesso Stazio ci dice che davanti a un'eclisse qui a Roma: procul auxiliantia gentes Aera crepant frustraque timent [lontano, le nazioni che danno aiuto fanno sonare il bronzo e sono piene di tremori inutili]. Stazio cita il bronzo per riferirsi alle casseruole e agli altri utensili di metallo utilizzati dagli impauriti dei paesi del mondo davanti al fenomeno dell'eclisse.

Per questo Ovidio cita quei versi quando parla di una strega che pronuncia un incantesimo per far impallidire la luna e il sole? chiese Adriano. Com'erano...? S, ora ricordo:

Te quoque, Luna, traho, quamvis Temesaea labores, aera tuos minuant; currus quoque carmine nostro pallet avi, pallet nostris Aurora venenis.

E pure te, luna, tiro gi, anche se i bronzi di Temesa leniscono il tuo travaglio; anche se il cocchio dell'avo impallidisce per il mio canto magico, impallidisce l'Aurora con i miei filtri.

 corretto conferm Dione Cocceiano. S,  molto appropriato.

Traiano non disse nulla. Sapeva che suo nipote amava la poesia. Ci gli faceva piacere. Ma lo preoccupavano altre cose che suo nipote amava in egual misura, come il potere, e lo preoccupava allo stesso tempo la permanente tristezza di Vibia, che svaniva solo durante le giornate in famiglia, quando Adriano si comportava assai amabilmente con la propria moglie.

E perch Stazio riteneva che questo timore delle eclissi fosse inutile? torn a chiedere Vibia, curiosa come sempre, al filosofo greco.

Perch da anni, dai tempi di Ipparco, sappiamo che questi fenomeni si producono con una regolarit tale che si pu calcolare quando accadr il prossimo, o per lo meno un'eclisse di luna. Con quelle di sole  pi difficile, non abbiamo ancora delle tavole esatte, nonostante quanto affermi Plinio il Vecchio nella sua Naturalis historia.

Allora... continu Sabina l'avvocato della vestale sapeva che oggi ci sarebbe stata un'eclisse?

Senza dubbio conferm Dione Cocceiano. Essendo di luna, s. L'avvocato e senatore Plinio dispone certamente, a casa sua, degli originali della Naturalis historia di suo zio.  lo stesso Plinio il Vecchio a ritenere tutte queste consuetudini di creare rumori assordanti durante la notte dell'eclisse mere superstizioni, quando dice: aut in luna veneficia arguente mortalitate et ob id crepitu dissono auxiliante [e gli uomini che giudicavano la Luna essere travagliata dagli incanti e perci l'aiutavano con lo strepito di vari suoni]. E pure Tacito, il senatore, ha scritto recentemente... com'era? Il filosofo chiuse gli occhi un momento per poter ricordare le parole. S, Tacito dice che il popolo, durante un'eclisse, tenta di far tornare la luna insanguinata alla sua forma e luminosit abituale: aeris sono, tubarum cornuumque concentu strepere [a far rimbombare l'aria con suono di timpani e con cori di trombe e di corni].

Ma se si pu prevedere l'eclisse, ci che ha detto l'avvocato della vestale non ha valore argoment Vibia Sabina guardando il prozio.

Il Cesare, che a sua volta la stava osservando, sorrise. Non ha valore davanti ai pontefici, senza dubbio, ma il popolo continua a crederci, e i pontefici servono il popolo nei suoi riti, cos gli risulter difficile non prendere in considerazione il fatto che molti a Roma stiano pensando che la luna  insanguinata perch la morte si avvicina alla vestale Menenia. Cos, forse, molti sacerdoti concluderanno che sia meglio salvarla dall'esecuzione, perch la plebe pu ritenere che gli dei ci stanno dicendo che la sua condanna sarebbe ingiusta.

Ma con tanti giorni passati tra l'eclisse e il giorno della delibera del Collegio dei pontefici disse Plotina a voce basa all'orecchio del marito questa cosa dell'eclisse sar ormai dimenticata, non  cos?

 cos rispose Traiano, e nel vedere il volto felice della moglie, comprese che lei era convinta che questo fosse il motivo per il quale aveva ritardato la delibera finale del Collegio dei pontefici.

L'imperatore decise di non dire nulla. Meglio lasciarglielo credere. E Plotina non richiese ulteriori spiegazioni.

 stata una lunga festa! esclam allora Traiano a voce alta e forte. Potete continuare a divertirvi senza di me, ma io devo ritirarmi!

Abbandon il gran peristilio centrale della Domus Flavia per fare ritorno al salone dei banchetti, sempre seguito dalla guardia pretoriana, ma non si ferm l, continu fino a superare tutti i triclinia per addentrarsi nelle camere private dei membri della famiglia imperiale.

Plotina non lo accompagn. L'imperatrice sapeva che suo marito aveva voglia di stare con Pilade. Ci non la preoccupava. Infatti, con le ultime parole del marito sull'eclisse, si era tranquillizzata. In quell'istante sent l'alito del pronipote dell'imperatore proprio dietro di lei.

Traiano ha ritardato la delibera intenzionalmente disse l'imperatrice girandosi verso Adriano. E questo ritardo ci conviene. Forse l'imperatore ha finalmente compreso che la morte della vestale  pi conveniente. Sarebbe la fine dei nostri problemi.

Senza dubbio conferm Adriano, e si allontan perch nessuno sospettasse qualcosa nel vederli troppo tempo insieme. Era gi accaduto una volta e quel problema non aveva ancora trovato una soluzione.

Fuori dal palazzo imperiale, all'altro estremo di Roma
Atrio della domus di Plinio

Come il resto dei cittadini di Roma, anche Plinio e Menenio osservavano il cielo con la luna rossa.

Eccola l ripeteva Menenio. Eccola l. Proprio come avevi predetto nel processo. Per Castore e Polluce! Plinio, sei un genio!

Non  cos difficile. Con le tavole di Ipparco e i dati di mio zio... comment Plinio umilmente.

Ma il suo amico non era affatto disposto a sminuire le sue dichiarazioni. Cecilia  d'accordo con me. Vero, moglie mia?

La moglie di Menenio annu felice. Questo senza dubbio aiuter nostra figlia, non  vero? indag.

Era proprio questa la mia intenzione conferm Plinio. Anche se i pontefici sanno che il fenomeno si pu predire, non potranno ignorare la superstizione della plebe. Tuttavia... L'avvocato si blocc, senza terminare la frase.

Tuttavia? chiese Menenio. Parla, amico mio, se ti preoccupa qualcosa rispetto a mia figlia ti prego di dirmelo.

Plinio si rammaric di aver formulato i propri dubbi a voce alta. Non voleva aumentare la preoccupazione che Menenio e Cecilia stavano patendo, ma ormai l'errore era fatto. Sarebbe stato meglio spiegarsi. Abbass lo sguardo e smise di osservare il cielo. Prese la coppa che gli porgeva Pompea, sua moglie.

Tuttavia, Menenio, l'ideale sarebbe stato che l'imperatore avesse approfittato dell'indubbio effetto di questo fenomeno sul popolo per tenere la delibera del Collegio dei pontefici domani stesso, quando i timori della plebe sarebbero stati ancora freschi, palpabili per tutti i sacerdoti; ma, invece, Traiano ha posticipato la delibera di due settimane. Perch? Questo non lo capisco e mi confonde. L'imperatore si  comportato durante tutto il processo con grande imparzialit, ma anche con piccoli gesti che hanno favorito vostra figlia: lui ha voluto che io la difendessi. Guard in basso come chi si vergogna di ci che sta per dire. Certamente un buon avvocato...

Un grande avvocato lo interruppe Menenio, ma subito fece un gesto con la mano destra per invitarlo a spiegarsi.

Bene, ecco, diciamo un buon avvocato continu Plinio. Poi il Cesare ha evitato che si truccasse il tempo durante il processo, tenendo d'occhio il controllore di clessidre, impedendo che l'accusa m'interrompesse costantemente e permettendo la dichiarazione della Vestale Massima... Tutti gesti che ci hanno favorito. Tuttavia, la distanza tra la delibera del Collegio dei pontefici e l'eclisse che stiamo osservando oggi non ci aiuta, perch a Roma tutto passa rapidamente e la memoria del popolo  estremamente debole. In quindici giorni potrebbe esserci una grande corsa di quadrighe, un combattimento memorabile nell'Anfiteatro Flavio, o un attacco al confine con la Partia, e tutti potrebbero dimenticarsi dell'eclisse o cominciare a collegarla a decine di altri avvenimenti. Questo  ci che non capisco, amico mio: perch, se il Cesare si  dimostrato sempre bendisposto nel difendere Menenia, non approfitta ora di quest'ultimo evento che gli abbiamo offerto per difendere meglio tua figlia di fronte a tutti i pontefici di Roma? Perch questo ritardo? Ci sono cose in questo caso che sfuggono alla mia comprensione e ci mi confonde.

Nel silenzio che segu la spiegazione di Plinio, il rumore delle casseruole, dei corni e delle trombette di coloro che passavano per le strade notturne di Roma si fece ancora pi assordante.

Credi che l'imperatore abbia cambiato idea, alla fine... rispetto all'innocenza di Menenia? chiese il padre, alquanto timoroso della risposta che il suo amico poteva dargli.

Plinio neg con il capo. No. Ho la sensazione che l'imperatore sia sottoposto a enormi pressioni contro tua figlia; forse  per questo che ha ritardato la delibera. Il senatore e avvocato torn a guardare la luna. Forse solo la dea Selene1 lo sa. Sono sicuro che Marco Ulpio Traiano non ha ritardato la delibera senza un valido motivo, ma questo va al di l della nostra comprensione. Temo che il Cesare veda e intuisca che esistono altri nemici oltre agli accusatori del processo. Credo, Menenio, che la fine del processo di tua figlia si stia sviluppando a un livello nel quale n tu n io possiamo intervenire. Guard l'amico. Dobbiamo confidare nell'imperatore. Qualcosa lo lega a tua figlia, non so cosa sia, ma sono sicuro che continuer a difenderla.

Stanza personale dell'imperatore

Pilade era nudo, seduto sul bordo del letto. L'imperatore giaceva a pancia in su.

Sei stato molto audace nella rappresentazione di questa sera disse Traiano. Non ripetere mai pi una cosa del genere o smetter di favorirti. Chiaro?

Ho solo rappresentato ci che l'imperatore sente.

Non dare forma ai miei pensieri, n in pubblico n in privato. Confido le mie questioni personali a un amico solo, e non sei tu replic Traiano con autorit. Un amico che ho lasciato in Dacia.

Pilade annu, si alz e si vest. Quando Traiano vide che era vestito ordin che si aprissero le porte di bronzo dell'abitazione. Il pantomimo usc immediatamente. Sapeva che l'imperatore era infastidito e non era il momento, n ora n poi, di parlare di quella sfortunata rappresentazione.

Le porte non si chiusero dopo l'uscita del danzatore, entr infatti Aulo e si ferm vicino al letto del Cesare. Traiano indossava una tunica. Si sedette sul bordo del letto, nello stesso punto dove si era seduto Pilade. I pensieri dell'imperatore avevano vagato per qualche istante verso il Nord. Continuava a ricevere lettere e rapporti di Longino da Sarmizegetusa. Decebalo sembrava, almeno per il momento, attenersi ragionevolmente a ci che era stato concordato. Sarebbe stato sempre cos? Ma Aulo era l che aspettava.

Hai verificato ci che ti ho chiesto? domand Traiano.

S, Cesare: non  accaduto nemmeno nelle calendae passate rispose il tribuno pretoriano.

Nemmeno allora? chiese l'imperatore con la fronte corrugata, cercando di concentrarsi sulle questioni di Roma. Dobbiamo saperne di pi. Devi scoprire se  ancora viva. La sua morte mi favorirebbe. Non voglio provocarla, ma se  gi avvenuta devo saperlo, capisci?

S, augusto.

Aulo lo salut e usc dalla camera imperiale.

S, la sua morte mi favorirebbe ripet Traiano a voce alta nella solitudine della sua stanza.

1. Dea romana della luna.

75

LA DELIBERA

Edificio della Regia, Roma
Calendae di gennaio del 103 d.C.

Giunse il giorno della delibera del Collegio dei pontefici perch ci si pronunziasse sull'innocenza o la colpevolezza di Menenia. L'imperatore aveva ordinato che l'importante assemblea iniziasse all'hora quarta. C'erano tutti i sacerdoti e i flamines, la Vestale Massima e il resto delle sacerdotesse di Vesta, Salinator, il rex sacrorum, con un'aria particolarmente seria, e Tito Cicurino, il flamen Dialis, anche lui con un'aria preoccupata. Tuttavia, con sorpresa dei convocati, l'imperatore non attribu uno status speciale a quel ritrovo e parve considerare la delibera come una delle tante questioni che dovevano essere trattate quel giorno. Infatti, il Cesare inizi commentando le registrazioni necessarie per preparare il calendario dell'anno successivo in modo che i mesi si collegassero correttamente con lo sviluppo dell'anno agrario. Le proposte avanzate dall'imperatore, rielaborate dal flamen Dialis e dai diversi consiglieri imperiali del consilium augusti, furono approvate con rapidit poich sensate e ben strutturate. Tutte le feste tradizionali erano mantenute e si sarebbero dovuti aggiungere solo pochi giorni.

Parlarono a turno, sempre senza interrompersi, circondati dalle tracce che testimoniavano la storia quasi millenaria di quell'istituzione, con i libri pontificales, nei quali, tra le altre cose, si trovavano raccolti tutti gli atti delle riunioni di quel sacro collegio di sacerdoti degli ultimi secoli; c'erano anche, in altri tavoli distribuiti per il salone centrale della Regia, gli indigitamenta, nei quali si raccoglievano le formule pi adeguate per invocare tutte le divinit, o gli annales, in cui si attestavano le nomine annuali dei magistrati pi importanti e qualsiasi altro avvenimento meritevole di essere archiviato. Erano in molti a pensare che, in un modo o nell'altro, comunque si fosse conclusa quella delibera, il destino di Menenia sarebbe stato registrato nei libri.

Il rex sacrorum e il flamen Dialis erano appena intervenuti nel dibattito sul calendario, e ci risult curioso. Tutti sapevano, infatti, che entrambi si conservavano per la questione finale: la discussione sull'innocenza o colpevolezza della vestale Menenia. Dal rex sacrorum tutti aspettavano che si mostrasse ostile alla giovane sacerdotessa e al suo destino, poich cos aveva dato a intendere prima e dopo il processo. Salinator aveva insistito pi volte, in conversazioni private e non solo, con altri sacerdoti o senatori, che era essenziale salvaguardare la purezza dell'istituzione delle sacerdotesse che si dedicavano a custodire il sacro fuoco di Vesta. Anche i meno devoti ai riti religiosi, che si trovavano pure tra i sacerdoti, si dimostravano sempre molto cauti rispetto a tutto ci che riguardava la fiamma di Vesta che ardeva nel cuore di Roma dai suoi albori e il cui spegnimento, se fosse arrivato il giorno in cui avesse smesso di ardere, era destinato a trascinare con s tutta Roma e il suo impero. Cos tutti rimasero molto turbati quando il rex sacrorum aveva commentato, in quei giorni dopo l'eclisse, che quel fenomeno non era legato a una possibile morte della vestale, come aveva dichiarato l'avvocato Plinio, ma piuttosto il contrario: esso presagiva tremende avversit che sarebbero sopravvenute a Roma se non si fosse estirpato ogni sospetto sulla purezza delle vestali. Che le eclissi di luna si potessero prevedere non importava. Per il rex sacrorum l'essenziale era che l'evento fosse accaduto mentre i sacerdoti e i flamines stavano decidendo se comportarsi con severit di fronte a un possibile sacrilegio o mostrarsi indulgenti, un'indulgenza che avrebbe potuto condurre al pi terribile dei disastri per tutti. Salinator aveva parlato di tutto questo con la padronanza di un uomo che si era mantenuto retto, per quanto aveva potuto, anche durante il governo del temuto Domiziano, nonostante fosse stato nominato proprio da quell'imperatore. Ora tutti, nel Collegio dei pontefici, si aspettavano da parte sua un aggressivo intervento contro Menenia.

Allo stesso modo, la maggioranza dei presenti intuiva che il silenzio del flamen Dialis nasceva dal motivo opposto: quel vecchio sacerdote era entrato nel venerando sacerdozio di Giove per espresso desiderio del nuovo imperatore Traiano; di conseguenza, come aveva sempre fatto in altre questioni e nei dibattiti, ci si aspettava che appoggiasse la linea argomentativa che desiderava l'imperatore, che tutti presagivano pi incline all'indulgenza verso la vestale accusata piuttosto che alla condanna. L'imperatore non si era mai espresso in modo diretto in un senso o nell'altro, ma proprio come il Cesare aveva cercato di arrivare a patti col senato e aveva sempre preferito dimostrarsi cauto piuttosto che audace nelle sue decisioni pubbliche, era prevedibile che ora cercasse una soluzione che non lo trasformasse nel secondo imperatore a condannare a morte una vestale. Ma tutti gli altri sacerdoti e flamines, e perfino la stessa Vestale Massima, speravano che il flamen Dialis fosse la sua voce, lo strumento utilizzato da Traiano per far conoscere a tutti il suo reale punto di vista sul processo.

Essere un flamen Dialis era un grande onore, ma comportava anche enormi sacrifici, poich tale sacerdozio era soggetto a regole di comportamento pubblico e privato assai severe, che soggiogavano enormemente la vita del flamen. Cos, chi esercitava il sacerdozio non poteva uscire dalla citt per pi di due notti n dormire fuori dal suo letto per pi di tre. Questo per evitare che fosse nominato governatore di una provincia. Non poteva giurare n guardare uomini armati, n portare anelli che non fossero piani, senza pietre o decorazioni. Non poteva denudarsi in pubblico, per cui le terme gli erano vietate. Non poteva toccare farina, lievito, pane lievitato o un morto. Non poteva accarezzare cani, n toccare altri animali, come le capre. Non poteva entrare in contatto con fave o carne cruda o edera, e solo un uomo libero poteva tagliargli i capelli. Quindi, infinite regole finivano col rendere la sua vita assai complessa e austera. Tito Cicurino era rispettato, essendosi sempre dimostrato un uomo misurato in senato - facendo onore al suo nome, che significava mansueto, amabile - e ci aveva fatto s che Traiano lo scegliesse in veste di flamen Dialis. E dalla sua nomina Cicurino era stato molto scrupoloso nel seguire dettagliatamente tutte le peculiari tradizioni che caratterizzavano il suo sacerdozio, senza dare alcun segno di fastidio per la limitazione della sua libert nella vita pubblica e privata.

Cos, per un motivo o per l'altro, il rex sacrorum e il flamen Dialis erano rispettati quasi in egual misura e ci si aspettava un dibattito che, alla fine, comportasse un'equa divisione di opinioni. Questo, di solito, terminava sempre col favorire pi una condanna che un'assoluzione dell'accusato, o degli accusati, anche se l nessuno sembrava preoccuparsi troppo per il destino di Celer, nonostante il fatto che, come aveva detto l'avvocato Plinio, l'auriga e le corse del Circo Massimo fossero forse l'origine di tutto quel doloroso processo.

Traiano guard a entrambi i lati della Regia: alla sua destra, dov'era seduto il rex sacrorum, e alla sua sinistra, dove c'era il flamen Dialis. I restanti, cos pensava il Cesare, avrebbero deciso in base all'opinione dei due sacerdoti. Davanti all'imminente dibattito, lui si vedeva obbligato a rendere pubblico il desiderio personale di concedere l'assoluzione. Ma non avrebbe voluto. Avrebbe preferito continuare a mantenersi scrupolosamente imparziale, in modo che nessuno potesse criticarlo. Il problema era che era gi giunto il momento della delibera finale.

In quell'istante, Aulo si avvicin alla spalla del Cesare e gli parl all'orecchio. Liviano, che, in quanto prefetto del pretorio, si trovava alla Regia, aveva gi notato che il Cesare sembrava aver incaricato Aulo di un qualche tipo di missione segreta e che lui si affannava per compiere ci che gli era stato ordinato. A Liviano faceva piacere che l'imperatore fosse circondato da pretoriani su cui poter contare.

Aulo termin di parlare. L'imperatore lo ascolt senza girarsi, annu e il tribuno si allontan dal trono. Erano gi all'ultimo punto dell'assemblea del Collegio dei pontefici. Il rex sacrorum guardava fisso l'imperatore. Traiano sapeva che Salinator aspettava di sentire l'inizio della diatriba contro Menenia; in caso contrario avrebbe attuato la sua minaccia, svelando la supposta origine della vestale accusata.

Sacerdoti, flamines e vestali, cominci Traiano dobbiamo decidere ora sulla sorte della vestale Menenia, non qui presente, accusata del pi terribile dei delitti, il crimen incesti, che una sacerdotessa di Vesta possa mai commettere. , questo, un momento particolarmente gravoso per il Collegio dei pontefici. Solo Domiziano, maledetto da tutti,  stato capace di giustiziare a morte delle vestali. Non vorrei seguire il suo esempio senza aver prima ottenuto una fondato motivo che non lasci alternative. Perci, in questo momento di tristezza, credo sia pi pertinente che mai confidare nel criterio di coloro tra voi che sono pi anziani e che esercitano il sacerdozio pi importante, com' il caso del nostro rex sacrorum e del nostro flamen Dialis. Guard il primo, che annu parzialmente soddisfatto; Traiano continu senza smettere di guardarlo. Ma  giusto che prima di ascoltare questi sacerdoti su una causa tanto grave, il Pontifex Maximus si accerti che entrambi i flamines si trovino in condizione di esprimere le proprie opinioni. E qui il rex sacrorum, come molti dei presenti, corrug la fronte, poich Traiano stava cominciando a trasformare la parte finale del processo alla vestale Menenia in una specie di valutazione o processo parallelo ai sacerdoti... Che cosa cercava l'imperatore? Traiano continu a parlare. Vediamo, da una parte abbiamo il flamen Dialis. Dimmi, sacerdote, disse guardando Tito Cicurino hai seguito con attenzione tutti i precetti e le restrizioni che contraddistinguono il tuo sacerdozio?

Il nominato si alz per rispondere borbottando a quella domanda, ma disposto a soddisfare la curiosit imperiale. S, come sempre, Pontifex Maximus disse.

Bene. E tutti i qui presenti concordano che il flamen Dialis si comporta in accordo con le tradizioni di Roma? domand il Cesare guardandosi attorno. Tutti annuirono. Bene, per gli dei, molto bene. Ci ti fa onore. Questo  ci di cui abbiamo bisogno. E tua moglie? La flaminica segue tutti i precetti che le sono richiesti? Il suo vestito  convenientemente colorato e si copre con la rica [mantella o fazzoletto]? Porta i capelli intrecciati con un laccio color porpora che termina con un tutulus [cono]? Non sale mai pi di tre scalini? Ha sacrificato un ariete a Giove ogni nundinae? Ha fatto tutto questo?

S, Pontifex Maximus; mia moglie, la flaminica, ha anch'essa adempiuto a tutti gli obblighi imposti alla moglie del flamen Dialis.

I presenti sono tutti d'accordo? chiese Traiano nuovamente, guardando da un lato all'altro della Regia. E una volta ancora incontr un assenso generale. L'imperatore decise allora di continuare a chiedere, ma ora a Salinator. Perfetto. Comprovato che tutti rispettate l'opinione del nostro flamen Dialis, vediamo se lo stesso vale per il rex sacrorum. Fiss allora lo sguardo sull'altro sacerdote. Chiedo ora a te, Salinator: compi tutti i precetti del tuo sacerdozio? Ma non... Traiano, vedendo che il gran sacerdote si stava innervosendo e che correva il rischio che, in un attacco d'indignazione, rivelasse ci che credeva di sapere su Menenia, trattenne le sue domande convertendole in affermazioni. No, non mi pare corretto volgere le stesse domande al pi importante dei nostri sacerdoti, soprattutto quando siamo tutti qui riuniti, nella Regia, in quella che  casa sua per legge, nella casa del rex sacrorum. No, di Salinator posso personalmente affermare, in qualit di Pontifex Maximus, che ha sempre compiuto le sue obbligazioni: veste sempre con il calceus, la sua toga senza decorazione alcuna; porta sempre la sua ascia durante gli atti religiosi, come stabilisce la tradizione; ed esegue sempre i sacrifici agli dei capite velato, col capo coperto, in particolare in marzo e in maggio, quando questi hanno luogo nel Comitium. Posso confermare tutto ci perch l'ho visto con i miei stessi occhi. Nelle nonae l'ho visto annunciare le celebrazioni che devono avere luogo durante il resto del mese, e nelle calendae, all'inizio di ogni mese, ha eseguito i dovuti sacrifici, mentre sua moglie, la regina sacrorum, eseguiva il suo sacrificando una scrofa e un agnello. A tutte le calendae. Ci, naturalmente... Il Cesare si trattenne per un istante mentre osservava il viso del rex sacrorum impallidire. Continu allora con ancora pi sicurezza. Ci, naturalmente, dicevo, fino a un mese fa, perch il mese scorso la regina sacrorum non ha compiuto il sacrificio a causa della sua malattia. Questo  comprensibile, tutti lo comprendiamo. Ci nonostante, ci preoccupa, essendo la salute della moglie del rex sacrorum una questione di Stato, giacch, com' risaputo, se ella morisse il rex sacrorum dovrebbe abbandonare il sacerdozio, proprio come se morisse la flaminica, moglie del flamen Dialis, egli cesserebbe d'essere flamen. La questione qui  che tutti i presenti hanno visto recentemente la flaminica, ma, vi domando, qualcuno di voi ha visto la regina sacrorum negli ultimi trenta giorni? Segu qualche istante di silenzio. Per la prima volta da quando era cominciata la lunga seduta, l'imperatore non trov consenso ma solo fronti aggrottate ed espressioni interrogative sui volti dei presenti.

Mia moglie  stata... indisposta, Pontifex Maximus, si arrischi a dire il rex sacrorum per giustificarsi per questo non ha potuto essere presente ai sacrifici delle calendae di dicembre...

E oggi? lo interruppe Traiano in modo secco e severo. Nemmeno oggi, nelle calendae di gennaio, la regina sacrorum ha compiuto il suo sacrificio a Giunone. Questo mi  stato riferito dalla guardia pretoriana. Sto forse sbagliando? Sono due mesi che la regina sacrorum non compie il suo sacrificio alla dea Giunone.

 ancora indisposta, Pontifex Maximus disse in sua difesa un imbarazzato rex sacrorum, assai pi umile rispetto all'orgoglioso sacerdote che solo qualche giorno prima aveva osato ricattare Traiano in persona.

L'imperatore si alz dal trono, che non aveva mai abbandonato durante tutta l'assemblea, e cammin fino a porsi al centro della Regia. Appoggi le braccia sui fianchi e guard in basso mentre parlava.

Ritengo che sarebbe importante che la regina sacrorum si mostrasse qui, nel Collegio dei pontefici, ora, prima di iniziare una delibera cos grave. Se qualcuno dei pontefici che deve giudicare sull'innocenza o colpevolezza di una vestale non ha adempiuto a tutti i precetti necessari per poter rivelare la sua opinione davanti agli altri, temo che ci scatenerebbe l'ira degli dei e, in quanto Pontifex Maximus... Alz lo sguardo e si rivolse a tutti, guardando in faccia ognuno dei presenti ...s, in quanto Pontifex Maximus  mio dovere e mio desiderio assicurarmi che tutti i qui riuniti siano, di fatto, meritori di esercitare il sacerdozio per cui sono stati scelti. Ferm il suo sguardo su Salinator che era completamente impallidito, temendo che l'imperatore lo accusasse apertamente di aver nascosto la morte di sua moglie e, di conseguenza, potesse essere perfino condannato a morte. Dimmi, rex sacrorum, puoi fare in modo che tua moglie venga qui ora, davanti a tutti noi? Sarebbe possibile? Per cortesia, sacerdote, ti chiedo solo che tu vada dentro la Regia e porti qui tua moglie malata, anche in una lettiga, se la sua salute  ancora debole, affinch noi possiamo vederla un breve istante. Poi potremo continuare la delibera. Come potr ben comprendere il rex sacrorum, basandomi sulla saggezza che il Pontifex Maximus deve avere, sto solo cercando di decidere correttamente.

Salinator recep quelle parole per ci che erano: uno schiaffo in faccia da parte dell'imperatore, che gli restituiva l'ultima frase con cui aveva minacciato il Cesare solo qualche giorno prima. Il rex sacrorum avvert tutti gli sguardi su di lui. Quella mattina era arrivato pronto a combattere la vestale, l'ultima discendente di Domiziano secondo le informazioni ottenute, ma ora si trovava a essere lui quello sconfitto. Perch Traiano voleva difendere quella maledetta a ogni costo?

Avrebbe potuto rompere il suo silenzio e dire tutto, ma se non avesse mostrato sua moglie viva sarebbe apparso come un bugiardo che aveva occultato la morte della consorte per poter essere l presente quella mattina, in quella delibera. Esisteva, tuttavia, un'uscita degna che l'imperatore gli stava offrendo: andare dentro la Regia, nelle stanze personali sue e di sua moglie, e raccontare a tutti i sacerdoti che la regina sacrorum era appena morta. Questo lo avrebbe immediatamente inabilitato come rex sacrorum, ma se il Cesare non avesse desiderato approfondire la questione, ci lo avrebbe lasciato libero e senza colpa.

Andr a chiamare mia moglie, Pontifex Maximus disse infine con voce spezzata. Usc dalla sala centrale della Regia seguito da vari pretoriani che obbedirono allo sguardo del Cesare. Aspettate qui gli disse una volta arrivato alla camera personale di sua moglie.

Il rex sacrorum entr allora nella stanza e si sedette a lato dell'anziana moglie, morta il giorno prima. Il ritardo con cui l'imperatore aveva organizzato l'assemblea aveva fatto in modo che lui non potesse arrivare alla delibera come rex sacrorum. La vestale sarebbe stata salva. Salinator si alz e usc dalla stanza solo, cos com'era entrato. I pretoriani lo scortarono nel suo triste ritorno alla sala centrale della Regia.

Mia moglie  appena morta disse il sacerdote.

Traiano, che si era seduto di nuovo nel suo trono, non mostr alcun sentimento di allegria. Piuttosto il contrario.

Questa  una perdita dolorosa per Roma. La regina sacrorum era rispettata e ammirata da tutti. Mi dispiace per l'accaduto.

Grazie, Pontifex Maximus.

Ora, Salinator, ti prego di abbandonare questa sala e l'edificio della Regia. La tua presenza qui, cos come le tue opinioni, non possono pi essere tenute in conto dal sacro Collegio dei pontefici.

Salinator, che fino a un istante prima era il rex sacrorum, si gir e inizi a camminare verso l'uscita del palazzo. Ancora combattuto tra il desiderio di gridare al mondo la verit sulla vestale Menenia e quello di salvarsi la vita. L'istinto di sopravvivenza vince sempre, anche tra i fanatici. Salinator abbandon quindi la Regia.

All'interno, Traiano si rivolse allora al flamen Dialis. E sia. Ascolteremo dunque l'opinione di quelli che meritano di essere ascoltati nel Collegio dei pontefici riguardo a questa grave questione.

Tito Cicurino si alz e si mise al centro della sala per iniziare il suo discorso. S, Pontifex Maximus, vediamo... Come gli altri sacerdoti, stava ancora digerendo tutto l'accaduto e faticava a cominciare il suo discorso. Ci riunisce, in effetti, un motivo assai gravoso, e di conseguenza dobbiamo essere cauti. Anch'io sono di questa opinione. E guard l'imperatore. La cautela deve governare la nostra decisione: la vestale Menenia  realmente colpevole di crimen incesti? Sono state presentate prove inconfutabili del crimine o piuttosto del contrario? Vediamo, a mio parere l'avvocato e senatore Plinio ha saputo dimostrare a tutti la fragile base su cui si  tentato di sostenere un'accusa di tale gravit: un crimen incesti visto solo dagli occhi dell'auriga nemico dell'accusato, incriminato per aver corrotto la vestale Menenia. Il resto dei testimoni, per qualificati che fossero, hanno solo creduto di vedere la vestale Menenia in strada o hanno solo saputo ci che si suppone abbia fatto la vestale attraverso la testimonianza di schiavi o liberti. La Vestale Massima Tullia, d'altro canto... E si sporse verso la sacerdotessa ...sostiene che tutto ci che  stato esposto sia impossibile, che la vestale Menenia ha sempre agito correttamente ed  stata sempre vigilata. Temo davvero, sacerdoti, flamines e vestali, che ci troviamo davanti a un mare di menzogne, ordite dal rancore di un auriga sconfitto, il quale, a mio parere,  l'unico meritevole di essere condannato per aver mentito a tutti e aver spinto Roma al punto di commettere una brutale barbarie, come quella di giudicare e condannare a morte una vestale innocente. Io mi chiedo: dove vogliamo vivere? In una Roma in cui le sacerdotesse di Vesta vengono oltraggiate senza alcun rispetto da qualsiasi infame o in una Roma dove sono rispettate e non accusate di barbarit tali? Fece una breve pausa. Questo  il mio parere: dovremmo dichiarare la vestale Menenia innocente.

Si fece silenzio, dal quale emerse la voce misurata e potente dell'imperatore.

Da parte mia, sacerdoti, flamines e vestali, vi dir solo una cosa. S'interruppe per assicurarsi che tutti lo guardassero e lo ascoltassero molto attentamente, dato che ancora non aveva espresso la sua opinione sulla spinosa questione. Io, Marco Ulpio Traiano, come vostro Pontifex Maximus, come vostro imperatore e Cesare, ho bisogno di verit e non di menzogne, verit sulle quali costruire una Roma forte e saggia e temuta all'esterno, oltre i nostri limes. I tempi di Domiziano e delle sue falsit, i tempi delle condanne alle vestali senza prove inconfutabili, devono essere, questo s, sotterrati nelle viscere della citt per sempre, dimenticati e liquidati. Una nuova Roma rinasce dopo anni di terrore, una Roma forte ai suoi confini, controllati dalle nostre legioni abili in guerra, comandate dal vostro Cesare, un Cesare che deve sapere che mentre combatte presso il Reno o il Danubio, ci che si lascia alle spalle non  un'enorme menzogna, il germe eterno del tradimento, ma una grande verit, una verit potente che lo protegge e gli d la forza necessaria per sconfiggere tutti i barbari che ci circondano. Si ferm di nuovo per qualche secondo prima di terminare il suo intervento. Datemi la verit, sacerdoti, datemi la verit e non delle menzogne.

76

NODI IRRISOLTI

Da qualche parte a Roma
Gennaio del 103 d.C.

Un uomo dal lungo naso, avvolto in una tunica bianca, pulita, immacolata, con lo sguardo basso e l'aria assorta, attendeva nel silenzio di un atrio senza fontana.

Lo raggiunse un altro uomo, con la barba, anche lui ben vestito, che si sedette su un solium, all'ombra di un angolo del patio. Il sole picchiava forte e il suo riflesso rendeva il viso di chi stava seduto sfocato e difficile da riconoscere.

Non mi piace che tu venga a casa mia disse l'uomo seduto sul solium.

Lo so, ma ci sono affari che non possono attendere rispose con voce rauca l'uomo dal lungo naso, in piedi, con i i sandali ben piantati sul mosaico di quella domus.

Quali affari?

C' qualcuno capace di scoprire la connessione tra Pompeo Collega e i suoi seguaci fino ad arrivare a Prisco, e forse da Prisco a noi.

L'uomo seduto medit un momento. Sarebbe un guaio ribatt. Gi mi  toccato occuparmi di far sparire, durante la guerra, alcune lettere di Prisco che ci compromettevano.

Lo so,  stato un gesto coraggioso.

 stato un gesto disperato lo corresse l'uomo seduto. Ultimamente non sembri pi in grado di controllare le situazioni come in passato. Forse stai invecchiando. Forse dovrei cercare qualcun altro capace di servirmi meglio.

L'uomo dal naso allungato diger lentamente quella minaccia. E gli cost. Nessuno doveva osare minacciarlo, e nessuno che lo aveva fatto era sopravvissuto, ma in quell'occasione fu costretto a incassare il colpo.

 possibile che io stia invecchiando, ma non troverai mai qualcuno pi leale di me.

Di nuovo silenzio.

Certo,  possibile che la tua lealt verso di me sia grande, ma ho anche bisogno di efficienza disse l'interpellato.

Mi occuper presto di colui che pu stabilire questa connessione tra Prisco e Pompeo Collega.

L'uomo seduto non disse nulla. Nemmeno annu. Non gli piaceva dover ordinare un'esecuzione. L'uomo dal naso lungo, anche se leale, disprezzava questa caratteristica del suo signore. Era una codardia non assumersi la responsabilit di gravi decisioni, ma non gli importava. Il cammino verso il potere era gi tracciato.

Il processo non ha funzionato come avrebbe dovuto e ci ci riporter indietro di anni disse l'uomo seduto. L'imperatore sospetta, ne sono sicuro. Il Cesare  molte cose ma non  un ingenuo, e nemmeno crede alla casualit.

S, tutto dovr aspettare. Anche se ci sono dei nodi irrisolti...

Spiegati. L'uomo seduto, muovendosi lievemente, espose il suo volto alla luce scoprendo con nitidezza la faccia di Adriano. Voleva sapere di pi su questi nodi irrisolti.

Ancora non si  trovato il cadavere di Prisco, e per ci che mi hai riferito tempo fa, questa vestale sa troppe cose. Sono entrambe due brutte questioni che sfuggono al mio controllo.

Tu occupati di quest'uomo che pu stabilire una connessione tra Pompeo Collega e Prisco. Dimmi solo chi sono ora i nemici della vestale, e me ne occuper io.

L'uomo dal naso allungato riflett un istante. L'auriga Acleo, che hanno condannato a cento frustate per aver mentito al Collegio dei pontefici,  uno di questi. Se sopravvivr la odier per tutta la vita. E c' il vecchio Salinator, che ora non  pi rex sacrorum. Per motivi che non conosco odia a morte la giovane vestale.

Bene, mi bastano loro; Acleo, l'auriga, e il vecchio Salinator. Lo terr presente. Ora quest'incontro  terminato.

L'uomo dal naso lungo si inchin e fu sul punto di andarsene, ma gli era rimasto un dubbio. E Prisco?

Prisco  morto disse Adriano.

Qualcuno ha forse visto il suo cadavere?

Non  rimasto molto della sua casa. I Daci quando vogliono sanno essere spietati.

L'uomo dal lungo naso sollev le sopracciglia. Mario Prisco  un serpente dalle mille vite e se  sopravvissuto sar fuori dal nostro controllo.

Questo non mi riguarda. In tutti i casi, se qualcuno deve preoccuparsi per la sua pi che improbabile sopravvivenza, non sono io, ma mio zio, l'imperatore.

Sicuro ammise l'uomo dal naso allungato ma... se Prisco tornasse dal mondo dei morti... potrebbe ricattarci.

Adriano sorrise. Che solo osi. In ogni modo, insisto: se ancora vive, cosa che dubito, il suo odio non sar diretto contro di noi.  la vestale quella che mi preoccupa, ma trover un modo per trascinarla verso la morte. Tutti abbiamo un punto debole. Scoprir il suo.

L'uomo dal lungo naso e la voce rauca annu, ripet l'inchino, si volt e usc dalla domus senza voltarsi indietro.

77

UN PO' DI FORMAGGIO DI CAPRA

Roma
Gennaio del 103 d.C.

Devo parlare col tuo padrone disse Atello all'atriense della casa di Plinio.

Lo schiavo si fece di lato e lo lasci passare. Puoi aspettare nel tablinum gli disse.Il padrone  fuori e non so quando rientrer.

Atello entr nello studio personale dell'avvocato. La tavola era ricoperta di papiri pieni di note e c'erano scaffali colmi di ceste contenenti altri volumi arrotolati. Agli avvocati piaceva pensare che era l, tra i documenti, che si trovavano le soluzioni dei problemi, ma poi, alla lunga, finivano sempre per ingaggiare persone come Atello per risolvere ogni cosa. Com'era appena successo con il processo alla vestale, che alla fine avevano assolto. Atello era sicuro che senza le sue indagini Plinio non sarebbe mai riuscito a dimostrare al tribunale dei pontefici che la chiave di quel processo era l'auriga Celer e non la vestale. La sacerdotessa Menenia assolta, i senatori che la accusavano liberi, l'auriga Acleo condannato a cento frustate per aver mentito. Questo era stato il risultato. Atello sorrise con un poco di vanit. Tanti papiri, ma era lui quello che districava tutto. Come al solito, gli infames di bassa condizione, come l'auriga Acleo, avevano ricevuto la peggiore punizione, le frustate. Un conducente di quadrighe poteva essere punito brutalmente, non importava quanto denaro avesse fatto guadagnare, poich agli occhi dei Romani gli aurighi, come i gladiatori, erano gente infima, senza i diritti posseduti da un cittadino normale, anche quando l'auriga o il gladiatore in questione erano uomini liberi. Nonostante ci, forse era stato proprio il denaro a salvare Acleo dalla pena capitale. Atello aveva assistito alla sua fustigazione pubblica, aveva visto il suo corpo insanguinato giacere in mezzo a una moltitudine che scommetteva sulla sua sopravvivenza o meno. Avevano vinto coloro che pensavano che avrebbe vissuto. Ora scommettevano sulla possibilit che tornasse a correre e, soprattutto, a pretendere una rinvicita da Celer. Se questa corsa avesse avuto luogo, un giorno, le scommesse sarebbero state le maggiori degli ultimi anni e i gradoni del Circo Massimo sarebbero risultati troppo piccoli.

Atello continuava a ripensare all'esito del processo. Doveva trattenersi finch l'avvocato Plinio non fosse tornato. I senatori Pompeo Collega, Salvio Liberale e Cazio Frontone non avevano avuto alcuna imputazione. Non avevano propriamente mentito: avevano solo creduto di vedere qualcosa d'inappropriato, che poi era risultato essere dubbio a giudizio del Collegio dei pontefici. Per Atello era evidente che i potenti evitavano di scontrarsi direttamente tra loro e in questo modo l'imperatore evitava divergenze con quella parte del senato che non lo vedeva di buon occhio.

Gli schiavi e i liberti che avevano confuso i loro padroni nel dire che avevano visto uscire la vestale da sola dall'Atrium Vestae erano stati anche loro puniti o condannati. Qualcuno a morte. Giustiziati per aver seguito, senza dubbio alla lettera, le istruzioni dei loro padroni, che li avevano obbligati a mentire davanti a un arbitro implacabile.

Le ore passavano e l'avvocato non tornava. Atello era un uomo d'azione e tanto tempo gli pareva un'attesa interminabile. Era vero che, in certe occasioni, aveva dovuto fare la guardia per tutta la notte di fronte a una casa, ma portava sempre un po' di vino con s, o si permetteva di passeggiare lungo la buia strada su cui stava vigilando; ma l, chiuso in quel piccolo studio, si sentiva intrappolato.

Non era un uomo di lettere e scrivere non faceva per lui, ma sapeva leggere e annotare qualche parola leggibile. Pens che qualsiasi cosa era meglio che continuare ad aspettare l, cos decise di lasciare un appunto all'avvocato e di uscire per rilassarsi in una delle taverne lungo il fiume. Sarebbe tornato l'indomani per vedere la reazione del senatore Plinio alla sua ultima scoperta e, soprattutto, per riscuotere il denaro che gli doveva. Prese un foglio di papiro bianco e uno stilus con la goffaggine che denotava la sua mancanza di pratica e, molto lentamente, abbozz qualche frase. Fino alla fine del mondo gli aveva detto l'avvocato. Che seguisse quell'uomo dal naso allungato e dalla voce roca fino alla fine del mondo, e ci lui aveva fatto. E aveva ottenuto nuove informazioni. Alquanto sorprendenti.

Termin l'appunto, lo depose con cura sugli altri papiri aperti sul tavolo e usc dal tablinum.

Di' al tuo padrone che torner domani disse all'atriense, che annu mentre gli apriva la porta.

Atello scese per le strade che attraversavano la Suburra fino a raggiungere il porto fluviale di Roma. Girava da solo, ma non aveva intenzione di seguire nessuno, n di interrogare n di entrare in alcun luogo particolarmente pericoloso. Pensava di vedersi con i suoi germani l'indomani sera. In ogni caso, Atello era corpulento, era improbabile che qualcuno osasse attaccarlo.

Giunto al porto fluviale, entr nella taverna in cui aveva l'abitudine di cenare ogni sera. Si sedette a un tavolo, chiese una brocca di vino e un po' di formaggio di capra e del pane. Il solito per lui. Bevve e mangi fino a saziarsi. Era felice. L'indomani avrebbe riscosso una buona somma e poi avrebbe incontrato gli amici nella stessa taverna, proprio come si erano accordati. Dopo si sarebbero tutti recati in un buon postribolo per festeggiare.

Atello usc dalla taverna e cammin lungo il Tevere. Era armato, come al solito, e si guardava di quando in quando le spalle per assicurarsi che nessuno lo seguisse. Si sentiva orgoglioso della sua enorme diffidenza, la stessa che gli aveva salvato la vita in pi di un brutto incontro. Gli parve di intravvedere delle ombre dietro di lui, ma non ne fu certo. Improvvisamente si sent male. Gli girava la testa. Si ferm un istante vicino al fiume. Tutto accadde rapidamente. Si mise in ginocchio e cominci a vomitare. Non capiva bene ci che stava succedendo perch non aveva bevuto molto n mangiato tanto da sentirsi cos, per stava sempre peggio. E faticava a respirare. Il suo volto impallid nel cuore della notte. Improvvisamente inalare aria gli divenne impossibile.

Atello comprese che stava morendo quando, sdraiato bocca all'aria, si trov a guardare la luna bianca alta in cielo. Non capiva come fosse successo. Ricord allora, al suo ultimo respiro, che quel formaggio aveva uno strano sapore.

Passarono alcuni istanti, in cui il corpo di Atello rimase vicino al fiume, solo, immobile. Si avvicinarono poi alcuni uomini che portavano una brocca piena di vino e la versarono sul cadavere.

Va bene, lasciatelo ordin una voce profonda e rauca che usciva dall'ombra di un lungo naso riflesso nella riva del fiume grazie alla luce tenue della luna. Un ubriaco in pi trovato morto accanto al Tevere. Ora andate a pagare all'oste quanto pattuito.

I suoi uomini obbedirono. L'uomo dalla voce roca cammin in direzione opposta fino ad arrivare all'angolo in cui un altro schiavo lo aspettava col suo cavallo. Mont sull'animale e lo spron. Il cavallo part al galoppo e il rumore dei suoi zoccoli produsse inquietanti echi tra le scure case di quel sinistro quartiere di Roma.

Gaio Plinio Cecilio Secondo rientr tardi. Era stato a festeggiare l'assoluzione di Menenia a casa del senatore Menenio e di Cecilia, in compagnia di sua moglie Pompea e altri amici.

Vado a letto, disse Pompea appena entrarono nella domus sono esausta.

D'accordo, rispose il marito io voglio prima riguardare alcuni documenti, poi andr anch'io a riposare.

Plinio si diresse direttamente al tablinum. Il tavolo era come sempre pieno di papiri. Improvvisamente, come se tutto il vino che aveva bevuto a casa di Menenio facesse effetto di colpo, si sent stanco. Ma non si preoccup: aveva provato la stessa sensazione altre volte. Era la stanchezza che arrivava dopo aver risolto un caso difficile nei sempre imprevedibili processi di Roma. Tuttavia non trov le energie per ordinare quella confusione con attenzione. Prese una delle ceste vuote che stavano sotto la tavola, avvolse rapidamente i papiri aperti e li infil dentro. C'erano anche delle schedae, fogli sciolti con appunti. Non si preoccup nemmeno di guardarli. Se lo avesse fatto, forse si sarebbe accorto del messaggio di Atello. Stava perfino per buttare via i fogli sparsi, ma decise semplicemente di lasciarli dentro la cesta con il resto dei documenti del processo. Si preoccup solo di mettere al loro posto i testi di Ipparco e i papiri della Naturalis historia di suo zio. Il resto dei papiri e delle schedae rimase dentro la grande cesta sotto la tavola. Avrebbe riguardato e catalogato tutto per bene quando avesse fatto pulizia e riordinato i suoi scritti nel tablinum.

C'era solo un piccolo problema: Gaio Plinio Cecilio Secondo non faceva mai pulizia.
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FINE.
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APPENDICI.
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GLOSSARIO DEI TERMINI LATINI.

Ade (dal latino Hades): il regno dei morti.

Ad laevam: verso sinistra; potevano essere impiegate anche altre espressioni per questa indicazione, come per esempio sinistrorum.

Alatores: assistenti durante una partita di caccia; aiutavano i pressores a spaventare gli animali perch uscissero dalle loro tane o a preparare le trappole.

Alba linea: linea tracciata sulla pista del Circo Massimo, dove il giudice sosteneva una corda decidendo se la partenza delle quadrighe era valida o meno. Se la partenza era valida abbassava la corda per lasciar passare i carri e far continuare la gara; in caso d'infrazione, invece, la manteneva alta per evitare il passaggio dei carri.

Ab Urbe condita: letteralmente, dalla fondazione della citt. Era il sistema di datazione che prendeva come riferimento l'anno di fondazione di Roma, ossia il 754 a.C. Nell'opera  utilizzata per lo pi la datazione in uso nel calendario moderno (che prende avvio dalla nascita di Cristo), ma a volte si esplicita anche la relativa data del calendario romano:  un espediente per far capire al lettore come i Romani rapportassero gli eventi e il trascorrere del tempo alla fondazione della loro citt.

Aequimelium: quartiere che si estendeva a nord del Vicus Iugarius e a sud del tempio di Giove Capitolino.

Aerarium: erario pubblico dello Stato romano che si alimentava con le tasse portuali e altre imposte sulle attivit commerciali.

Africa Nova: provincia romana che corrispondeva approssimativamente alla regione dell'antica Numidia (oggi parte della Tunisia e dell'Algeria occidentale).

Agger: terrapieno, di solito di terra accumulata, che le legioni romane costruivano per accedere alle alte mura di una citt nemica durante gli assedi.  assai noto l'agger che i Romani innalzarono per accedere all'inespugnabile Masada, nella provincia della Giudea. Pare che Traiano abbia ordinato la costruzione di un agger di terra e di pietre per raggiungere la cima delle mura di Sarmizegetusa, anche se su questo dato mancano precise informazioni archeologiche e storiche.

Ala, alae: singolare e plurale del sostantivo latino indicante l'unit della cavalleria ausiliaria di una legione romana.

Alaudae: letteralmente le allodole, nome della legione V, creata da Giulio Cesare. Durante il regno di Domiziano fu sconfitta a nord del Danubio, sotto il comando del prefetto del pretorio Cornelio Fusco. I loro stendardi finirono nelle mani del re dei Daci Decebalo, in ricordo dell'umiliazione inflitta a Roma.

Alimenta: programma di distribuzione di viveri tra i cittadini pi bisognosi di Roma varato dall'imperatore Nerva. Questi ebbe appena il tempo di avviare il provvedimento, ma il suo successore Traiano lo port avanti durante il suo governo.

Andabata, andabatae: gladiatore costretto a combattere alla cieca, con un elmo che gli copriva gli occhi. Nella Roma imperiale molti condannati a morte erano sottoposti a questo supplizio.

Anfiteatro Flavio: era l'anfiteatro pi grande al mondo, oggi meglio noto come Colosseo. Fu costruito a Roma sotto il regno di Vespasiano, inaugurato da Tito e in seguito ampliato da Domiziano. Vi si svolgevano spettacoli di caccia, esecuzioni di massa di condannati a morte e probabilmente anche naumachiae, rappresentazioni di battaglie navali, ma  passato alla storia per essere il luogo destinato alle lotte gladiatorie.

Annales: archivio storico dell'antica Roma; in questi documenti venivano registrate le nomine dei magistrati e ogni accadimento importante.

Annona: la razione di grano distribuita gratuitamente dallo Stato ai cittadini liberi di Roma. Per lungo tempo fu soprattutto la Sicilia a rifornire di grano la capitale dell'Impero, ma nell'epoca in cui  ambientato il romanzo, il maggior esportatore di frumento era l'Egitto.

Ante diem VI calendas Iulias: i sei giorni precedenti al primo di luglio. Dato che i Romani contavano dal giorno che si prendeva come riferimento (in questo caso le calendae, il primo del mese), il giorno a cui si riferisce era il 26 di giugno.

Anticato: opera nella quale Giulio Cesare attacca il proprio nemico politico, Catone il Giovane, con ogni tipo di argomento. Siamo a conoscenza della ferocia di tali critiche grazie ad alcuni frammenti del testo a noi pervenuti.

Apocalypsis: uno dei libri della Bibbia. Il suo controverso contenuto, cos come i dubbi sui possibili autori, ha fatto s che fosse uno degli ultimi a essere considerato dalla Chiesa come testo sacro. Generalmente si accetta l'ipotesi che l'autore sia san Giovanni Evangelista, ma certe ipotesi lo riconducono a un altro Giovanni. Ho deciso di considerare l'ipotesi pi accredita, identificando l'autore con Giovanni, il discepolo pi giovane di Cristo. Le interpretazioni sulle metafore e le profezie contenute nella Apocalisse sono infinite.

Apodyterium: spogliatoio delle terme dove i clienti potevano svestirsi.

Aqua Appia: il pi antico e uno dei principali acquedotti che riforniva di acqua le fontane e le domus di Roma.

Aqua Augusta: acquedotto della citt di Pompei prima della grande eruzione del Vesuvio nel 79 d.C.

Aqua Claudia: uno dei pi importanti acquedotti di Roma.

Aqua Marcia: uno dei pi grandi acquedotti di Roma.

Aqua Virgo: uno dei grandi acquedotti di Roma. Il suo nome deriva da una leggenda che narra di una giovane vergine che indic a un soldato dove trovare la fonte da dove si sarebbe creato l'acquedotto. Fu costruito durante l'epoca di Augusto.

Aquarii: fontanieri; addetti al rifornimento d'acqua ai piani pi alti delle insulae romane.

Argiletum: viale che partiva dal Foro in direzione nord, con il grande Macellum a est.

Armamentarium: deposito delle armi nell'accampamento legionario o nei castra praetoria di Roma.

Armaria: i grandi armadi a muro in cui erano conservati i rotoli nelle biblioteche di Roma antica.

Armentarii: mozzi delle scuderie appartenenti alle varie squadre di quadrighe del Circo Massimo.

Atrium Vestae: la casa dove risiedevano le vergini vestali, le novizie del sacerdozio sacro e la Vestale Massima. Era situato al centro di Roma, all'interno del Foro, a lato del tempio di Vesta.

Atramentum: l'inchiostro di colore nero ai tempi di Plauto.

Atriense (dal latino atriensis): lo schiavo di pi alto rango in una domus romana. Godeva di grande fiducia da parte dei padroni e supervisionava, per lo pi in autonomia, il lavoro degli altri schiavi.

Augur: sacerdote romano incaricato di prevedere il futuro, soprattutto attraverso l'osservazione del volo degli uccelli. Plinio il Giovane fu nominato augur dall'imperatore Marco Ulpio Traiano.

Augur publicus populi romani quiritium: titolo completo degli augures pubblici di Roma.

Auguraculum: lo spazio sacro in cui l'augur realizzava i riti per predire il futuro.

Augusto, augusta: formula di cortesia riservata agli imperatori e ai membri della famiglia imperiale da lui designati. Era la massima onorificenza nobiliare che si potesse ricevere.

Aula Regia: il grande salone delle udienze del palazzo imperiale, situato in un'ala della Domus Flavia. Pare che al centro della sala l'imperatore Domiziano avesse fatto collocare un imponente trono sul quale accoglieva i suoi sudditi.

Aurigator: assistente degli aurighi delle diverse squadre.

Aurum: oro.

Auspex: augur di famiglia.

Auctoritas: autorit, potere.

Ave, Caesar, morituri te salutant: Ave, Cesare, coloro che stanno per morire ti salutano.

Aves inferae: volo basso degli uccelli considerato un cattivo presagio.

Ballistae: catapulte, macchine da guerra romane utilizzate durante gli assedi alle fortezze o alle citt nemiche protette da mura.

Basilica Emilia: basilica civile costruita nel 179 a.C. per volere delle famiglie Fulvia ed Emilia, motivo per il quale all'inizio fu chiamata basilica Fulvia-Aemilia. Dopo il restauro condotto nel 78 a.C. da Emilio Lepido, tuttavia, le rimase soltanto l'appellativo Emilia. In seguito, fu ricostruita molte altre volte: nel 54 a.C. (i lavori terminarono nel 34 a.C.) e nel 14 a.C. Non era un edificio imponente come la basilica Giulia, ma aveva comunque dimensioni notevoli: era lunga circa ottanta metri e larga trenta.

Basilica Giulia: era situata a una delle estremit del Foro. Le sue dimensioni erano ragguardevoli, con i suoi cento metri di lunghezza. Fu eretta nel luogo in cui prima si trovava la Basilica Sempronia, che i Gracchi, a loro volta, avevano fatto costruire dove anticamente si trovava la casa di Scipione l'Africano. La Basilica Giulia aveva quattro navate laterali e una grande navata centrale. Il progetto fu iniziato da Giulio Cesare (da cui prende l'appellativo Iulia), ma sarebbe stato terminato dall'imperatore Augusto.

Bellaria: dolci, ma anche datteri, fichi secchi e uva passa. Si servivano in una lunga comissatio.

Bestiarius, bestiarii: schiavo o liberto incaricato della cura delle belve negli anfiteatri. Carpoforo fu uno dei pi famosi e terribili bestiarii di tutti i tempi. I suoi crudeli giochi tra belve ed esseri umani disarmati appassionarono per anni il popolo di Roma.

Betica (dal latino Baetica): provincia romana nella Hispania meridionale, di cui erano originari gli imperatori Traiano e Adriano. Si trattava di una provincia fortemente romanizzata.

Biga: carro trainato da due cavalli.

Bona caduca o bona vacantia: legge mediante la quale l'imperatore poteva incorporare al proprio patrimonio le propriet o eredit di coloro che morivano senza aver fatto testamento.

Bona damnatorum: legge mediante la quale l'imperatore poteva incorporare al proprio patrimonio le propriet o eredit di coloro che erano stati condannati per tradimento.

Bucinator, bucinatores: singolare e plurale del termine usato per indicare i trombettieri delle legioni.

Bulla: amuleto di solito fatto indossare ai neonati per allontanare gli spiriti malvagi.

Calceus: calzatura tipica romana simile a uno stivale, allacciata con corde o cinghie.

Caldarium: nelle terme romane, la sala con piscina riscaldata.

Caligae: le calzature militari.

Calo, calones: singolare e plurale del termine usato per indicare lo schiavo di un legionario. In genere i calones non prendevano parte alle azioni militari.

Canes gallici: cani della Gallia; cani specializzati a cacciare lepri o altre prede di piccolo taglio.

Capite velato: con la testa coperta da un cappuccio, un velo o simili. Alcuni riti richiedevano che gli officianti si coprissero il capo.

Carcer: scompartimento da dove uscivano le quadrighe in gara situato a un'estremit del Circo Massimo. C'erano dodici scompartimenti e gli aurighi che si trovavano nella posizione centrale, proprio di fronte alla pista, erano naturalmente i pi favoriti, a differenza di coloro che si trovavano alle estremit.

Cardo: linea tracciata da nord a sud che costituiva la via principale di un accampamento romano, o che un augur disegnava nell'aria per dividere il cielo in differenti sezioni quando doveva interpretare il volo degli uccelli.

Carmina et prolusiones: raccolta di poemi scritti da Giulio Cesare e citati in opere classiche, dei quali sono pervenuti solo pochi frammenti.

Carpe diem: espressione latina che significa cogli l'attimo, vivi l'istante presente, dal poema Carmina (1, 11, 8) del poeta Orazio.

Carpentum: piccolo carro, solitamente a due ruote. Le vestali utilizzavano frequentemente questo tipo di veicolo per spostarsi in Roma o nei dintorni della citt.

Carroballista: carro dentro il quale si montavano le balestre per lanciare lunghe lance contro i nemici. Traiano lo introdusse come originale novit militare per attaccare la temuta cavalleria catafratta sarmatica.

Cassis: elmo addobbato da un pennacchio costituito da piume rosse e nere.

Castore (in latino Castor): insieme al fratello gemello Polluce, era uno dei Dioscuri greci assimilati dalla religione romana. Il loro tempio, denominato dei Cstori o di Castore e Polluce, era il luogo di culto degli equites, i cavalieri romani. Il nome di entrambi gli dei era spesso usato come interiezione.

Castra praetoria: accampamento fortificato della guardia pretoriana, costruito da Seiano, prefetto del pretorio sotto l'imperatore Tiberio, a nord di Roma.

Casus belli: motivazione per cominciare una guerra. Roma, dai tempi della Repubblica, cercava sempre una giustificazione valida per iniziare una nuova guerra e tale giustificazione era nominata appunto Casus belli.

Catafratto, catafratti (dal latino cataphractus): cavalleria corazzata tipica degli eserciti della Persia, della Partia e di altri regni d'Oriente. La peculiarit di queste unit erano le robuste corazze che proteggevano sia il cavallo sia il cavaliere, rendendoli praticamente invulnerabili. I Romani subirono numerose sconfitte da queste compagini, finch non introdussero, a loro volta, dei catafratti nella cavalleria. Ad apportare tale innovazione fu l'imperatore Traiano.

Cathedra: sedia senza braccioli e dotata di uno schienale leggermente ricurvo. All'inizio era usata soltanto dalle donne, per la sua forma elegante, ma presto il suo utilizzo si estese anche agli uomini. In seguito fu usata dai giudici e dai maestri di retorica classica. Da qui l'espressione parlare ex cathedra.

Cave canem: espressione latina che significa attenti al cane. Compare in molte iscrizioni rinvenute in diverse abitazioni delle citt romane.

Caveae: gradoni dei grandi edifici pubblici di Roma, come teatri, anfiteatri o circhi.

Centesima rerum venalium: tassa straordinaria che si applicava solo per scopi militari.

Chirurgus: medico chirurgo.

Circo Flaminio: uno dei grandi circhi, o piste da corsa, di Roma. Era pi piccolo del Circo Massimo e vi si disputavano i giochi della plebe.

Circo Massimo: il circo pi grande del mondo antico. Dopo i restauri di Giulio Cesare, i suoi gradoni potevano ospitare pi di 150.000 spettatori. Era il luogo in cui si organizzavano spettacolari corse di carri. Era situato tra i colli Palatino e Aventino, dove da sempre si svolgevano corse e giochi. Dopo i lavori di ampliamento, la pista divenne lunga pi di 600 metri e larga pi di 200.

Circumvallatio: palizzata o muro di pietra innalzato dagli eserciti romani durante l'assedio di una citt nemica. Alcuni degli esempi pi famosi sono il muro di pietra che Tito ordin di costruire intorno a Gerusalemme durante il suo assedio, o la muraglia costituita da torri di vigilanza e accampamenti che Scipione Emiliano ordin di costruire intorno a Numanzia. Ma, probabilmente, la pi nota circumvallatio  la doppia palizzata che Giulio Cesare innalz ad Alesia durante la battaglia contro i Galli di Vercingetorige. Meno conosciuta  invece quella che ordin Traiano intorno a Sarmizegetusa, poich le fonti classiche forniscono pochi dati a riguardo, anche se  provato che l'imperatore opt per questa scelta durante il suo lungo assedio alla capitale dacica.

Claudia: appellativo della legione VII, che a volte veniva chiamata legione VII Claudia Pia Fidelis. Il nome originario era Macedonica, ma acquis l'appellativo Claudia per la fedelt dimostrata all'imperatore Claudio durante le rivolte del 42 d.C.

Clausurae: nel romanzo, il termine si riferisce alle grandi palizzate che Traiano ordin di innalzare presso varie gole o passi di montagna della Dacia con lo scopo di impedire o rallentare gli spostamenti delle truppe daciche. Il termine significa anche chiusura, da cui deriva convento di clausura da dove solitamente i monaci e le monache non possono uscire.

Clivus Argentarius: viale che parte dal Foro in direzione ovest lasciando alla sinistra le carceri e alla destra la grande piazza del Comitium. All'altezza del tempio di Giove incrocia la Porta Fontinalis e continua verso ovest.

Clivus Orbius: viale a nord dell'Anfiteatro Flavio che terminava nel quartiere della Suburra.

Clivus Victoriae: viale parallelo al Vicus Tuscus, che dal Forum Boarium permetteva di raggiungere il Foro principale di Roma all'altezza del tempio di Vesta.

Cloaca Massima: la pi grande tra le gallerie dell'antico sistema fognario di Roma. Prendeva avvio dall'Argiletum, attraversava il Foro da nord a sud e la Via Sacra, poi percorreva il Vicus Tuscus fino a sfociare nel Tevere. Era tristemente nota per il cattivo odore che ne esalava, ragion per cui, in epoca repubblicana, si decise di interrarla. In epoca imperiale era gi sotto la superficie del suolo e costituiva l'asse centrale di una delle tre reti fognarie della citt.

Cloacula, cloaculae: singolare e plurale del termine fogna. Nello specifico, faceva riferimento ai tunnel della complessa rete fognaria di Roma.

Codex, codices: codice; libro creato con vari fogli di papiro o pergamena cuciti tra loro.

Cubito: antica unit di misura di origine antropometrica che generalmente indicava l'altezza di un oggetto prendendo come riferimento lo spazio tra il gomito e l'estremit di una mano aperta. Tale unit cambiava leggermente da una civilt all'altra, anche se nella maggior parte del mondo ellenistico essa equivaleva circa a mezzo metro, 0,46 metri per i Greci e 0,44 per i Romani.

Cognomen: terza parte del nome romano, che indicava la famiglia di appartenenza. Si ritiene che molti cognomina traessero origine da qualche caratteristica o aneddoto di uno dei membri, ma si ignora l'esatta provenienza del cognomen Traiano.

Cohortes urbanae: in epoca imperiale era il corpo militare derivato dalle legiones urbanae dell'epoca repubblicana. Si trattava di truppe incaricate della protezione di Roma ed entravano in azione in caso di assedio della citt.

Cohortes vigilum o vigiles: era il corpo di sorveglianza notturna creato dall'imperatore Augusto, destinato soprattutto a domare i frequenti incendi che divampavano in numerosi quartieri di Roma.

Comissatio: periodo di tempo trascorso a tavola, di solito dopo un ricco banchetto. Poteva durare anche tutta la notte.

Comitium: Tullo Ostilio predispose un ampio spazio chiuso a nord del Foro dove il popolo si potesse riunire. A nord del Comitium, inoltre, fu costruita la Curia Hostilia, dove si sarebbero tenute le assemblee del Senato. In genere i senatori, prima di ogni seduta, si ritrovavano nel Comitium.

Commentarii de bello civili: letteralmente Commenti sulla guerra civile, sono i libri scritti da Giulio Cesare dove si raccontano gli scontri militari avvenuti contro Pompeo e i suoi seguaci.

Commentarii de bello gallico: letteralmente Commenti sulla guerra gallica, in cui Giulio Cesare descrive con grande minuzia la sua conquista della Gallia, della Gallia Belgica, dell'Elvezia e di parte della Germania.

Conditores: mozzi delle scuderie del Circo Massimo responsabili di ungere bene le ruote delle quadrighe.

Congiarium: elargizione speciale che l'imperatore offriva ai cittadini di Roma per celebrare un trionfo militare. Traiano fu particolarmente generoso con queste offerte. Di fatto, quella donata dopo le guerre daciche fu la maggiore mai concessa.

Consilium o Consilium augusti: stato maggiore del legatus o dell'imperatore durante le campagne militari oppure insieme di consiglieri imperiali, di solito liberti, che raccoglievano informazioni per conto del Cesare allo scopo di coadiuvarlo nel governo di Roma. Potevano far parte del consilium anche senatori o altri alti funzionari dello Stato romano.

Contubernium: l'unit minima di una coorte romana, composta da otto legionari che condividevano la tenda e i pasti.

Corona muralis: onorificenza militare di cui venivano insigniti i legionari o gli ufficiali che conquistavano le mura di una citt prima degli altri soldati.

Corone d'oro: decorazioni militari.

Corona vallaris: onorificenza militare; era una sorta di corona dorata le cui decorazioni rappresentavano una palizzata. Era concessa a chi riusciva ad attaccare per primo una fortezza nemica.

Coryceum: sala utilizzata per gli esercizi fisici all'interno delle terme romane.

Crimen incesti: il peggior crimine del quale una vestale poteva essere accusata. Si riferiva alla possibilit che la vestale avesse perso la propria verginit. In questo caso, si teneva un processo davanti al Collegio dei Pontefici, sotto la presidenza del Pontifex Maximus. Se la vestale veniva ritenuta colpevole era condannata a essere sepolta viva.

Calendae: il primo giorno di ogni mese. Corrispondeva alla luna nuova.

Cubiculum, cubicula: singolare e plurale del sostantivo usato per indicare una piccola stanza adibita a dormitorio.

Culter venatorius: coltello da caccia.

Cum imperio: comando di un esercito.

Curator: amministratore o responsabile di un'attivit della vita pubblica di Roma. Nel precedente romanzo, L'Ispanico, compare la figura del curator, ovvero l'incaricato della pulizia e della manutenzione della complessa rete fognaria della citt, anche se nell'antica Roma il termine curator poteva essere riferito ad altri incarichi, come per esempio alla persona che si occupava della gestione degli acquedotti.

Curator aquarum: l'amministratore, e talvolta il senatore, responsabile del mantenimento degli acquedotti e dei rifornimenti d'acqua di tutti i quartieri della capitale dell'Impero. Frontino fu uno degli incaricati che meglio e pi seriamente si occup degli acquedotti di Roma.

Curia o Curia Iulia: l'edificio del Senato che sostitu quello pi antico, la Curia Hostilia, eretto nel Comitium per ordine di Tullo Ostilio, dal quale prese il nome. Nel 52 a.C. la Curia Hostilia fu distrutta da un incendio e al suo posto fu costruito un edificio ancora pi grande, intitolato alla famiglia pi potente dell'epoca. Nella Curia Iulia si svolsero le sedute del Senato per tutta la durata dell'Impero, finch non fu rasa al suolo da un nuovo incendio, durante il regno di Marco Aurelio Carino, nel III secolo d.C. Diocleziano la fece restaurare e ampliare. Il termine curia pu essere usato anche per riferirsi alla classe senatoria.

Cursus honorum: locuzione con cui si indica la trafila della carriera politica. Un cittadino romano poteva ascendere nella scala sociale ricoprendo differenti cariche politiche e militari, partendo dalla nomina a consigliere della citt fino all'incarico di questore, pretore, censore, console o, in casi straordinari, dittatore. In epoca imperiale il cursus honorum dipendeva essenzialmente dai buoni rapporti intrattenuti con l'imperatore.

Damnatio memoriae: maledizione della memoria di una persona. Quando un imperatore moriva, il Senato era solito deificarlo, ovvero trasformarlo in una divinit, tranne se si era rivelato un tiranno. In questo caso il Senato si riservava il diritto di maledirne la memoria: si distruggevano tutte le statue dell'imperatore in questione e se ne cancellava il nome da tutte le iscrizioni pubbliche. Si raschiava addirittura la sua effigie dalle monete affinch non rimanesse alcun segno dell'esistenza del tiranno. Durante il I secolo il Senato ordin una damnatio memoriae per l'imperatore Caligola, un'altra per Nerone e infine una per Domiziano, come raccontato ne L'Ispanico.

De analogia: opera sull'oratoria scritta da Giulio Cesare, ora perduta.

De Aquaeductu urbis Romae: Sugli acquedotti della citt di Roma. Si tratta del rapporto pi dettagliato sulla rete di rifornimenti di acqua della citt di Roma, elaborato da Frontino durante l'epoca di Nerva e di Traiano.

De architectura: Trattato di Vitruvio sull'architettura. Fu il testo utilizzato per secoli dagli architetti imperiali di Roma e, posteriormente, del Rinascimento.

De astris liber: un volume sul calendario e sugli astri scritto da Giulio Cesare che, purtroppo,  andato perduto. Sappiamo della sua esistenza dagli autori classici.

De ea re quid fieri placeat: formula mediante la quale il Senato invitava i senatori a discutere un tema con assoluta libert.

De Vita Caesarum: l'opera pi nota di Svetonio che narra la vita dei primi cesari di Roma, da Cesare fino a Domiziano.

Decumanus: la strada principale di una citt romana che andava da est a ovest. Il termine indicava anche la linea tracciata in aria da un augur per interpretare il volo degli uccelli.

Defrutum: condimento molto usato dai Romani a base di mosto d'uva bollito.

Deiectio gradus: perdita del rango di ufficiale.

Deiotariana: legione XXII stanziata in Egitto che invi una vexillatio durante l'assedio di Gerusalemme.

Devotio: sacrificio supremo di un generale, un ufficiale o un soldato, che donava la propria vita sul campo di battaglia o si suicidava per salvare l'onore dell'esercito.

Dextrorum: verso destra; indicazione degli aurighi ai propri cavalli durante le gare del Circo Massimo.

Dicta collectanea: testo di Giulio Cesare che raccoglie frasi e detti famosi o rilevanti in latino e greco. Il testo  andato perduto.  conosciuto anche con il titolo greco di ?p?f???ata.

Dimachaerus: gladiatore il cui equipaggiamento constava di scarse protezioni e che combatteva con due spade, due pugnali o due bastoni.

Diversium: gara di quadrighe durante la quale due aurighi scambiavano i propri carri cos che se il carro del vincitore era stato distrutto l'auriga poteva ancora tentare la vittoria. Se l'auriga era capace di ripetere la vittoria con altri cavalli dimostrava di essere il migliore. Questo tipo di competizione era molto popolare nei grandi ippodromi o nei circhi dell'Oriente dell'Impero romano.

Dominus et Deus: Signore e Dio. Fu la formula che l'imperatore Domiziano volle per s, considerandosi di origine divina. Tutti dovevano rivolgersi a lui utilizzando questa espressione, soprattutto negli ultimi anni del suo regno.

Domus: tipica abitazione romana della classe pi abbiente; di solito era composta da un vestibolo che si apriva su un grande atrio, al centro del quale si trovava l'impluvium. Intorno all'atrio si distribuivano le stanze principali e in fondo era situato il tablinum, un piccolo studio o la biblioteca della casa. Nell'atrio c'era un piccolo altare per offrire i sacrifici ai lari e penati che vegliavano sul focolare domestico. Le case pi lussuose prevedevano un secondo atrio aggiuntivo sul retro, di solito con portici e giardini, chiamato peristilio.

Domus Aurea: il grande palazzo che l'imperatore Nerone fece costruire nel centro di Roma su un terreno pubblico espropriato, dopo lo spaventoso incendio che divamp nella citt durante il suo regno. Nerone accus i cristiani di averlo appiccato, ma, di fatto, ne approfitt per far edificare su gran parte della zona rasa al suolo una colossale residenza con oltre mille stanze, soffitti decorati e rifiniture in marmo e pietre preziose. Vespasiano vi abit per qualche tempo, in attesa che fosse portato a termine il nuovo palazzo imperiale, la Domus Flavia. Tuttavia, ordin che i giardini della Domus Aurea fossero restituiti al popolo, e nell'area dove sorgeva il palazzo di Nerone fece costruire il gigantesco Anfiteatro Flavio.

Domus Flavia: la domus imperiale eretta nel cuore di Roma per volere della dinastia Flavia. Domiziano fu il principale promotore del progetto e il primo a stabilirvisi. In questo edificio si svolsero le vicende del 18 settembre del 96, narrate ne L'Ispanico. L'Aula Regia, i grandi peristili porticati, le stanze imperiali e l'ippodromo sono le sezioni pi notevoli del palazzo.

Donativum: retribuzione straordinaria che gli imperatori elargivano ai pretoriani per celebrare la loro ascesa al potere. Galba si rifiut di pagarla, generando un forte malcontento tra i soldati della guardia pretoriana, che appoggiarono la rivolta di Otone. Questi, salito a sua volta al trono, non esit a corrispondere loro il donativum. Domiziano fu particolarmente generoso con i pretoriani allo scopo di assicurarsi la loro fedelt.

Dun: fortezza in lingua celtica, da cui deriva dunum, la parte finale dell'antico nome di Belgrado: Singidunum o fortezza del falco.

Duplicarius: secondo nel comando di una turma o unit di cavalleria nell'esercito romano; risponde direttamente al centurione o capo del reggimento della cavalleria.

Dux: generale.

Edipo (Oedipus): tragedia scritta da Giulio Cesare e citata da alcuni autori classici. Non essendoci pervenuta non  possibile sapere se si trattava di un'opera originale o di una mera copia del classico greco.

Editor: il maestro dei giochi. Nel caso dei munera, gli spettacoli gladiatori, era incaricato non solo di organizzarli, ma anche di decidere se i lottatori dovessero essere graziati. In epoca imperiale, tuttavia, si limitava a confermare la volont del Cesare. C' un editor anche nel Circo Massimo, il quale finanziava frequentemente le gare durante particolari festivit.

Eolo (in latino Aeolus): il dio dei venti.

Epistulae ad Ciceronem: lettere dirette a Cicerone da Giulio Cesare. Il contenuto ci  sconosciuto, anche se  possibile che Svetonio, Nepote e altri storici dell'antica Roma le avessero lette.

Epistulae ad familiares: corrispondenza privata di Giulio Cesare, andata perduta.

Equites singulares augusti: corpo speciale della cavalleria incaricato della protezione personale dell'imperatore.

Erectores: nel Circo Massimo, gli incaricati di indicare il numero dei giri che restavano per terminare una gara attraverso i delfini di bronzo o le grandi uova di pietra.

Ercole (in latino Hercules): equivalente del greco Eracle; figlio illegittimo di Zeus e della regina Alcmena, sedotta con l'inganno. Per assimilazione, nella mitologia romana Ercole era il figlio di Giove e Alcmena. Le sue molteplici fatiche comprendono il viaggio di andata e ritorno nel regno dei morti, che cost una severa punizione al dio Caronte. Il suo nome era spesso usato come interiezione.

Et cetera: espressione latina che significa eccetera.

Etera: cortigiana o prostituta di lusso in Grecia e, per estensione, in tutto il mondo ellenistico. Erano dame di compagnia che, oltre a essere belle, dovevano essere state educate alla letteratura, alla musica o alla danza. Di solito si trattava di straniere o di ex schiave. Godevano di una considerevole importanza sociale essendo le uniche donne permesse ai simposi o banchetti greci, e la loro opinione era sempre rispettata. C' chi riconosce nelle antiche etere una condizione simile a quella delle geishe giapponesi.

Falera, falerae: singolare e plurale di medaglia o placca consegnata come onorificenza militare da indossarsi sul petto.

Falx, falces: singolare e plurale del sostantivo indicante le lunghe spade ricurve usate dai Daci. Erano molto temute dai legionari romani che, con il passare del tempo, dovettero approntare protezioni pi robuste a braccia e gambe per proteggersi dalle loro lame.

Fasces: fascio di rami di betulla o di olmo legati da lacci di cuoio rosso per formare un cilindro che esibivano i lictores come simbolo di potere della persona, magistrato, sacerdote o vestale, che accompagnavano.

Fasti: erano cos definiti i giorni propizi per gli atti pubblici o per celebrazioni di qualsiasi tipo.

Feliciter: espressione usata durante un matrimonio per congratularsi con gli sposi.

Fellatrix: prostituta che praticava sesso orale. Essendo una pratica abietta alle matrone romane, le fellatrices erano molto richieste.

Flamen Divi Augusti: sacerdote del culto dell'imperatore.

Flamen Quirinalis: sacerdote del culto del dio Quirino.

Flamines maiores: i sacerdoti pi importanti dell'antica Roma. I flamines erano consacrati a una divinit. I flamines maiores erano consacrati al culto delle tre divinit maggiori: Giove, Marte e Quirino.

Flaminica: sacerdotessa, sposa del flamen Dialis (flamine diale), costretta ad abbandonare il sacerdozio di Giove se il marito falliva nei suoi compiti. Assisteva il coniuge nei suoi riti e da sola realizzava sacrifici durante particolari momenti del calendario romano.

Flavia Felix: appellativo della legione IV creata da Vespasiano a partire dalla legione IV Macedonica; il suo emblema era il leone. Prese parte alle guerre contro i Daci sotto il comando dell'imperatore Traiano.

Forum Boarium: area dell'antica Roma situata sulle sponde del Tevere, in fondo al Clivus Victoriae, dove si teneva il mercato del bestiame.

Forum Holitorium: area di Roma adibita a mercato della frutta e della verdura.

Frigidarium: sala delle terme romane dotata di piscina con acqua fredda.

Fuscina: tridente da caccia o di un gladiatore.

Galbiana: legione VII che prende il nome dall'imperatore Galba. In seguito fu unita alla I Germanica, dando luogo alla VII Gemina, guidata per molti anni da Marco Ulpio Traiano.

Galerus: copricapo, di pelle o di altro materiale, che proteggeva dal sole. Poteva ricoprire il capo anche per altri motivi, per esempio per seguire il regolamento dei riti religiosi.

Gallia Narbonense: provincia romana che comprendeva tutto il Sud della Gallia.

Garum: pesante, ma succulenta, salsa di pesce di origine ispanica che i Romani introdussero nella loro cucina.

Gemina: gemella. Era il termine impiegato dai Romani per indicare una legione nata dalla fusione di due o pi legioni, come avvenne per la VII Galbiana, che fu chiamata Gemina quando si un con la I Germanica. Lo stesso successe con la legione XIV (o XIIII) dopo la fusione con un'altra legione non identificata che sicuramente aveva preso parte alla battaglia di Alesia. Anche altre legioni, come la X o la XIII, ricevettero questo appellativo.

Gens: nomen di una famiglia o trib di un clan romano.

Germanica: legione I che successivamente fu unita alla legione VII Galbiana per creare la legione VII Gemina, situata nella regione di Len, in Spagna, durante il regno di Domiziano. Fu sotto il comando di Marco Ulpio Traiano per vari anni.

Germanicus: appellativo che gli imperatori si attribuivano quando ottenevano una grande vittoria sulle trib germaniche. Anche l'imperatore Domiziano si attribu questo titolo per la sua presunta vittoria sui Catti.

Giove Ottimo Massimo (in latino Iuppiter Optimus Maximus): la divinit suprema, assimilata al greco Zeus. Il Flamen Dialis era il suo sacerdote pi importante. Giove divenne il protettore della citt di Roma e garante dell'imperium, per questo il triumphus era sempre in suo onore.

Gladio (dal latino gladius, gladii): spada a doppia lama di origine iberica, introdotta nelle legioni romane durante il periodo della Seconda guerra punica.

Gladiatrix: controparte femminile del gladiatore nell'arena degli anfiteatri romani. Numerose fonti classiche confermano l'esistenza di queste lottatrici (Stazio, Giovenale, Marziale e Svetonio, tra gli altri). Nell'epoca del tardo Impero romano fu persino promulgata una legge che proibiva la partecipazione di gladiatrici nei munera. Va precisato che il termine di per s non appare nelle fonti classiche, dove si parla di donne guerriere.

Gymnasium: edificio in cui i giovani (soltanto maschi) apprendevano le discipline sportive, le scienze o le arti.

Hasta pura: riconoscimento di cui era insignito un soldato per aver vinto una disputa o salvato un cittadino. Pare che fosse concessa anche al primus pilus che veniva congedato con onore.

Hasta velitaris: nome usato per riferirsi ad armi destinate a essere lanciate come il gaesum o verutum.

Hoplomachus: gladiatore che usava una lancia come arma principale, pur avendo in dotazione anche una spada. Per la sua difesa utilizzava uno scudo circolare di bronzo. Per compensare le dimensioni ridotte dello scudo, poteva proteggersi le gambe con gli schinieri.

Hora prima: la prima ora del giorno romano, che si divideva in dodici ore. Corrispondeva all'alba.

Hora sexta: la sesta ora del giorno romano che corrispondeva a mezzogiorno. Fu l'ora stabilita dai congiurati per assassinare l'imperatore Domiziano. Dal termine sexta deriva l'attuale parola spagnola siesta.

Hordeum: zuppa d'orzo, alimento molto usato nella dieta dei gladiatori.

Horreum, horrea: singolare e plurale del termine che indicava i magazzini costruiti vicino ai moli del porto fluviale di Roma.

Hypogeum: complessa rete di gallerie scavate sotto l'arena dell'Anfiteatro Flavio. Attraverso una serie di montacarichi sollevati mediante pulegge, i gladiatori o le fiere potevano emergere direttamente nell'arena suscitando lo stupore del pubblico.

Idus: in base al calendario romano le idus corrispondevano al giorno 13 dei mesi di febbraio, aprile, giugno, agosto, settembre, novembre e dicembre e al giorno 15 dei mesi di marzo, maggio, luglio e ottobre. Le idus pi famose sono, senza dubbio, quelle di marzo dell'anno 44 a.C., quando Giulio Cesare fu assassinato.

Ignominia missio: espulsione dall'esercito con disonore.

Iliade: la grande opera classica di Omero in cui  narrata la guerra tra Greci e Troiani.

Immunes: i legionari di categoria intermedia, situati tra i legionari principales e i legionari munifices.

Impedimenta: l'insieme di scorte e vettovaglie che i legionari trasportavano durante una marcia.

Imperator: in origine titolo conferito a un generale romano posto al comando di una, due o pi legioni. Normalmente un console era imperator di un esercito consolare di due legioni. In epoca imperiale, il termine pass a indicare la persona che deteneva il potere su tutte le legioni dell'Impero, cio il Cesare, che esercitava il potere militare supremo.

Imperator Caesar Augustus: titolo che il Senato conferiva al principe, ovvero all'imperatore o Cesare.

Imperium: in origine si trattava della manifestazione del potere divino di Giove in coloro che, in qualit di consoli, esercitavano il potere politico e militare della Repubblica. L'imperium comportava anche il comando di un esercito consolare composto da due legioni insieme alle relative truppe ausiliarie.

Imperium proconsulare: potere su tutte le province di Roma.

Impluvium: piccola piscina, o vasca, situata al centro dell'atrio della domus romana, in cui si raccoglieva l'acqua piovana destinata a usi domestici.

Indictiones: tasse create appositamente con uno scopo particolare, per esempio per finanziare un'opera pubblica come un ponte o un acquedotto.

Indigitamenta: documenti che raccoglievano le litanie liturgiche e le informazioni sui riti religiosi dell'antica Roma e che si conservavano solitamente all'interno della Regia.

In extremis: espressione latina che significa all'ultimo momento.

Infamis: colui che si dedicava ad attivit ignobili per lucro. I gladiatori e gli aurighi venivano classificati sotto tale categoria, poich sempre male considerati, soprattutto dalle classi patrizie e da quelle pi benestanti.

In situ: letteralmente sul luogo, l.

Insula, insulae: singolare e plurale del termine che indicava un edificio a uso abitativo. In epoca imperiale le insulae raggiungevano anche i sei o sette piani di altezza. La loro costruzione spesso avveniva seguendo criteri approssimativi, e non di rado si verificavano crolli o incendi con ingenti danni.

Ipso facto: espressione latina che significa in quel momento, immediatamente.

Iustum matrimonium: matrimonio legale per diritto giuridico, secondo il codice romano; viene anche chiamato iustae nuptiae.

Lanista: era il preparatore dei lottatori in una scuola gladiatoria.

Lari (dal latino lares): gli dei che vegliavano sul focolare domestico.

Laticlavius: tribuno che agiva come secondo del legatus di una legione, sostituendolo se necessario e, nel caso, assumendo il grado di tribunus laticlavius pro legatus. Era frequente che il grado di tribuno laticlavio fosse occupato dal figlio di un senatore perch acquisisse familiarit con l'ambiente militare.

Laudatio: discorso celebrativo in onore di un defunto o di un eroe.

Laudes Herculis: poema celebrativo in onore di Ercole scritto da Giulio Cesare, andato perduto.

Lautumiae: carcere costruito accanto alle antiche prigioni. Nelle Lautumiae venivano i rinchiusi prigionieri di guerra e le condizioni, per quanto estreme, erano comunque migliori di quelle delle antiche prigioni o Tullianum. C' chi pensa invece che a Roma esistesse una sola prigione che a volte era nominata Tullianum, e altre Lautumiae.

Lectus medius: uno dei tre letti su cui i Romani si sdraiavano per mangiare. Gli altri due erano il summus e l'imus. Il lectus medius e il summus erano riservati agli invitati, soprattutto il lectus medius, posizionato al centro della sala dove si consumavano i pasti e dunque destinato agli ospiti pi prestigiosi. Il lectus imus era usato dall'anfitrione e dai suoi famigliari. Ogni lectus poteva accogliere fino a tre persone.

Legatus, legati: ufficiali, rappresentanti o ambasciatori, con diverso grado di autorit durante la lunga storia di Roma. In questo romanzo il termine fa riferimento all'uomo al comando di una legione, il legatus legionis.

Legatus augusti: legato al comando di varie legioni e nominato direttamente dall'imperatore.

Legatus legioni: generale al comando di una legione.

Legio: legione. Il termine diede origine al toponimo Len, citt della Spagna.

Lemures: gli spiriti dei defunti, in genere maligni, adorati e temuti dai Romani.

Lemuria: festa celebrata in onore dei lemures, spiriti dei defunti. Si celebravano i giorni 9, 11 e 13 di maggio.

Lena: in un postribolo era la proprietaria o la donna che lo dirigeva.

Leno: mezzano o proprietario di un postribolo.

Lex Iulia de vicesima hereditatum: tassa di successione a favore dell'erario militare.

Libri pontificales: libri dove si trascrivevano gli accordi delle riunioni segrete del Collegio dei Pontefici romano.

Lictor: funzionario pubblico romano che prestava servizio di scorta al console. Quest'ultimo aveva diritto a dodici lictores, il dittatore a ventiquattro. Durante la Repubblica, furono incaricati della protezione dei diversi magistrati della citt. In epoca imperiale, inoltre, era un lictor a rappresentare ciascuna curia ai comitia curiata, la pi antica assemblea popolare di Roma.

Limes: confine dell'Impero romano. Ampi settori del limes erano molto ben fortificati, come nel caso della frontiera con la Germania o, in seguito, il vallo di Adriano in Britannia.

Litterae: piccole tavole di pietra utilizzate a volte come entrata del teatro.

Lituus: il bastone sacro degli augures, che terminava con una piccola incurvatura.

Lorica: la corazza dei legionari romani fatta di maglie di anelli metallici o, in seguito, di squame o placchette di metallo. Quest'ultimo tipo, a partire dal Rinascimento,  chiamata dagli studiosi lorica segmentata.

Ludi: giochi. Ne esistevano diversi tipi: circenses, quelli celebrati nel Circo Massimo, in cui prevalevano le corse di carri; ludi scaenici, che si svolgevano nei grandi teatri di Roma, in cui venivano rappresentate opere comiche o tragiche e spettacoli di mimi, molto popolari in epoca imperiale. Sono da annoverare anche le venationes, spettacoli di caccia, e infine i pi famosi, i ludi gladiatorii, ovvero le lotte tra gladiatori nell'anfiteatro.

Ludus latrunculorum: gioco da tavolo di strategia al quale giocavano spesso i legionari.

Ludus Magnus: la pi grande scuola gladiatoria di Roma. Fu costruita accanto all'Anfiteatro Flavio, al quale si pensa fosse collegata attraverso un lungo tunnel.

Luperci: sacerdoti che durante le festivit del mese di febbraio toccavano con delle stringhe di cuoio le donne credendo che questo rituale aumentasse la loro fertilit. Tali stringhe di cuoio si denominavano februa e da qui deriva il nome del mese di febbraio.

Macellum: uno dei pi grandi mercati della Roma antica, situato a nord del Foro.

Machinae tractoriae: le macchine costruite per manipolare e sollevare pietre o altri materiali pesanti.

Magnis itineribus: avanzata a marce forzate.

Maius tympanum: massiccia ruota impiegata per muovere le gru di notevoli dimensioni, grande abbastanza da contenere al suo interno vari schiavi incaricati di farla girare.

Manica: protezione di cuoio o metallo con cui i gladiatori si coprivano gli avambracci durante i combattimenti.

Marte (in latino Mars): dio della guerra e dei campi. A lui venivano consacrate le legioni nel mese di marzo, quando si preparavano per le campagne militari. Di solito gli si sacrificava un agnello.

Mausoleo di Augusto: la grande tomba dell'imperatore Augusto, costruita nel 28 a.C. e dalla forma di grande pantheon circolare.

Medicus: medico; professione molto apprezzata a Roma, tanto che Giulio Cesare concesse la cittadinanza romana a tutti coloro che la esercitavano.

Memento mori: Ricordati che devi morire era la frase che uno schiavo diceva all'orecchio di un console o proconsole durante il suo triumphus. In epoca imperiale, protagonisti delle parate trionfali - e destinatari del monito - erano gli imperatori ma, di fatto, era piuttosto improbabile che un Cesare, per orgoglio, fosse disposto ad ascoltarlo.

Metae: grandi coni di pietra situati ai due estremi della spina del Circo Massimo che segnalavano la fine della pista e quindi il punto in cui le quadrighe dovevano curvare; esse servivano anche a proteggere le decorazioni poste al centro della pista, ma rappresentavano anche un grave pericolo per gli aurighi che gli si avvicinavano eccessivamente per stringere la curva. L'avvicinamento eccessivo generava spesso brutali incidenti nei quali gli aurighi sbattevano prima contro i coni e poi tra loro.

Metallarius, metallarii: operai specializzati nell'estrazione di pietra nelle cave o in operazioni simili.

Metamorfosi (Metamorphoseon libri XV): poema in quindici volumi composto dal poeta Ovidio che narra la storia mitologica del mondo dalla sua creazione fino alla deificazione di Giulio Cesare.

Miglio (in latino mille passus): i Romani misuravano le distanze in miglia. Un miglio romano equivaleva a mille passi e ogni passo all'incirca a 1,4 o 1,5 metri; pertanto, un miglio corrispondeva approssimativamente a 1.400 o 1.500 metri. Sebbene esistano discordanze sul valore esatto di questa unit di misura, nel romanzo mi sono attenuto a questa indicazione.

Miles gloriosus: una delle commedie pi famose di Tito Maccio Plauto. Come per tutte le opere di Plauto, la data della prima rappresentazione  incerta, anche se la maggior parte degli studiosi concorda sul 205 a.C. Il carattere fortemente critico del testo ha fatto s che in molti lo abbiano definito una delle prime opere antimilitariste della storia della letteratura. Eppure era molto famosa tra i legionari per la sua comicit, evidente gi dal titolo, che letteralmente significa il soldato fanfarone.

Minium: minio o cinabro; minerale dal quale i Romani estraevano il minio, un pigmento che si utilizzava per creare il colore rosso dei dipinti.

Mirmillo, mirmillones: singolare e plurale del sostantivo indicante un tipo di gladiatore che indossava un grande elmo con una cresta simile alla pinna dorsale di un pesce. L'unica arma che aveva in dotazione era una spada e per proteggersi usava un voluminoso scudo rettangolare concavo.

Missus: graziato. Era definito cos il gladiatore cui veniva risparmiata la vita nonostante la sconfitta in combattimento.

Mitte: espressione usata dal maestro dei giochi o dal pubblico per chiedere di risparmiare la vita a un gladiatore in caso di sconfitta.

Mola salsa: una speciale farina impiegata in vari rituali religiosi e preparata dalle vestali mescolando farro, vino e sale.

Mulsum: bevanda molto comune e apprezzata dai Romani, preparata mescolando vino e miele.

Munera gladiatoria: giochi in cui combattevano decine di gladiatori, di solito a coppie.

Mura serviane: fortificazione costruita dai Romani nel IV secolo a.C. per proteggersi dagli attacchi delle citt latine contro le quali spesso combattevano per ottenere l'egemonia del Lazio. Queste mura protessero la citt per secoli finch, in epoca imperiale, furono costruite le grandi Mura aureliane. Alcuni resti delle Mura serviane sono ancora visibili nei pressi della stazione Termini di Roma.

Murex: mollusco gasteropode dal quale si estraeva il materiale necessario per il color porpora. Si raccoglieva in vari luoghi dell'Asia Minore e della Fenicia.

Naturalis Historia: enciclopedia scritta in trentasette volumi da Plinio il Vecchio, nella quale l'autore riassume le conoscenze dell'epoca romana su arte, storia, botanica, astronomia, geografia, zoologia, medicina, magia, mineralogia e tanto altro. Per redigere quest'opera, Plinio si document su pi di duemila codici diversi, impresa strabiliante se si considera che fu composta nel I secolo d.C.

Nefasti: i giorni non propizi per atti pubblici o celebrazioni.

Nettuno (dal latino Neptunus): in origine era il dio delle acque dolci. In seguito, per assimilazione con il dio greco Poseidone, diventer anche il dio del mare. Domiziano arriv a credere che Nettuno gli obbedisse quando le acque del Reno inghiottirono l'immenso esercito dei Catti.

Nobilitas: gruppo selezionato dell'aristocrazia romana composto da tutti coloro che avevano ottenuto il consolato, ovvero la massima magistratura dello Stato.

Nodus Herculeus o nodus Herculaneus: nodo con il quale si legava la tunica della sposa durante le nozze romane e che rappresentava il carattere indissolubile del matrimonio. Solamente il marito poteva sciogliere il nodo alla prima notte di nozze.

Nomen: detto anche nomen gentile o nomen gentilicium. Indica la gens (stirpe, trib) cui una persona apparteneva. Marco Ulpio Traiano faceva parte della gens Ulpia, quindi il suo nomen era Ulpio.

Nonae: nel calendario romano il settimo giorno dei mesi di marzo, maggio, luglio e ottobre, e il quinto dei restanti mesi; ovvero, il settimo giorno dei mesi da 31 giorni e il quinto giorno dei mesi con meno di 31 giorni.

Nundinae: nel calendario romano i giorni di mercato.

Oppugnatio repentina: attacco alle posizioni nemiche appena localizzate che si effettuava senza montare l'accampamento e attendere il momento adeguato. Si basa sull'effetto a sorpresa.

Optio: ufficiale delle legioni sotto il comando del centurione.

Optio carceris: ufficiale incaricato del carcere.

Ornatrix, ornatrices: singolare e plurale del sostantivo latino indicante la schiava incaricata della cura della padrona, compresi il trucco e, soprattutto, l'elaborazione delle complesse acconciature esibite da alcune patrizie romane, in particolare dalle imperatrici.

Ostiarii: i portinai delle insulae della Roma imperiale.

Palaestra: nelle terme, era uno spiazzo pianeggiante destinato alla pratica di esercizi fisici.

Palla: mantello che le donne indossavano sopra la tunica.

Paludamentum: mantello militare chiuso da una fibbia, simile al sagum, ma pi lungo e di color porpora. Distingueva il generale.

Panis militaris: pane militare.

Pater familias: il capofamiglia, sia nelle cerimonie religiose sia in tutti gli ambiti giuridici.

Patres conscripti: padri coscritti/inscritti (nella lista del Senato); formula con la quale, abitualmente, ci si riferiva ai senatori. Questa denominazione deriva dall'antica espressione patres et conscripti, ovvero patrizi e [plebei] aggiunti.

Patria potestas: l'insieme di diritti e doveri che le leggi dell'antica Roma riconoscevano ai genitori rispetto alla vita e ai beni dei loro figli.

Penates: divinit che vegliavano una casa.

Pentapaston: gru costruita con cinque pulegge semplici; la loro unione in un solo meccanismo permetteva di dotare di molta forza il macchinario perch potesse sollevare pietre pesanti tonnellate.

Peristilio (dal latino peristylium): ampio cortile porticato su cui si affacciavano le stanze della casa. Era consuetudine che i Romani approfittassero di questo spazio per creare eleganti giardini di fiori e piante esotiche. Nella Domus Flavia c'erano molti peristili porticati.

Pileatus, pileati: singolare e plurale del termine indicante i nobili dacichi che giuravano lealt al loro re.

Pileus: copricapo frigio della statua di Marsia situata nel Foro. Dal momento che il copricapo simboleggiava la libert, gli schiavi lo toccavano sperando nella liberazione.

Pilum, pila: singolare e plurale del termine con cui si indica l'arma degli hastati e dei principes. Era formata da un'asta di legno lunga un metro e mezzo, che culminava in una sbarra di ferro della stessa lunghezza. Ai tempi dello storico Polibio - e molto probabilmente anche nell'epoca in cui  ambientato il romanzo - il ferro veniva incastrato nel legno tramite spessi ganci. In seguito uno dei ganci sarebbe stato sostituito da un chiodo che si spezzava quando l'arma rimaneva conficcata nello scudo nemico, facendo s che il manico di legno si staccasse. L'avversario, di conseguenza, era obbligato a liberarsi dello scudo perch l'asta non gli fosse d'intralcio nei movimenti. All'epoca di Giulio Cesare, lo stesso effetto si otteneva mediante una punta di ferro impossibile da estrarre dallo scudo. Il peso del pilum oscillava tra gli 0,7 e 1,2 chilogrammi e poteva essere scagliato a una distanza media di venticinque metri, anche se i legionari pi esperti riuscivano a lanciarlo fino a quaranta. Quando colpiva il bersaglio, il pilum si conficcava nel legno, e addirittura in una lastra di metallo, fino a tre centimetri di profondit.

Pollice verso: secondo alcune fonti classiche era il gesto con cui l'imperatore o l'editor dei giochi ordinavano la morte di qualcuno. Di fatto non esistono testimonianze attendibili che dimostrino in quale direzione dovesse essere rivolto il pollice. Nel quadro del pittore francese ottocentesco Jean-Lon Grme - che si intitola proprio Pollice verso - il pubblico punta il pollice verso il basso. Ed  questa la versione pi utilizzata anche nelle trasposizioni cinematografiche hollywoodiane. Acuni storici ritengono che per condannare a morte qualcuno, in realt, si usasse la mano tesa, come nell'atto di tagliare qualcosa. In assenza di resti archeologici che riproducano la scena  impossibile dirimere la questione in maniera definitiva. Da alcuni vasi rinvenuti in Francia nel 1997 si  dedotto che il pugno chiuso indicasse la concessione della grazia per il lottatore sconfitto, ma non esistono raffigurazioni della condanna a morte.

Polluce (dal latino Pollux): insieme al fratello gemello Castore  uno dei Dioscuri greci assimilati dalla religione romana. Il loro tempio (detto dei Cstori o di Castore e Polluce) fungeva da archivio all'ordine degli equites, i cavalieri romani. Il nome delle due divinit era spesso usato come interiezione.

Pompa: la sontuosa sfilata che aveva luogo durante varie cerimonie pubbliche. La pompa del Circo Massimo era particolarmente spettacolare, con le dodici quadrighe in gara che sfilavano intorno alla pista della grande arena

Pontifex Maximus: la massima carica sacerdotale della religione romana. Risiedeva nella Regia ed esercitava piena autorit sulle vestali, preparava il calendario (con i giorni fasti e nefasti) e redigeva gli annali di Roma. In epoca imperiale, era spesso l'imperatore in persona a ricoprire questa carica durante tutto il suo regno o parte di esso. Domiziano ne approfitter per giudicare e condannare a morte diverse vestali.

Porta Capena: una delle porte delle Mura serviane, vicina alle pendici del colle Celio.

Porta decumana: l'ingresso di un accampamento romano alle spalle del praetorium del generale.

Porta praetoria: l'ingresso di un accampamento romano di fronte al praetorium.

Porta principalis dextera: l'ingresso di un accampamento romano alla destra del praetorium.

Porta principalis sinistra: l'ingresso di un accampamento romano alla sinistra del praetorium.

Porta Sanqualis: porta delle mura di Roma situata nel settore occidentale della collina del Quirinale.

Porta Triumphalis: porta di ubicazione sconosciuta attraverso la quale il generale vittorioso entrava nella citt di Roma per celebrare il trionfo.

Porticus Aemilia: enorme edificio, costruito dalla Gens Aemilia tra il 193 a.C. e il 174 a.C., di quasi 500 metri per 90, sito nel porto fluviale di Roma. Vi si immagazzinavano i prodotti che arrivavano via mare, per poi distribuirli in tutta la citt attraverso il Tevere.

Porticus Metelli: edificio costruito da Metello Macedonico nel 147 a.C., poi demolito per consentire la costruzione della Porticus Octaviae.

Porticus Octaviae: una delle grandi biblioteche pubbliche dell'antica Roma, sita a Campo Marzio.

Portus Magnus: nome con il quale si conosceva il maggiore dei due porti di Siracusa, un'enorme baia che ospitava una delle pi grandi flotte del Mediterraneo dell'antichit.

Post mortem: dopo la morte.

Postumus: l'ultimo o post humus, colui che nasce dopo che si  gettato humus, ovvero terra, sul cadavere del padre morto.

Potestas tribunicia: potere tribunizio.

Praefectus castrorum: ufficiale incaricato di tutto ci che riguardava il funzionamento di un accampamento romano.

Praefectus urbi: prefetto della citt di Roma; in epoca imperiale, esercitava il suo potere su tutte le questioni relative ai rifornimenti e alla sicurezza della citt entro un raggio di cento miglia dal centro di Roma, compreso il porto di Ostia.

Praenomen: nome proprio di una persona. Nel caso di Marco Ulpio Traiano, il praenomen era Marco.

Praetorium: tenda o alloggio del comandante di un esercito romano. Si installava al centro dell'accampamento, tra il quaestorium e il foro. Il legatus o lo stesso imperatore, se era lui a dirigere la campagna, teneva l le sue riunioni di stato maggiore.

Prandium: pranzo. Il prandium consisteva normalmente in carne fredda, pane, verdura fresca o frutta, ed era accompagnato da vino. Era di solito frugale, come la colazione, mentre la cena era il pasto pi abbondante.

Pressores: persone, di solito schiavi, incaricate di precedere una partita di caccia per spaventare le prede e farle uscire dalle proprie tane in maniera che fosse pi facile catturarle.

Prima mensa: la prima portata di una cena o di un banchetto.

Prima vigilia: la prima delle quattro parti in cui era suddivisa la notte nell'antica Roma.

Primus pilus: il primo centurione di una legione, di solito un veterano che godeva di grande fiducia presso i tribuni e il console al comando della legione stessa.

Princeps Senatus: il senatore pi anziano. La sua posizione gli garantiva numerosi privilegi, come quello di poter prendere la parola per primo in un'assemblea. In epoca imperiale, l'imperatore stesso poteva ricoprire tale carica indipendentemente dalla sua et.

Principalis: in un gruppo di legionari, rappresentava la categoria superiore, prima degli immunes e dei munifices.

Procurator bibliothecae augusti: il bibliotecario imperiale, incaricato dall'imperatore di supervisionare l'ordine delle biblioteche di Roma e la conservazione dei papiri contenuti in quegli antichi centri di cultura. Anche se non  del tutto confermato, pare che Gaio Svetonio Tranquillo fu il bibliotecario imperiale, almeno per un periodo, durante l'epoca di Traiano.

Procuratores domi: i liberti o gli schiavi incaricati di spianare la sabbia dell'arena del Circo Massimo in maniera uniforme su tutte le piste.

Pronao (dal latino pronaus): sezione frontale di un tempio classico che funge da atrio alla grande navata centrale.

Provocator, provocatores: singolare e plurale del sostantivo usato per definire il gladiatore che combatteva armato di gladio e di un grande scudo. Gli era concesso proteggersi il torace con un pettorale - solitamente in bronzo - chiamato cardiophylax.

Pugio: pugnale lungo circa 24 cm per una larghezza alla base di 6. Grazie a una nervatura centrale, che ne aumentava lo spessore, l'arma era molto resistente e in grado di trapassare una cotta di maglia.

Puls: acqua e farina mescolate, una specie di polenta. Un alimento molto comune tra i Romani.

Pulvinar: il grande palco imperiale nel Circo Massimo, situato al centro delle gradinate, esattamente di fronte al punto in cui le grandi piste dell'arena si dividevano a met, e da dove l'imperatore e la sua famiglia assistevano alle gare delle quadrighe e ad altri eventi importanti.

Quadriga: carro trainato da quattro cavalli.

Quadrireme: nave militare con quattro file di remi. Variante della trireme.

Quaestor: aveva il compito di amministrare i viveri e le vettovaglie delle truppe legionarie; controllava le spese e si occupava di altre questioni amministrative.

Quaestor imperatoris: questore imperiale.

Quaestorium: all'interno di un accampamento romano, in epoca repubblicana o imperiale, la grande tenda o l'edificio in cui lavorava il quaestor. Di solito era vicino al praetorium, al centro del campo.

Quarta vigilia: le ultime ore della notte, prima del sorgere del sole.

Quinaria, quinariae: unit di misura per le quantit d'acqua nell'antica Roma, che equivaleva, approssimativamente, a 40 metri cubi in 24 ore.

Quinquereme: imbarcazione militare con cinque ordini di remi. Era una variante della trireme, che aveva soltanto tre file di rematori.

Quinqunx: unit di peso nell'antica Roma che equivaleva approssimativamente a 137 g.

Quo vadis: significa Dove vai?.

Quod bonum felixque sit populo Romano Quiritium referimos ad vos, patres conscripti: Vi riferiamo, o padri coscritti, quale sia il bene e la buona sorte per il popolo romano dei Quiriti. Era la formula con cui si era soliti dare avvio a una seduta del Senato.

Rapax: nome della legione XXI creata da Augusto. Lott contro Civile nel 70 d.C. e in seguito prese parte alla rivolta del legatus Saturnino. Trasferita da Domiziano sul Danubio, sub una disastrosa sconfitta per opera delle truppe sarmatiche nel 92 d.C.

Regina sacrorum: moglie del rex sacrorum. Se lei mancava ai propri compiti, il marito aveva l'obbligo di abbandonare il sacerdozio.

Relatio: lettura o presentazione da parte del Senato del risultato di una votazione.

Retiarius, retiarii: singolare e plurale del sostantivo indicante il gladiatore che combatteva con un tridente, o fuscina, lungo 1,60 metri, e un piccolo pugnale, o pugio. Aveva in dotazione anche una rete dal diametro di tre metri. Se il retiarius la perdeva senza prima aver immobilizzato l'avversario, molto probabilmente sarebbe uscito sconfitto dal combattimento.

Rex sacrorum: era il sacerdote romano che assumeva la direzione di tutti i riti che realizzavano anticamente i re di Roma. Era uno dei sacerdoti pi potenti e rispettati.

Rictus: termine che significa smorfia.

Ruina montium: tecnica mineraria consistente nella perforazione della montagna attraverso potenti getti d'acqua che, sgretolando la roccia, portavano in superficie il minerale o il metallo ricercato, in genere oro o argento. Era la tecnica usata nella famosa zona di Las Mdulas, vicino a Len, dove si trovava un'antica miniera d'oro.

Saepta venationis: partite di caccia all'interno di riserve private dove le prede non potevano avere una via di fuga.

Sagittarius, sagittarii: singolare e plurale del termine indicante il gladiatore specializzato nel tiro con l'arco. Se a scontrarsi erano due sagittarii, questi si posizionavano a due estremit opposte e si scagliavano frecce l'uno contro l'altro fino a ferirsi a morte. Qualche freccia poteva perfino finire accidentalmente sugli spalti e colpire il pubblico.

Sagum: mantello usato dai soldati chiuso di solito da una fibbia. Era leggermente pi lungo della tunica, e fatto di una lana pi spessa. Il generale al comando indossava un mantello pi lungo e di color porpora, il paludamentum.

Sannita (dal latino samnis): gladiatore che lottava con una spada corta e pesante, protetto da un grande scudo e con indosso un elmo dotato di cresta e visiera.

Saturnalia: feste in cui ci si abbandonava all'ebbrezza e agli eccessi. Erano celebrate dal 17 al 23 dicembre in onore di Saturno, il dio della semina.

Scheda, schedae: singolare e plurale del termine con cui si indicavano le strisce di papiro utilizzate per scrivere. Pi schedae potevano essere unite a formare un rotolo.

Scoparii: spazzini.

Scorpione: speciale catapulta utilizzata durante gli assedi.

Scortum: persona che si prostituisce. Insulto che poteva dirigersi a uomini e a donne. L'imperatore Domiziano lo utilizz contro il legatus Saturnino, fatto che caus la ribellione militare di due legioni.

Secunda mensa: seconda portata di un banchetto.

Secunda vigilia: seconda delle quattro parti in cui gli antichi Romani dividevano la notte.

Secutor, secutores: singolare e plurale del termine indicante il gladiatore armato di spada e scudo rettangolare. La visiera del suo elmo aveva soltanto due piccole fessure che gli davano una visuale molto ristretta. Probabilmente indossava una protezione sulla gamba sinistra, mentre la destra era scoperta e il piede scalzo.

Sella: il pi semplice tipo di sedia romana, simile a uno sgabello.

Sella castrensis: piccola sedia a uso militare, senza schienale.

Sella curulis: sedia priva di schienale, impreziosita dai piedi di marmo curvi e incrociati, pieghevoli per facilitarne il trasporto. Era lo sgabello che il console portava con s nei suoi spostamenti.

Senaculum: ne esistevano due, uno di fronte all'edificio della Curia, dove si riuniva il Senato, e un altro accanto al tempio di Bellona. Entrambi erano degli spazi aperti, molto probabilmente porticati all'epoca. Il primo veniva utilizzato dai senatori per discutere e deliberare, il secondo per ricevere gli ambasciatori stranieri ai quali era proibito l'accesso alla citt.

Senatum consulere: mozione presentata da un console al Senato per richiederne l'approvazione.

Sevir equitum romanorum: ufficiale della cavalleria romana.

Sibyllinus: particolare, stravagante, strano. Termine che deriva dalla Sibilla Cumana, la profetessa che offr al re Tarquinio i libri con le profezie sul futuro di Roma, spesso interpretate dai sacerdoti nei modi pi svariati e con scopi opportunistici in base alle necessit dei governanti romani. I tre libri della Sibilla Cumana, o Sibyllini, furono custoditi nel tempio di Giove Ottimo Massimo sul Campidoglio fino a quando, nel 83 a.C., un incendio non li danneggi gravemente. Dopo la loro ricomposizione, Augusto li deposit nel tempio di Apollo Palatino.

Sica, sicae: singolare e plurale del termine indicante la spada corta o pugnale, dalla lama ricurva, usata da diversi popoli nemici di Roma, come i Giudei di Gerusalemme o i Daci a nord del Danubio.

Signifer: soldato incaricato di portare lo stendardo della legione.

Silva, silvae: singolare e plurale del termine indicante il componimento della poesia latina che Stazio utilizz molto spesso, soprattutto nelle sue lodi dell'imperatore Domiziano.

Singi: falco, termine di origine celtica.

Singulares: corpo speciale della cavalleria che aveva il compito di proteggere l'imperatore.

Sipho: pompa di bronzo utilizzata per l'estrazione di acqua durante la realizzazione di varie opere pubbliche romane; funzionava attraverso un meccanismo a pistoni, che risult per inadeguato per i terreni fangosi poich il fango lo occludeva.

Solium: sobria e austera sedia di legno dotata di spalliera dritta.

Sparsores: mozzi delle scuderie del Circo Massimo incaricati delle pulizie.

Spatha: gladio pi lungo usato in genere da centurioni, tribuni e ufficiali di una legione romana.

Spina: il grande muro di pietre e mattoni innalzato al centro del Circo Massimo e degli altri circhi dell'Impero. Era solitamente decorato con statue o altri elementi rilevanti. Nel Circo Massimo, in particolare, erano presenti gli obelischi portati dall'Egitto, i delfini di bronzo e le uova di pietra che indicavano quanti giri mancavano alla fine della gara.

Spoliarium: stanza di un anfiteatro in cui venivano squartati i cadaveri degli uomini, delle donne o i corpi delle belve morti durante i giochi.

Stans missus: graziato in piedi. Il gladiatore cui veniva risparmiata la vita perch rimasto in piedi durante tutto il combattimento. Equivaleva quasi a una vittoria.

Statu quo: significa nello stato o situazione attuale. Status quo  la formula con cui generalmente si utilizza l'espressione, ma non  corretta poich non rispetta le regole della grammatica latina, rompendo la concordanza dei casi declinati di ognuna delle parole.

Status: espressione latina che significa stato o condizione di qualcosa. Pu riferirsi sia allo stato di una persona in base alla sua professione sia alla sua posizione sociale.

Stilus: piccola asticella appuntita a un'estremit usata per scrivere su tavolette di cera, incidendole, oppure su fogli di papiro, dopo averla intinta in inchiostro nero o colorato.

Stola: tunica o mantello che faceva parte dell'abito delle matrone romane. Di solito era lunga, senza maniche e arrivava fino ai piedi. Era fissata sulle spalle con due piccole chiusure chiamate fibulae e al busto con due sottili cinture, una sotto il seno e una attorno alla vita.

Strigilis, strigiles: singolare e plurale del termine indicante lo strumento metallico, a forma di arco, con cui i Romani si asciugavano - facendo scorrere via l'acqua in eccesso - dopo essere usciti dalle piscine delle terme, prima di usare un vero e proprio panno.

Subligaculum: indumento intimo simile alle mutande; pezzo di tela con cui venivano coperte le parti intime.

Sucula: argano che poteva essere impiegato per diverse funzioni, ad esempio per muovere le pulegge di una gru.

Tablinum: stanza situata in fondo all'atrio, sul lato opposto all'ingresso principale della domus. Questa camera era riservata al pater familias e fungeva da studio privato del padrone di casa.

Tabulae lusoriae: tavole di legno, con intarsi, o anche solo disegni di scacchiere utilizzate per numerosi giochi di strategia, a cui erano soliti giocare i soldati romani. Se ne sono ritrovate molte presso gli antichi luoghi pubblici.

Tarraconense: provincia nord-orientale della Hispania con capitale Tarraco; una legione era sempre di stanza nella remota Legio (Len) per proteggere le ricche miniere d'oro della zona.

Tempio di Castore e Polluce: uno dei templi pi antichi della citt di Roma, costruito intorno al 484 a.C. In diverse occasioni fu la sede del Senato.

Tempio di Giove Libert: tempio eretto sull'Aventino da Sempronio Gracco nel 238 a.C.

Tempio di Giove Capitolino: Probabilmente il tempio pi importante di Roma. Era dedicato a Giove e alle dee Giunone e Minerva, la triade tradizionale del pantheon romano. Con diverse file di sei colonne corinzie di marmo e il soffitto d'oro, si stagliava imponente sul colle Capitolino. In questo tempio si concludevano le grandi parate trionfali.

Tepidarium: sala delle terme romane con una piscina di acqua tiepida.

Terra sigillata: ceramica cesellata di ottima qualit con cui erano fatte le stoviglie dei ricchi.

Tertia vigilia: la terza delle quattro parti in cui era divisa la notte nell'antica Roma

Tessera: tavoletta sulla quale si prendeva nota dei quattro turni di guardia notturna in un accampamento romano. Le sentinelle dovevano consegnare le tesserae alle pattuglie incaricate di supervisionare i posti di guardia. Se qualcuno non lo faceva, per essersi assentato, addormentato o per qualsiasi altro motivo, era condannato a morte. Le tesserae erano usate anche in circostanze molto diverse nella vita civile, per esempio come equivalente dei biglietti per assistere a uno spettacolo teatrale. I cittadini si recavano a teatro con la loro tessera, sulla quale era indicato il posto che avrebbero dovuto occupare.

Testaceus: nome della discarica di Roma in cui venivano gettate, tra gli altri rifiuti, anche le anfore usate per trasportare olio o vino provenienti dalle province. In epoca imperiale i detriti accumulati erano cos tanti che la discarica si trasform in una vera e propria collina, che continu ad aumentare in altezza fino alla caduta dell'Impero. Oggi la zona d il nome a un rione di Roma, il Testaccio.

Toga picta: toga con bordi in oro indossata da console, legatus o imperatore romani durante un trionfo insieme alla tunica palmata.

Toga praetexta: toga bianca ornata di rosso che si faceva indossare a un bambino durante una cerimonia festiva nella quale si distribuivano dolci e monete. Questa era la prima toga indossata da un bambino e rimaneva il suo indumento ufficiale fino all'adolescenza, quando veniva sostituita dalla toga virilis. Era anche la toga indossata dagli alti magistrati e dai sacerdoti.

Toga virilis: toga virile o toga pura, che sostituiva la toga praetexta dell'infanzia. Veniva indossata dai giovani durante le Liberalia, feste organizzate per la loro entrata nel mondo adulto e che culminava con la deductio in forum.

Tonsor: barbiere.

Torques: collana o monile consegnato come onorificenza militare.

Trabea: indumento tipico degli auguri; consisteva in una toga rifinita di rosso e porpora.

Traiana Fortis: Forte Traiana, soprannome dato alla legione II creata da Traiano per le campagne militari in Dacia.

Traianus: cognomen della famiglia ispanica di colui che sarebbe diventato l'imperatore Marco Ulpio Traiano.

Triclinium, triclinia: singolare e plurale del sostantivo che indica i divani su cui mangiavano i Romani, soprattutto per la cena. In genere ne erano presenti tre, ma potevano esserne aggiunti altri, a seconda del numero dei commensali.

Triplex acies: disposizione d'attacco tipica delle legioni romane. Le dieci coorti si distribuivano come su una scacchiera, in modo che quattro occupassero una posizione avanzata, altre tre si trovassero nel mezzo e le ultime tre, formate dai legionari pi esperti, in riserva.

Trireme (in latino triremis): nave militare. Il nome fa riferimento ai tre ordini di remi che, disposti su ciascun fianco, facevano muovere la nave.

Tristia: opera poetica scritta da Ovidio durante il suo esilio sul Mar Nero. Il poeta si lamenta del fatto di essere caduto in disgrazia agli occhi dell'imperatore Augusto.

Triumphe!: grido di gioia che il popolo romano ripeteva durante la sfilata trionfale di un generale o imperatore. Equivale a vittoria!.

Triumphus: imponente e maestosa parata che un generale vittorioso effettuava per le strade di Roma. Per meritare tale onore, la vittoria doveva essere conseguita durante il mandato come console o proconsole di un esercito. In epoca imperiale, soltanto a un Cesare poteva essere concesso l'onore di un triumphus.

Triumviri: legionari che rappresentavano la polizia di Roma o delle citt conquistate. Pattugliavano le citt durante la notte e mantenevano l'ordine pubblico.

Trochlea: puleggia semplice che si utilizzava come gru per sollevare grossi pesi durante la realizzazione di opere pubbliche.

Tubicines: i trombettieri delle legioni, incaricati di avvisare le truppe di qualsiasi ordine e spostamento.

Tubilustrium: antica festa che si teneva prima di una campagna militare romana che iniziava con la primavera e il bel tempo; durante tale festa si ripulivano simbolicamente tutte le trombe, a significare che si era pronti per la guerra.

Tullianum: prigione sotterranea, umida e maleodorante della Roma antica, scavata nei sotterranei della citt durante la leggendaria epoca di Anco Marzio. Le condizioni erano terribili e praticamente nessuno riusciva a uscirne vivo.

Tunica: sottoveste lunga che gli uomini e le donne portavano sotto la toga o la stola.

Tunica palmata: tunica decorata di rosso indossata da consoli, legati o imperatori romani durante un trionfo.

Tunica recta: tunica di lana bianca che la sposa indossava alle nozze.

Turma, turmae: singolare e plurale del termine che designa un piccolo distaccamento di cavalleria composto da tre decurie, ovvero trenta cavalieri.

Tutulus: acconciatura a forma di cono, comune tra le donne romane e le sacerdotesse.

Ulpia Victrix: Ulpia vincitrice; soprannome dato alla legione XXX creata da Traiano in occasione delle campagne in Dacia.

Umbo, umbones: singolare e plurale del sostantivo che indica l'elemento centrale, sporgente, dello scudo di un legionario o di un pretoriano, di solito di metallo, usato come ariete per scagliarsi contro un nemico o un ostacolo.

Unctuarium: sala dove ci si ungeva con diversi oli prima di entrare nelle terme.

Valetudinarium: ospedale militare in un accampamento legionario.

Velabrum: quartiere tra il Forum Boarium e il colle Capitolino. Prima della costruzione della Cloaca Massima era un'area paludosa.

Velarium: tendone che si poteva stendere sull'Anfiteatro Flavio per riparare il pubblico dal sole. Per le manovre di posizionamento si faceva ricorso ai marinai della flotta imperiale del Miseno.

Venatio: battuta di caccia.

Venationes: spettacoli di caccia e inseguimenti di fiere organizzati negli anfiteatri o nei circhi dell'antica Roma.

Vestale (dal latino vestalis): sacerdotessa consacrata al culto della dea Vesta. All'inizio erano soltanto quattro, ma in seguito il loro numero fu portato a sei e poi a sette. Erano scelte quando avevano tra i sei e i dieci anni e uno dei prerequisiti era che i genitori fossero ancora vivi. Il periodo di sacerdozio durava trent'anni, durante i quali dovevano rimanere vergini e custodire il fuoco sacro della citt: al termine del loro servizio, se lo desideravano, potevano contrarre matrimonio. Se venivano meno ai voti erano condannate a essere sepolte vive. Se, invece, li rispettavano godevano di grande prestigio sociale, al punto da poter graziare una persona condannata a morte. Risiedevano in una grande casa vicino al tempio di Vesta. Tra i loro compiti c'era anche quello di preparare la mola salsa, una farina di farro e sale usata in molti sacrifici. All'epoca di Domiziano furono giustiziate diverse vestali, tra cui la Virgo Vestalis Maxima, la pi anziana del collegio. Dopo l'esecuzione, due legioni subirono pesanti sconfitte: fu preso come un segno di dissenso da parte degli dei romani.

Vestigatores: assistenti durante una battuta di caccia; potevano aiutare i pressores a spaventare le prede perch uscissero dalle proprie tane o a sistemare le trappole.

Vexillatio, vexillationes: singolare e plurale del sostantivo che indica un distaccamento di soldati inviato in aiuto in una zona dell'Impero diversa da quella in cui era stanziato, nel corso di una campagna militare.

Via Appia: strada romana che partendo dalla Porta Capena a Roma arrivava fino a Brindisi.

Via Labicana: strada romana che univa Roma a Capua.

Via Lata: strada che partiva da Roma e confluiva nella Via Flaminia.

Via Latina: strada romana che aveva origine dalla Via Appia e si dirigeva verso l'interno del Lazio, in direzione sud-est.

Via Nomentana: strada che da Roma procedeva verso nord fino a Nomentum (Mentana).

Via Nova: strada parallela alla Via Sacra vicina al tempio di Giove.

Via Principalis: strada principale di un accampamento romano che passava davanti al praetorium.

Via Sacra: strada che attraversava il Foro di Roma.

Via Salaria: partiva dalla Porta Salaria, nelle Mura serviane, in direzione del mar Adriatico.

Via Tusculana: strada che da Roma raggiungeva Tusculum.

Via Triumphalis: una grande strada dell'antica Roma che andava fino a Veio. Deve il suo nome al trionfo di Furio Camillo nel V secolo a.C.

Victoria pyrricha: vittoria di Pirro, ovvero la vittoria ottenuta dal re Pirro durante la guerra contro i Romani nella penisola italica nel III secolo a.C. Il re greco ottenne varie vittorie, pur tuttavia alla fine i Romani lo obbligarono a ritirarsi. Da qui deriva l'espressione che indica il conseguimento di una vittoria, per esempio nello sport, i cui benefici saranno in realt scarsi.

Victrix Gemina: appellativo della legione VI al comando di Giulio Cesare in Egitto e che poi combatt sotto Augusto nella battaglia di Azio.

Vicus Iugarius: strada che collegava il Forum Holitorium al Foro, costeggiando il lato orientale del colle capitolino.

Vicus Patricius: strada a nord di Roma che conduceva dal Foro fino alle Mura serviane.

Vicus Sandalarius: quartiere o strada della corporazione dei calzolai (che producevano sandali). Si trovava tra l'Anfiteatro Flavio e la Suburra.

Vicus Tuscus: strada che dal Forum Boarium raggiungeva il Foro principale della citt e che, per gran parte, si snodava parallelamente alla Cloaca Massima.

Vir eminentissimus: formula di rispetto con cui un soldato di grado inferiore doveva rivolgersi al prefetto del pretorio.

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GLOSSARIO DEI TERMINI IN LINGUA DACICA

La lingua dacica, geto-dacica o addirittura tracia -  difficile stabilire una eventuale differenza tra le tre -  un idioma scomparso, e ancor pi dimenticato, delle lingue classiche. Del latino o del greco antico, invece, pur essendo lingue ormai cadute completamente in disuso - con qualche piccola eccezione (lo Stato del Vaticano, per esempio) - conosciamo a fondo la grammatica e il vocabolario perch per secoli sono state lingue con cui  stata tramandata la cultura. Per fortuna di queste due lingue possediamo innumerevoli testi e abbiamo dubbi soltanto su termini arcaici. Nel caso della lingua dacica, la sua estinzione non  dovuta soltanto al fatto di non essere pi usata, ma anche alla totale assenza di documenti scritti. Pertanto, l'unico modo di individuare termini plausibilmente derivanti dal dacico  rintracciare parole del tutto simili alle lingue attualmente parlate nella regione che un tempo costituiva la Dacia. I filologi sono riusciti a identificare un sostrato di circa quattrocento parole di possibile origine dacica nel rumeno, nell'ungherese, nell'albanese, nel bulgaro e nel serbocroato.

In un tentativo di ricreare la complessit della cultura dacica, ho utilizzato nel romanzo alcuni di questi termini, per lo pi attraverso le parole di Decebalo e di qualche nobile dacico. Nella narrazione i vocaboli sono tradotti, ma questo piccolo glossario si propone di fornire qualche ulteriore spiegazione di carattere filologico a coloro che sono interessati a conoscere l'origine delle parole che vengono utilizzate dai personaggi di Decebalo, di Dochia e di alcuni nobili durante il romanzo.

Balaur:  il sostantivo rumeno per orbettino (anguis fragilis), una lucertola apode (senza zampe) comune in Europa e nell'Asia orientale. Nelle leggende e nei racconti, il termine significa anche Monstru care ntruchipeaza raul, imaginat ca un arpe uria cu unul sau mai multe capete, adesea naripat1, un mostro che incarna il male, immaginato come un enorme serpente a una o pi teste, spesso anche alato, una sorta di drago. Anche in rumeno pu indicare il nome popolare della costellazione del drago. Oggi, in albanese esiste il termine boll (che indica un serpente) e in serbocroato il vocabolo blavor, con significati similari.

Boare: in rumeno Adiere placuta de vnt, piacevole brezza di vento; in albanese esiste il termine bre, che significa vento. Potrebbe esistere un'etimologia alternativa che fa derivare la parola dal latino boreas, vento del Nord.

Copil: bambino. Nella lingua arumena2 esiste il termine cochil(u); in serbocroato kpile e in bulgaro kpele, ma in senso dispregiativo, con il significato di bastardo.

Darima, darama: (darma, darma): Distruggere, massacrare. Oggi possiamo trovare il termine evoluto nella lingua arumena, darmu; in albanese si usa ancora il verbo dermoj con il significato di tagliare a pezzi o gettare via.

Dava (dava): citt, fortezza. Forse, per estensione, si usava anche per riferirsi a un luogo sacro o a un santuario. Con questo secondo significato  stato utilizzato in questo romanzo. Inoltre, il nome di molte citt daciche possiede il suffisso -dava, per esempio la fortezza di Buridava, che controllava il passo della Torre Rossa (si veda la mappa della Dacia).  possibile che derivi dal protoindoeuropeo *dhewa, che significa approvazione.

D(i)egis: il significato di molti dei nomi propri dacichi ci  sconosciuto (esiste perfino una polemica sul significato del nome Decebalo), ma in questo caso il termine pare voler dire ardere, probabilmente in quanto derivato dall'antico indi dahati, che significa appunto che arde. La vita di Diegis nel romanzo fa onore a tale etimologia.

Geras: misericordioso, buono. In russo lo troviamo come horoshi, che significa buono, e in lituano  mantenuto il termine geras con il medesimo significato. Questa e altre parole daciche che si possono trovare nel lituano rivelano sorprendenti corrispondenze tra le due lingue. Esiste oggi una linea investigativa che analizza le connessioni tra l'antico geto-dacico e le attuali lingue baltiche.

Mos (mo?): anziano. Esiste per il termine moa?a con il significato di levatrice in lingua romena, e il vocabolo albanese mosh che significa et.

Prunc: bambino o neonato. Si differenzia da copil che ha un significato pi generale. In serbocroato esiste oggi il termine prut che vuol dire bastoncino, stecca.

Pururea: sempre o per sempre. Possiede un'altra variante, pururi.

Scrum: cenere. In rumeno: Materie neagra sau cenu?a gri, care ramne dupa arderea completa a unui corp, ovvero materia nera o cenere grigia che deriva dalla combustione completa di un corpo. Esistono termini simili anche in albanese, come shkrum o shkrumb, che, curiosamente, hanno mantenuto lo stesso significato del termine dacico.

Ci sono altri termini impiegati per descrivere parte della cultura dacica, come il nome di alcune delle sue divinit - Bendis o Zalmoxis - o di diverse armi. Tuttavia, sia i nomi degli dei sia quelli delle armi non sono necessariamente di origine dacica, ma potrebbero semplicemente esserci stati tramandati cos dagli storici greci o latini. Nel romanzo si citano Zalmoxis, il dio supremo dei Daci, e Bendis, la dea tracia della caccia che probabilmente era adorata anche dai Daci. In varie occasioni si menziona anche l'uso delle sicae, corte spade simili a pugnali, o delle falces, spade lunghe dalla lama ricurva. In entrambi i casi, i termini sono di derivazione latina perch la descrizione di queste armi  giunta a noi attraverso testimonianze storiografiche latine.

1. Questa e le altre definizioni in rumeno sono tratte dal dizionario on line http://dexonline.ro/.

2. Lingua parlata da circa 250.000 persone nella zona dei Balcani.

3

ALBERO GENEALOGICO DELLA DINASTIA ULPIO-ELIA O ANTONINA

4

MAPPE

Nuova battaglia di Tape (fase I)

Nuova battaglia di Tape (fase II)

Battaglia di Adamclisi (fase I)

Battaglia di Adamclisi (fase II)

5

ILLUSTRAZIONI DI VARI GUERRIERI E LEGIONARI

A seguire si offrono alcune illustrazioni che permettono di osservare le uniformi, gli indumenti caratteristici e le armi di guerrieri dacichi, legionari romani, cavalleria pretoriana e cavalleria sarmatica catafratta.

Cavalleria sarmatica catafratta del II sec. d.C.

Guerriero dacico del II sec. d.C.

Cavalleria romana della guardia pretoriana del II sec. d.C.

Legionario romano del II sec. d.C.

6

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Ringraziamenti

Grazie a mia moglie e a mia figlia per tutto quello che mi donano ogni giorno e perch fanno s che ogni cosa valga la pena.

Grazie ai miei genitori, a tutta la mia famiglia e ai miei amici. Un grazie particolare a Javier per essere stato il primo lettore di Circo Massimo.

Grazie a Purificacin Plaza, per la sua pazienza, professionalit e attenzione nel ruolo di editor. I suoi consigli sono sempre saggi.

Grazie a moltissime persone che hanno generosamente condiviso la loro infinita conoscenza in modo da rendere l'ambientazione di Circo Massimo la pi fedele possibile a quella del mondo classico.

In particolare, ringrazio Alejandro Valio (docente di Diritto romano dell'Universit di Valencia), Julia Grau (docente di Latino e Greco del IES Luis Vives di Valencia), Jess Bermdez (docente di Latino dell'Universit Jaume I), Rubn Montas (docente di Greco classico dell'Universit Jaume I), Ana Elisa Gil (traduttrice giurata di romeno) e Antonio Piero (docente di Filologia greca ed esperto di Filologia biblica trilingue dell'Universit Complutense di Madrid). Se Circo Massimo pu vantare dei buoni risultati, lo si deve a queste persone, mentre della possibilit di errori  responsabile soltanto l'autore del romanzo.

Grazie anche alla biblioteca dell'Universit Jaume I per il suo servizio di prestito interbibliotecario.

Grazie all'Agencia Literaria Carmen Balcells, in particolare a Ramn Conesa e a Gloria Gutirrez per il loro costante appoggio.

Ringrazio tutto il gruppo editoriale Planeta, inclusi gli illustratori e i grafici.

Grazie a tutti i lettori della Spagna e dell'America Latina perch con i loro messaggi di posta elettronica, Facebook o Twitter, mi hanno trasmesso l'energia necessaria per continuare a scrivere: sono un enorme stimolo, in ogni momento.

E grazie a Traiano e al suo mondo, spesso caotico eppure speranzoso. Grazie anche a Mario Prisco, a Pompeo Collega, a Carpoforo e a tutti gli altri personaggi spregevoli, perch, anche se la vita sarebbe infinitamente migliore senza la loro perversa malvagit, la letteratura, al contrario, risulterebbe estremamente noiosa.
...
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...
FINE.